Vera Pegna.
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Autobiografia del Novecento.
Storia di una donna che ha attraversato la Storia.
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2018. Il Saggiatore, Milano.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Quella di Vera Pegna  la storia di una vita comune
e, in quanto tale, straordinaria. La storia di
una donna normale, una qualsiasi cittadina del
mondo; la storia di una donna speciale, vissuta
attraverso il pi lungo dei secoli brevi. La storia
di Vera Pegna  la nostra storia.
L'infanzia ad Alessandria d'Egitto, gli insegnamenti
del nonno, la disciplina del collegio,
il debutto in societ. Poi gli anni in Svizzera,
l'universit, l'interpretariato, l'incontro con il
buddismo. Il lungo viaggio verso Palermo per
conoscere Danilo Dolci - il Gandhi siciliano -, il
Partito comunista e la lotta contro la mafia. L'arrivo
a Milano, l'impegno nel Comitato Vietnam,
la difesa della causa palestinese sotto il vessillo
del laicismo. Il trasferimento a Roma, gli incontri
con Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir e
Karol Wojtyla.
Vera Pegna custodisce ricordi di donne e uomini
illustri e non illustri, ma sempre valorosi.
Memorie di terre lontane ed orizzonti esotici, ma
anche di province meridionali accerchiate dalla
mafia. Su tutti questi ricordi e queste memorie
posa uno sguardo fiero e appassionato; e la sua
prospettiva illumina le storie minime che hanno
contribuito a scrivere la grande Storia, nelle quali
ognuno di noi pu riconoscersi, con le proprie
debolezze e le grandi aspirazioni, con i propri
sogni, desideri e illusioni.
Autobiografia del Novecento  la storia di una
donna che ha attraversato il secolo con un unico,
invincibile principio: siamo noi, con le nostre
vite minuscole, a dover muovere il primo passo
per costruire un futuro migliore; e sono i molti
assetati di pace e giustizia, non le ambizioni dei
pochi, a scrivere nel lungo tempo la traiettoria
umana. I suoi ideali e la sua missione civile sono
un dono e un imperativo per noi e per le generazioni
a venire.
...
L'autrice.

Vera Pegna  nata ad Alessandria d'Egitto,
si  laureata a Ginevra, ha militato nella Federazione
comunista di Palermo,  stata consigliere
comunale a Caccamo, ha fatto parte del Comitato
Vietnam a Milano. Come interprete di conferenza
ha lavorato in Europa, Asia e Africa. Il Saggiatore
ha pubblicato Tempo di lupi e di comunisti (2015).
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Autobiografia del Novecento.

Ci che mi ha spinto a scrivere questo libro  il desiderio
di evitare che vada perso ci che di meglio ho
raggranellato negli oltre ottant'anni vissuti sulla faccia
di questa terra. E il meglio per me  stato capire
che senza giustizia non c' pace possibile, e di capirlo
non solo con la logica dell'intelletto ma con quella del
sentimento.

A mia figlia.
...
Premessa.

Nonna, mi passi i sudani? Giulio, il mio nipotino, mi
chiede di passargli le arachidi e sorride perch sa quanto
mi sia dolce sentire lui, oggi, in Italia, pronunciare
questa frase che lega il presente al mio passato.
A casa mia, ad Alessandria d'Egitto, si parlava
indifferentemente il francese, l'italiano e l'inglese,
ma era formalmente vietato mischiare le lingue;
per l'arabo sudani, i cui equivalenti (arachidi, peanuts,
arachides) erano di uso corrente nelle nostre tre lingue,
godeva di uno status speciale, rimasto per me misterioso.
A quel divieto erano ammesse delle eccezioni, consacrate
in un apposito elenco che veniva aggiornato e modificato di tanto in tanto;
per esempio, era lecito usare l'italiano magari quando ci
si esprimeva in francese o in inglese perch non esistevano
equivalenti di senso o di registro in quelle lingue. La maggior
parte degli europei infarciva le frasi con parole arabe,
mischiate al francese, all'inglese e talvolta anche allo spagnolo,
al greco od a due o tre di queste lingue contemporaneamente.
Quando mio fratello e io facevamo arrabbiare la
nostra tata greca, lei ci ammoniva con questa frase: domani
balash plage. Tre parole, tre lingue diverse per formulare
la minaccia di non portarci al mare l'indomani.
Forse i primi libri che si leggono, quelli dell'infanzia e
dell'adolescenza, sono fondamentali nell'acquisire intimit
con la lingua nella quale sono scritti. Ad Alessandria,
negli anni quaranta, circolavano pochi libri in italiano.
Ricordo una serie molto noiosa intitolata La Scala d'oro
e Pinocchio, che non mi piacque per niente, cos cupo ed
estraneo alla mia cultura, mentre Mamma Oca e Alice nel
paese delle meraviglie mi riempivano di allegria e facevano
volare la mia fantasia. Come tutti i bambini, anch'io
da piccola credevo che le isole galleggiassero sulla superficie
del mare senza che ci fosse terra sotto, ed  questa
la sensazione che provo a volte con l'italiano: mi sembra
che mi manchi la terra sotto, forse perch non l'ho mai
studiato anche se, adesso che vivo unicamente in questa
lingua, me la sento pi mia. Per, mi rammarico di non
averla coltivata, di non conoscerne i classici e quindi di
avere pochi strumenti per contrastare certi modi sciatti di
parlare e di scrivere; penso all'uso eccessivo dei diminutivi,
all'impiego di parole come problematica o tematica
anche quando si tratta di un singolo problema o tema, per
non dire del termine commerciale nominativo invece di
nome e dell'inutile assolutamente s. Ma soprattutto mi
urta l'abitudine - tutta italiana e meritevole di una riflessione -
di mettere se stessi prima dell'altro: io e te, mai tu e
io, e trovo addirittura risibile, quando non capzioso, l'uso
fatto dai media e non solo di parole infantili come mamma
e pap per indicare rapporti di parentela fra adulti: il
pap (o, peggio, il babbo) di Renzi  indagato...
Quando Giulio mi chiede di passargli i sudani allora,
nella mia mente - in verit nell'intera mia persona - riaffiorano
ricordi e sensazioni, visi, gesti, odori e suoni che
concorrono a dare consistenza al mio passato, ad assicurarmi
di averlo effettivamente vissuto in un unico continuum,
senza buchi n strappi, senza pause o discontinuit.
Cosa, per me, tutt'altro che scontata: mentre vedo nitidamente
il filo rosso, seppure di spessore talvolta mutevole,
che collega le idee con il loro svolgimento lungo l'intero
percorso della mia vita - dall'insistenza con cui in famiglia
si parlava di giustizia e di libert, all'adozione della
non violenza come metodo di vita e alla scelta del comunismo
come forma suprema della non violenza - spesso le
persone, i luoghi e le situazioni sembrano essere sfumati
nel nulla; poi basta una parola, un suono, un odore per fargli
tornare a occupare il loro posto nella mia vita.
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Dalla Spagna all'Egitto passando per Livorno.

Uno dei pochi oggetti che mio padre port con s quando
lasci l'Egitto  un documento, in parte stampato in
ebraico e in parte manoscritto in italiano, impreziosito da
una cornice di fiori dipinti a mano. Si tratta della Ketubah
(in ebraico: atto di matrimonio) fra Enrico Davide Pegna
e Rachele Zeror. L'anno  il 1820 e il luogo Livorno. Dal
che si deduce che la nostra famiglia si trasfer ad
Alessandria d'Egitto successivamente a quella data,
s che l vi sarebbe nato mio nonno.
Comunque  ad Alessandria che conobbe e spos
Giulia, figlia di Tranquillo Terni, anche lui di origine
livornese. Non si conoscono le date di nascita n di
mia nonna n di mio nonno in quanto, all'inizio del
secolo, l'anagrafe del Comune di Alessandria fu devastata
da un incendio.
Mia nonna aveva due sorelle: la pi giovane, Emilia,
mor da bambina, chi dice di spagnola e chi di tifo, e fu
sepolta al cimitero ebraico di Alessandria, dove la raggiunsero
i genitori parecchi anni dopo. Durante un viaggio in
Italia, la terza sorella di mia nonna, Gemma, conobbe a Livorno
Lazzaro Laidi-Tedesco, allora studente; si sposarono
e si racconta che, quando Gemma torn in Egitto dopo la
morte dei suoi genitori, le venne la congiuntivite a furia di
piangere sulla loro tomba e su quella della sorella minore.
Lazzaro, o zio Lazzerino come veniva chiamato in famiglia,
divent gran rabbino di Napoli e si dice che fosse solito
dormire seduto su una poltrona e che di notte andasse
in cucina a mangiare quello che trovava, magari i fagioli di
cui era notoriamente ghiotto o lo stoccafisso col pomodoro
che pure gradiva molto, preparati per l'indomani. Gemma
si disperava all'idea che al marito sarebbe venuta la congestione
per aver mangiato tutto freddo, e anche perch doveva
rifare il pranzo. Entrambe le famiglie, sia Pegna che
Terni, erano fuggite dalla Spagna a causa dell'Inquisizione
ed erano approdate al ghetto di Livorno. Quando ero
piccola alcune espressioni e parole del ghetto si usavano
ancora per scherzo: manca il fischio, per significare che 
tutto pronto per la partenza, in ricordo delle infinite partenze
cui sono stati costretti, in Europa, gli ebrei; oppure 
la carrozza degli ebrei, per indicare un mezzo stracarico di
persone. Con il mio amico Daniele Amati, non di origine
sefardita come noi ma discendente da ebrei romani, abbiamo
scoperto che alcune parole come negro, per indicare
una cosa brutta, che non sta bene, e il sostantivo negrigura,
venivano comunemente usate anche nel ghetto di Roma.
Mio nonno si era ritrovato capofamiglia all'et di undici
anni, in sguito alla morte del padre. Sua madre era analfabeta
e, non avendo la famiglia alcuna fonte di reddito, il
nonno fu costretto a trovare un lavoro. Dopo la scuola,
andava da un notaio a copiare gli atti con la sua bella calligrafia.
In breve tempo miglior la sua posizione e, nel corso degli
anni, continu ad affermare la sua forte personalit fino
a diventare amministratore di varie societ e a crearne lui
stesso di nuove, come The Egyptian Bonded Warehouse, un
sistema di dogane in franchigia, operante prima nel porto
di Alessandria e poi in altri porti del Levante. Mi sono sempre
chiesta quale possa essere la molla che spinge le persone
a studiare. Il fatto  che mio nonno non smise mai di farlo,
lungo tutta la sua vita. Non contento di possedere una buona
conoscenza del francese e dell'inglese, continu ad approfondirla
e si mise a studiare anche il tedesco. In quanto
all'italiano, di scuola ne fece poca ma leggeva moltissimo e
aveva una grande propriet e ricchezza di linguaggio. Amava
viaggiare e, fintanto che non aveva i mezzi per farlo, dedicava
buona parte del suo tempo libero a studiare le piante
delle citt europee che pi lo affascinavano, Parigi e Vienna
in particolare. La sua biblioteca contava molte centinaia di
volumi e, al mio ritorno ad Alessandria dopo la sua morte,
ne presi alcuni, i miei preferiti, fra i tantissimi che andarono
persi quando mio padre lasci l'Egitto.
Spesso il nonno mi parlava dei suoi viaggi,
e mi ha raccontato che, all'inizio del secolo, quando
non esistevano n visti n passaporti, s'imbarcava con
un sacchetto d'oro in tasca, scendeva in un porto italiano
e da l proseguiva in treno verso nord. Una volta,
giunto in Norvegia, si spinse fino a Capo Nord. Io ci andai
novant'anni dopo portando il SUO portasapone di
metallo nella mia valigia.
I miei nonni avevano perso due figli: il maggiore, Piero,
nella Prima guerra mondiale: sottotenente dell'unit
degli Arditi, era morto a vent'anni nella Battaglia degli Altipiani,
sul Piave, e il nonno ne aveva riportato la salma ad
Alessandria per tumularla nel cimitero dei non credenti,
il Cimitero civile.(1)
Il secondogenito, Tito, era perito in un incidente aereo
fra Alessandria e il Cairo, dove risiedeva con la famiglia.
Era venuto ad Alessandria a festeggiare il compleanno di
sua madre e, per ottenere un posto sul volo di ritorno, aveva
dato una grossa mancia all'impiegato della compagnia
aerea. Il velivolo si schiant poco dopo il decollo. Tito aveva
sposato Martha Munz, figlia di un pediatra austriaco,
noto sia per la sua competenza sia perch curava gratis i
bambini arabi, anche se rispetto ai loro coetanei europei
questi - dicevano le malelingue - godevano di riguardi
minori. Correva voce, infatti, che quando doveva asportare
loro le tonsille, il dottor Munz soleva risparmiare sull'anestetico.
Il bambino veniva immobilizzato nelle braccia
di un grosso infermiere nero che gli teneva la bocca aperta
al primo urlo, permettendo al dottore di operare indisturbato.
A volte andavo con mio nonno a fare visita ai Munz
e ricordo che tremavo dalla paura alla vista del grosso infermiere
nero. Poi, quando mio zio Tito mor, la moglie ed i
due figli si stabilirono ad Alessandria, protetti dall'occhio
vigile del nonno.
La terza figlia, Lara, fragile e remissiva, spos Raoul
Camiglieri, cui dette due figli, Marie-Jeanne e Raymond.
Raoul era l'unico figlio della bella Albanie che frequentava
sovente casa Pegna; la ricordo bene, la zia Albanie, una
donna minuta dall'incedere elegante e dalla capigliatura
candida in forma di chignon posto sulla corona della testa.
Il sorriso smagliante, la voce armoniosa, gli abiti color
pastello e l'immancabile profumo Chanel N 5 spingevano
definitivamente nell'ombra mia nonna sempre triste,
sempre vestita a lutto per la perdita del figlio maggiore.
Rimasi profondamente sconvolta quando mio padre mi
raccont la storia del legame amoroso che mio nonno intrattenne
con la zia Albanie per la maggior parte della sua
vita; una passione volutamente suggellata dal matrimonio
dei loro due figli che rendeva lecite le visite frequenti di zia
Albanie a casa Pegna. Per me il nonno rappresentava l'essenza
stessa della rettitudine, l'esempio da seguire, e l'idea
che avesse potuto avere una doppia vita mi era intollerabile;
intollerabile come ogni cosa che il cervello respinge
quando non riesce a darsene una spiegazione, producendo
un vuoto nel quale s'insinuano mille brani di discorsi,
immagini, fantasmi incontrollati. Un giorno rimasi folgorata
scorgendo in fondo al gabinetto, sotto l'acqua e fatta a
pezzi, una foto di mia madre. Avevo sempre avuto la sensazione
che il nonno la odiasse perch aveva tradito mio
padre: una volta colsi una conversazione che la riguardava:
Gisela si  lasciata trasportare dai sensi aveva detto
il nonno, ma l'argomento era tab, coperto da un silenzio
greve per cui non ne seppi pi niente. Da quando i miei
genitori si erano lasciati, avevo sempre parteggiato per
mio padre, ma quella foto strappata, quel viso sfregiato di
mia madre mi fecero molto male.
Il nonno si definiva libero pensatore e da lui ho imparato
che nella vita non bisogna mai subire, che non rassegnarsi
si pu e si deve e che la banalit del quotidiano
- accettata come normale - va sfidata s da esprimere
a pieno la propria vitalit. Ci appassionavano le parole, il
loro uso e il loro significato e non ci stancavamo mai di
discuterne. Quando ero piccola il nonno mi aveva insegnato
lo scioglilingua: Pensa prima parla poi perch parola
poco pensata pu portare parecchio pentimento; col passare
degli anni, fu sostituito da: Un concetto ben compreso
si enuncia chiaramente e le parole per esprimerlo arrivano
facilmente.(2) Ovvero, non parlare a vanvera ma sii consapevole
di ci che dici e della persona cui ti rivolgi. Se non
hai le idee chiare trasmetti confusione, ti impigli in discussioni
sterili che finiscono per incidere negativamente
sulle tue relazioni e ti fanno apparire diverso da quello che
vuoi essere. Il nonno collegava la precisione del linguaggio
anche al senso del proprio onore, perch se si  chiari
diventa naturale essere coerenti e liberi di essere se stessi a
testa alta. Allora, in Egitto, la lingua franca era il francese.
Io frequentavo la scuola inglese e col nonno passavamo
con naturalezza dall'italiano al francese all'inglese, stando
sempre molto attenti a non mischiare le lingue; al nonno
piaceva sfidarmi con esercizi difficili come il famoso
dettato che Prosper Mrime fece alla corte di Napoleone
III; io me la cavai con una cinquantina di errori, ma l'imperatore
ne aveva fatti settantacinque!(3)
La notizia della sua morte mi giunse quando studiavo
in Svizzera, molti anni dopo; una sera fui invasa da una
tristezza profonda senza potermene spiegare la ragione;
passai una notte insonne e la mattina seguente arriv il
telegramma di mio padre che mi annunciava la sua morte.
Un ricordo vivido che ho di mio nonno  di lui seduto
alla scrivania con davanti carta, penna e calamaio. Conservo
con dedizione due suoi scritti: un fascicolo, Enrico
Pegna, Il secolo decimonono,
Compendio generale, rilegato con cartoncino beige, 263
pagine scritte a macchina e annotate a mano, e un secondo
fascicolo, La Cronistoria, 1801-1900, allegata
al Compendio, che consta di 200 pagine scritte interamente
a mano. Spesso mi sono chiesta dove il nonno
attingesse questa mole di notizie sul secolo che gli aveva
dato i natali.
Molto cara mi  anche una copia del suo Dizionario di
paronimi inglesi, pubblicato nel 1937, di cui furono vendute
sette copie. In Italia ne fu vietata la circolazione a
causa delle leggi razziali. Recentemente un amico mi ha
segnalato che ve n'era una copia in vendita su un sito di
libri rari!
La famiglia di mia madre era diversa dai Pegna in tutto
e per tutto. I Goldstein si trovavano in Egitto perch, a
met dell'Ottocento, il diplomatico Ignatz Goldstein fu
mandato ad Alessandria in rappresentanza dell'Impero
austro-ungarico e decise di stabilirvisi con la famiglia. Sua
moglie, la bavarese Ana Landau, gli diede due figli: Ariel
e Alexandre, mio nonno; Alexandre Goldstein
fu il direttore delle dogane di Alessandria, mentre il
fratello Ariel diresse le poste egiziane. A entrambi
il khdive Ismal(4) attribu il titolo di bey per i servigi
resi allo Stato, titolo che figura nell'epigrafe scritta
sulle loro tombe e su quella di mia nonna, nel cimitero
ebraico di Alessandria.
Alexandre spos Rachel Laredo dopo aver sconfitto
a duello un suo rivale nella citt di Laredo in Spagna, un
fatto di cui la nonna Rachel andava tanto fiera che non si
stancava mai di raccontarcelo. La coppia ebbe otto figli a
cui furono imposti nomi ungheresi: Andor, Egon, Almos,
Conrad, Magnus, Gisela e i gemelli Otto e Wilhelmina. Non
conobbi mio nonno e di lui so poche cose, quasi tutte raccontatemi
da mio padre e da mio nonno paterno, entrambi
molto critici nei suoi confronti. Per esempio, descrivevano
con disapprovazione il noleggio della carrozza trainata
da quattro cavalli con cui, ritirato lo stipendio, Alexandre
Goldstein faceva ogni volta il giro della citt con la moglie.
Dei miei zii ricordo poco. Andor, il maggiore, era sposato
con Hlne che gli diede sei figli, e abitava volentieri
nei villaggi, lontano dalle due citt principali, dove i ricchi
locali non nascondevano la loro predilezione per le signore
straniere. Conrad faceva l'avvocato, ma si era laureato
per corrispondenza, non mancava di precisare mio padre.
Invece Magnus si distingueva fra i migliori impiegati della
banca dove lavorava. Almos e Otto erano nel cotone,
come si diceva in Egitto, per indicare l'allora principale attivit
della popolazione, nonch fonte di reddito del paese
e secolare motivo di pesanti ingerenze da parte della potenza
britannica. Mia madre e zia Mina, come la maggior
parte delle loro coetanee, frequentarono poco la scuola.
Mia madre pare fosse appassionata di musica gi
da bambina, ma non ebbe mai un pianoforte perch la famiglia
non se lo poteva permettere: si consol disegnando una tastiera
sul tavolo della cucina. La zia Mina conobbe un militare inglese,
Spody, il quale, dopo avere frequentato assiduamente casa
Goldstein promettendo matrimonio, un bel giorno scomparve;
da fonti dell'esercito si seppe che a Bristol aveva
moglie e figli, per cui Spody era stato uno dei tanti soldati
inglesi che prendevano in giro ragazze per bene in cerca
di marito. Un anno dopo la zia Mina spos un altro militare
inglese, Bob Hoare che, finita la guerra, fu assegnato
alla base navale britannica di Malta. Con grande piacere li
andai a trovare durante la mia adolescenza portando a zia
Mina, su sua richiesta, una copia del dizionario francese
Larousse. Ancora oggi conservo il ricordo luminoso del
mare cristallino di Gozo e del profumo lieve e pungente
dei capperi in fiore che ricoprivano le mura dell'antica capitale
Mdina.
Avevo dodici anni e mio fratello Piero sedici quando
i miei genitori divorziarono. La mia reazione fu prima di
sorpresa e poi di grande sgomento. Non li avevo mai sentiti
discutere animatamente tra loro od alzare la voce, s che
non sospettavo minimamente che i silenzi a tavola e una
certa tensione che aleggiava quando mio padre tornava
dall'ufficio potessero preludere allo smembramento della
nostra famiglia. Eppure avvenne. Fu deciso che mio padre
con uno dei figli sarebbe andato a stare dai miei nonni
paterni e mia madre con l'altro figlio si sarebbe stabilita
dalla nonna Rachel e, inoltre, che ogni mese i genitori
si sarebbero scambiati i figli. L'accordo prevedeva altres
che il figlio che dormiva dal padre pranzasse dalla madre
e quello che dormiva dalla madre pranzasse dal padre: i
nostri genitori ci volevano tanto bene che non potevano
fare a meno di vederci neanche un solo giorno! Il risultato
di questo arrangiamento fu devastante sia per Piero che
per me. Il fatto che tale regime escludesse ogni incontro
fra noi due fece s che, man mano che passavano i mesi,
la nostra intimit fatta di mille consuetudini e condivisioni
quotidiane iniziasse a sfocarsi; se ne persero prima i
contorni e poi anche il sentimento. E infine, dopo sei/otto
mesi di questo andirivieni delirante, il mio rendimento
scolastico cal repentinamente; in famiglia tutti se ne preoccuparono
ma nessuno se ne chiese il motivo.
Invece, avvertita dalle mie insegnanti del calo inatteso
del mio rendimento, la direttrice della scuola convoc i
miei genitori e, quando apprese i cambiamenti intercorsi
nella mia vita, li convinse che era meglio per me diventare
interna a scuola, fermo restando che sarei uscita ogni
fine settimana. La vita da interna fu per me un'esperienza
fantastica. L' English Girls' College(5) di Alessandria era
la scuola di riferimento per le famiglie ricche del Medio
Oriente e le mie compagne avevano origini molto diverse.
Dividevo la stanza da letto con Emily Fawaz, una libanese
maronita proveniente dal Sudan, e due principesse del
Kuwait, Marniti e Fakarta. Le serate erano movimentate
perch spesso spuntava da noi all'improvviso una ragazza
indiana, Butzi Rahim, che si diceva innamorata di Emily
e scriveva con calligrafia minuta e penna viola poesie romantiche
che conservo ancora. Butzi era pi grande di
noi, bassa e tarchiata, con i capelli dritti e una frangia che
quasi le copriva gli occhi. Le urlavamo contro brandendo
i nostri hockey sticks per spaventarla e mandarla via. Fuori
dalle ore di lezione il tempo passava allegramente. Si poteva
andare in piscina, fare teatro, partecipare a gruppi di
lettura o al Citizens' club, una delle mie attivit preferite,
dove si imparavano il valore della rappresentanza e le regole
della democrazia. Ogni classe eleggeva due rappresentanti
da mandare all'assemblea delle elette, le quali si suddividevano
in commissioni incaricate di presentare proposte
su vari argomenti che spaziavano dal contenuto dei libri
di testo alla pulizia degli spogliatoi. In questi consessi era
d'obbligo esprimersi compiutamente, incominciando il
proprio intervento con la frase: Madam chairman, ladies;
imparavamo a non interrompere le altre mentre parlavano,
ad attenerci ai tempi di parola fissati e quindi a essere
sintetiche ed a non divagare, pena l'essere richiamate
all'ordine con un: To the point, please. Ci insegnavano che
le riunioni andavano presiedute con fermezza ed equit.
Oggi mi rendo conto di quanto un simile esercizio di vita
democratica abbia influenzato la mia formazione politica.
Senza accorgercene, acquisivamo la consapevolezza di
essere parte di un tutto e, una volta stabilito il principio
di uguaglianza, di avere dei diritti. Prendevamo coscienza
dell'importanza delle regole di convivenza e del dovere-piacere
di rispettarle. In Italia, nella mia lunga militanza
politica nel Pci e nei vari comitati Vietnam e Palestina, ho
spesso sofferto per la mancanza di disciplina negli interventi,
per le interruzioni, per il sovrapporsi delle voci, per
il desiderio di protagonismo di alcuni dei presenti che a
scuola sarebbe stato condannato come show off.
In realt non ho mai saputo bene perch mio padre e
mia madre si fossero lasciati, o meglio perch il loro rapporto
si fosse esaurito a tal punto da rendere mia madre
disponibile ad altri affetti. Nel mio ricordo della societ
alessandrina di allora, gli amori e il sesso adulteri occupavano
un posto preponderante nelle conversazioni degli
adulti: erano oggetto di scandalo e di curiosit tali da far
impallidire ogni tentativo di biasimo. Per la famiglia Pegna,
invece, simili situazioni suscitavano condanne inappellabili.
Quando divenne chiaro che mia madre aveva un
amante - Ino Arditi, un medico scapolo con madre molto
possessiva - i miei genitori decisero di comune accordo
di divorziare, e fu allora che mio padre si trasfer dai suoi
genitori e mia madre and a stare dalla nonna Rachel,
presso la quale vivevano due miei zii scapoli - Almos e
Otto -, mia zia Mina e mio cugino Sanyi. Dopo circa un
anno, durante il quale i miei genitori si scambiarono i figli
con turno mensile, io mi spostai definitivamente da mio
padre e Piero rimase da mia madre; nel frattempo mia zia
si stabil a Malta con il marito e, quando la nonna Rachel
mor, mia madre prese un appartamento per conto suo.
Dopo infinite esitazioni Ino Arditi finalmente decise di
sposare mia madre. Le esitazioni pare fossero dovute agli
strali di sua madre che non lo voleva sposato a una donna
divorziata con, per giunta, due figli - lui che grazie alla sua
ottima reputazione di medico poteva ambire a una signorina
de la haute, dell'alta societ. Ho un ricordo preciso del
dramma che avvenne il giorno del matrimonio: era previsto
che si svolgesse a casa della mamma. Il rabbino chiamato
a celebrarlo venne ma lo sposo non si present. In sguito
giur, mortificato, che aveva dovuto soccorrere la madre
che aveva tentato di suicidarsi. Dunque fu fissata una nuova
data. Di nuovo il rabbino venne e di nuovo lo sposo non si
present. La fine della storia mi fu raccontata da mio fratello
pi di quarant'anni dopo. All'epoca Piero aveva diciassette
anni. Gli zii lo presero in disparte, gli misero in mano
una pistola e lo sommarono di lavare nel sangue l'onore
di sua madre. Lui, insieme lusingato e impaurito, irruppe
nello studio di Arditi e, col calcio della pistola, sfond una
vetrina e mand in frantumi a destra e a sinistra quanto gli
capitava sottomano; poi gett la pistola a terra e se ne and
esterrefatto. Due anni dopo, per il suo matrimonio, il dottor
Arditi gli offr in regalo un bel frigorifero.
Il matrimonio di Piero fu un altro piccolo dramma familiare:
Piero sposava Rita Aghion, una ragazza di qualche
anno pi grande di lui. Mio padre si oppose al matrimonio
perch, diceva, Piero non aveva i mezzi per sostentare una
famiglia.
Era vero, ma ancor pi vero era il fatto che Rita era
un'ebrea araba, per giunta di famiglia povera, e per mio
padre l'idea che un'araba si potesse chiamare Pegna era
inaccettabile. Come inaccettabile era per lui il fatto che
io flirtassi con un giovane egiziano, Methat el Dakakni,
fratello di una mia compagna di scuola: mi disse che conosceva
il padre, un magistrato molto per bene, ma che
lui, nipotini arabi, non ne voleva. A quei tempi il tema del
razzismo non era all'ordine del giorno come lo  oggi e
la parola veniva usata unicamente a proposito delle teorie
razziali del Terzo Reich o delle analoghe leggi fasciste,
quindi non mi sarei sognata di considerare razzisti questi
atteggiamenti di mio padre. Ormai l'uso del termine
si  dilatato a tal punto che non si riferisce pi solamente
a immaginarie razze biologiche ma si estende fino ad
abbracciare persone contraddistinte da qualsiasi tipo di
diversit rispetto alla maggioranza della popolazione: si
 razzisti rispetto ai rumeni o agli africani, agli omosessuali,
agli handicappati (cosiddetti diversamente abili
- altro escamotage stupidamente inutile). Per fortuna,
si tratta di razzismi privi di razze dato che l'accezione di
quest'ultimo sostantivo non solo non si  ampliata ma,
da quando  accertato che di razza ce n' una sola, viene
usato solo al singolare: la razza umana.
La societ alessandrina di quel tempo era composita e,
fra gli europei, vi perduravano dei costumi dei tempi coloniali,
come la quasi totale assenza di egiziani nella nostra
vita mondana, sempre intensa, nonch la frequentazione
di persone appartenenti prevalentemente alla propria medesima
comunit. Gli italiani erano per la maggior parte
commercianti e artigiani e molti di loro avevano bottega
nello stesso quartiere; quello dei carrozzieri e dei meccanici
- noti per la loro opposizione al fascismo - si chiamava
Mazarita, e la domenica mattina mio padre andava da
loro a scambiare le ultime notizie sull'Italia. Invece, nelle
strade belle della citt, avevano i loro uffici i liberi professionisti
e quello di mio padre, a rue Cherif Pacha, era indicato
da una targa posta a destra del portone che diceva
Cabinet de Semo, Botton et Pegna: uno studio legale che
annoverava clienti importanti, tra i quali il Waqf, l'istituto
incaricato della gestione dei beni personali del re Farouk.
Quando ero piccola ci avevo accompagnato qualche volta
mio padre e ricordo che l'avvocato de Semo, il quale mi
sembrava molto pi vecchio di mio nonno, tirava sempre
fuori dall'ultimo cassetto della scrivania un cofanetto di
confetti e mi incoraggiava a prenderne uno; io lo mettevo
in bocca ma, appena usciti dalla stanza, mio padre me lo
faceva sputare perch chiss da quanto tempo quei confetti
erano l. L'avvocato de Semo aveva uno sguardo severo
e non sorrideva mai. Pare che una volta, al ritorno da
un viaggio, ebbe la sorpresa di trovare una bella ragazza
seduta dietro una scrivania. Il segretario dello studio gli
spieg che sostituiva la vecchia impiegata gravemente malata.
Questa signorina  troppo carina ammon l'avvocato
la licenzi subito.
A met degli anni quaranta mor l'avvocato de Semo,
qualche anno dopo venne a mancare anche l'avvocato
Botton e mio padre rimase l'unico titolare dello studio.
Il regime delle capitolazioni che prevedeva l'istituzione
di tribunali misti,(6) imposto all'Egitto con la disfatta
dell'Impero ottomano, era stato abolito pochi anni prima,
mettendo fine ai privilegi goduti dai cittadini stranieri
e, in primo luogo, dagli avvocati e dai magistrati
non egiziani che si trovarono costretti, da quel momento
in poi, a usare unicamente l'arabo nelle giurisdizioni sia
civili che penali. Mio padre andava fiero delle sue arringhe
e dei suoi atti processuali, spesso costellati di citazioni
dotte, s che l'uso obbligato dell'arabo, di cui aveva una
conoscenza buona ma certo non paragonabile a quella del
francese, gli tarp le ali. Consapevole che la sua brillante
carriera era giunta al termine, per alcuni anni condivise
lo studio con un socio egiziano copto, tale avvocato
Ramzy, e con una giovane avvocatessa, Madiha, che rividi
al Cairo trent'anni dopo con molta gioia. Parlammo
a lungo di mio padre e mi disse che era stato per lei un
grande maestro.
Nel 1952 la rivoluzione dei Liberi ufficiali con a capo
Gamal Abdel Nasser segn la fine della monarchia. Il re
Farouk part in esilio sul suo yacht e, dopo una sosta a
Monaco, si stabil a Roma dove mor nel 1965. Ricordo
la conversazione che ebbero a questo proposito mio nonno
e mio padre, il quale sosteneva che l'Italia era moralmente
obbligata ad accogliere il monarca egiziano poich,
nel 1946, l'Egitto aveva concesso asilo politico a Vittorio
Emanuele III quando questi abdic a favore di suo figlio
Umberto II. Insomma, si trattava di uno scambio di cortesie
dovuto. Almeno, diceva mio nonno, l'accoglienza da
parte italiana era stata dignitosa, senza il fasto che aveva
accompagnato l'arrivo di Vittorio Emanuele ed Elena di
Savoia ad Alessandria: in quell'occasione, quando l'incrociatore
entr nel porto fu salutato da una salva di 21
colpi di cannone e dal suono prolungato delle sirene delle
navi ormeggiate, alcune delle quali avevano esposto il
gran pavese. Vittorio Emanuele viet al comandante della
sua nave di fare altrettanto perch riteneva di non averne
pi il diritto. Questo gesto mi parve pieno di dignit e di
tristezza, piansi dalla commozione e fui impietosamente
canzonata da mio padre. In Egitto, gli ex reali d'Italia condussero
una vita molto ritirata. Non li vidi mai n ne sentii
pi parlare ma, a una festa da ballo, conobbi di sfuggita
un loro nipote, Pierfrancesco Calvi di Bergolo.
Un altro ex monarca rifugiatosi ad Alessandria era Zog
di Albania con la moglie Graldine. Ricordo che si rivolse
allo studio di mio padre, credo in occasione della confisca
dei suoi beni da parte di Nasser; mio padre ne parlava con
simpatia, nonostante le sue convinzioni repubblicane, e
mi raccont, divertito, di aver fatto una gaffe chiedendo a
Zog se avesse intenzione di stabilirsi in Egitto. La risposta
risentita fu: In Egitto, perch mai? Il mio paese  l'Albania!.
Da vivo non gli fu consentito di tornarci, ma dopo
la sua morte i suoi resti furono traslati e tumulati in un
mausoleo a Scutari.
La presa del potere da parte di Gamal Abdel Nasser,
la sua nomina a primo ministro e, nel 1956, a presidente
della Repubblica, costitu un terremoto non solo per la
societ egiziana, bens anche per le colonie straniere. Con
un piano di nazionalizzazioni a vasto raggio e lo sgombero
delle forze militari britanniche, Nasser celebr la piena
indipendenza dell'Egitto; sul piano nazionale introdusse
l'assistenza sanitaria e, sul piano internazionale, si afferm
come elemento centrale della lotta anticolonialista e fu
uno dei promotori del Movimento dei paesi non allineati.(7)
Quando mor, una folla commossa di cinque milioni di
persone partecip al suo funerale. Le masse egiziane avevano
capito che, grazie a lui, finalmente contavano come
singoli e come paese e che, grazie a lui, avevano ricuperato
la loro dignit. Molto presto, nel giro di poche settimane,
cambi persino il comportamento degli egiziani che occupavano
una posizione subalterna presso famiglie europee.
Anche Mohammed, il nostro servo (cos chiamavamo i
nostri domestici), che la mattina ci dava il buongiorno con
gli occhi bassi e un breve cenno del capo, inizi a salutarci
a testa alta e con l'accenno di un sorriso.
Con la fine della monarchia e la nazionalizzazione
delle maggiori societ appartenenti a stranieri, lo studio
di mio padre perse i suoi migliori clienti. Nel frattempo
mio nonno era morto, mio padre si era risposato e
mio fratello era partito con moglie e figlia per il Brasile
dove lo avevano preceduto alcuni anni prima il cugino
Sanyi e lo zio Conrad con la famiglia. Io avevo appena
terminato gli studi a Ginevra e avevo scelto di rimanere
in Europa. Dunque anche mio padre decise di lasciare
l'Egitto. Aveva cinquantacinque anni e amici altolocati
in Italia che lo avrebbe aiutato a reinserirsi. Infatti gli fu
proposto di andare in Iran come amministratore delegato
dell'Italconsult che vi stava costruendo delle strade
e, se ricordo bene, anche una diga. Part contento di potersi
rifare una vita simile come qualit e status sociale
a quella vissuta ad Alessandria. Cos fu, ma dur poco.
Una mattina un impiegato gli mise davanti un foglio e gli
chiese di firmarlo; una cosa senza importanza, disse. Mio
padre insist per capire cosa stesse per firmare, vide che
si trattava della lista delle paghe mensili degli impiegati
e operai che il governo iraniano avrebbe poi rimborsato
all'Italconsult, ma gli importi gli parvero insolitamente
alti. L'impiegato gli spieg che era consuetudine versare
agli interessati met delle somme presentate alle autorit
iraniane e dividere l'altra met fra l'amministratore delegato
e gli impiegati italiani dell'ufficio. Scandalizzato,
mio padre prese il primo aereo per Roma e si precipit in
direzione. Il grande capo lo guard con un mezzo sorriso
ironico e gli disse che, evidentemente, non era adatto a
quell'incarico.
Per mio padre fu un brutto colpo dal quale non si riprese
mai completamente: non poteva arrendersi all'idea che
potesse esistere in Italia un simile malcostume. Si ritir a
Firenze dove, per alcuni anni, tenne i conti dell'universit
americana e riprese le sue partite di bridge; trascorreva il
resto del tempo a leggere, a fare qualche solitario, a scrivere
lettere ai giornali su argomenti del giorno e a redigere
per me delle note su questioni di attualit, come il nuovo
diritto di famiglia, o su fatti di rilevanza internazionale,
come il diritto internazionale e le societ multinazionali
o la storia del Canale di Suez; ricordo in particolare una
sua lunga nota intitolata Che cos' la moneta che mi
scrisse quando apprese il mio impegno di lavoro presso la
Banca dei regolamenti internazionali di Basilea; di queste
note preziose, accompagnate da riflessioni acute e di largo
respiro, ho fatto una raccolta ad uso familiare perch
illustrano bene la sua visione cosmopolita del mondo.
Fra le carte che ho conservato, ritrovo questi versi di Paul
luard che gli inviai il 6 marzo 1962, con gli auguri per
il suo sessantesimo compleanno, per spiegargli la ragione
della mia adesione al Partito comunista, da lui certo non
gradita:

Nous jetons le fagot des tnbres au feu
Nous brisons les serrures rouilles de l'injustice
Des hommes vont venir qui n'ont plus peur d'eux-mmes
Car ils sont srs de tous les hommes
Car l'ennemi  figure d'homme disparat(8)
All'inizio degli anni novanta mio padre smise di essere
autonomo e necessit di assistenza. Con il suo rassegnato
consenso assumemmo Joseph, un giovane della Costa
d'Avorio. Forse  vero che, invecchiando, si allentano i nostri
freni inibitori, certo  che mio padre presto incominci
a usare, nei suoi confronti, dei termini per lui insoliti.
Quando sentivo sia lui che sua moglie riferirsi a Joseph
chiamandolo il nero, tremavo, consapevole della carica
peggiorativa che i miei mettevano nell'uso della parola.
Invece per lui, l'essere nero era semplicemente un dato
di fatto. A ventisei anni, Joseph non aveva vissuto i tempi
della decolonizzazione n tanto meno quelli delle colonie
per cui, ignaro della cultura occidentale, non gli passava
per la mente che, per altri, il colore della sua pelle potesse
avere una connotazione negativa. Anzi, mi diceva:  giusto
che mi chiamino il nero, lo vedi che la mia pelle  nera: 
come quando io chiamo tuo padre le vieux, il vecchio, perch
 vecchio; cosa che all'inizio offendeva a morte mio
padre finch non lo convincemmo che in Africa l'appellativo
vecchio, denota rispetto. Invece, da noi la triste realt
ci dimostra il contrario, al punto che, alla parola vecchio,
viene ormai attribuita una connotazione negativa e, per
un malposto pudore viene sostituita con anziano. Ebbene
ritengo che stia a noi rimetterla in auge: la vecchiaia pu
essere una tappa bella della vita, ricca di sorprese ed accompagnata
dalla capacit di prendere le distanze dall'immediato,
alimentando quella serenit che un tempo veniva
considerata la saggezza dei vecchi.
Con mio padre, il rapporto rimase sempre vivo e, un
giorno che mi trovavo nello Sri Lanka per la FAO, gli scrissi
questa lettera:

Colombo, 23 maggio 1990.
Papi caro,
finalmente ho davanti a me il tempo necessario per
scriverti senza fretta. Queste parole senza fretta hanno
assunto per me un'importanza infinita perch sono anni,
decenni, che mi affretto. Da oltre un anno, il desiderio di
modificare radicalmente la mia vita si va precisando e intensificando.
L'acquisto della casa di Bassano ha ritardato
i tempi, ma ormai penso che ci siamo.
La stanchezza fisica, il logorio delle giornate troppo
piene e della consapevolezza di avere trascurato le persone
che mi circondano e di avere lasciate incompiute tante
cose sono alcune fra le ragioni che mi spingono a cambiare
il ritmo della mia vita, ma prima di tutto questo sento l'esigenza
profonda di dedicare pi tempo alla riflessione, di
maturare le mie scelte anzich buttarmi a capofitto nelle
cose come ho fatto fino adesso. Non che rimpianga niente
del passato, anzi mi considero fortunata di avere avuto
una vita cos intensa e interessante. Ma oggi mi sembra
che anche il mio passato richiede tempo e riflessione per
essere compreso e conservato.  probabilmente per questa
ragione che ho scritto Caccamo: il bisogno, cio, di fissare
dei ricordi che sarebbe stato un peccato dimenticare.
Questo  vero anche per altre situazioni e rapporti che
ho vissuto: sento il desiderio di ripercorrere mentalmente
alcune vie e di pensare alle persone che pi mi hanno
aiutato e arricchito. La prima di queste persone, Papi carissimo,
sei tu ed  con infinita riconoscenza che penso a
ci che mi hai dato: non solo i grandi princpi di onest e
di giustizia, di rettitudine e di seriet, ma tantissimi atteggiamenti
verso la vita, di umanit e di rispetto per le
persone ed innanzitutto per i propri figli. Quanto spesso
ho ricorso, per Ann, ai metodi educativi che hai usato con
me! E mi accorgo, ogni volta che siamo insieme, che da te
continuo a imparare. L'insegnamento di fondo che allora
emerge  che dunque  proprio vero che si pu rimanere
utili finch si vive. Uso apposta questa parola perch 
la stessa che usi tu, in negativo, quando dici sono inutile.
Allora io ti rispondo che, per chi non si accontenta
di vivere alla giornata, ma cerca il senso pi profondo e
universale delle cose (e a me chi me lo ha insegnato?), l'averti
vicino costituisce un alimento prezioso. La lucidit e
il distacco con i quali vivi la tua vecchiaia e ti prepari, ci
prepari, alla tua morte sono anch'essi un insegnamento
raro e fondamentale. Ma  difficile e doloroso per me pensarci,
soprattutto quando sono lontana. Anche se questa
volta mi hai promesso di stare bene fino al mio ritorno e
so che sei un uomo di parola...

Note.

1. http://www.storiaememoriadibologna.it/pegna-piero-
482916-persona. A Piero Pegna, di Enrico, sottototenente degli
Arditi, nato ad Alessandria d'Egitto il 20/9/1898, morto sul Piave
il 15/6/1918. Il 9/1/1919  stata conferita la Laurea ad honorem in
Giurisprudenza (Facolt di Giurisprudenza). Iscritto al u anno di
corso (1917-18).

2. Ce que l'on conoit bien s'nonce clairement, et les mots
pour le dire arrivent aisment (Nicolas Boileau in L'Art potique,
Canto I).

3. http://www.lydiabonnaventure.com/anecdotes-ou-faits-
historiques/dict%C3%A9e-de-m%C3%A9rim%C3%A9e/.

4. Sotto l'Impero ottomano il titolo di khdive veniva attribuito
al governatore dell'Egitto; quello di bey, dapprima indic una
certa nobilt, poi divenne un semplice appellativo di rispetto.

5.Oggi la scuola  conosciuta come El Nasr Girls' College (egc).

6.Dopo l'apertura del Canale di Suez nel 1869 i tribunali
consolari furono sostituiti dai tribunali misti.

7. Nel 1955, in piena Guerra fredda fra Unione Sovietica e
usa. I paesi di nuova indipendenza si riunirono alla Conferenza
di Bandung per annunciare al mondo il comune impegno contro
l'imperialismo e il neocolonialismo e la loro scelta di non
allinearsi rispetto a entrambi i poli.

8. Noi buttiamo nel fuoco il sacco delle tenebre / Noi spezziamo
i serrami di ruggine dell'ingiustizia. / Ecco uomini vengono
che non hanno pi paura di se stessi / Perch sono sicuri
d'ogni uomo / Perch il nemico dal viso d'uomo sparisce. (Paul
luard, Posie et vrit, in Paul luard, Poesie, a e. di Franco
Fortini, Einaudi, Torino 1955).
...
Strani sincretismi.

Terminata la maturit all'English Girls' College nel 1952,
non mi fu facile convincere mio padre a farmi proseguire
gli studi. Ci volle l'aiuto del nonno per mettere fine alle
sue pressioni volte a farmi sposare un suo giovane cliente
ricco e poco interessante, come poco interessante era per
me la vita mondana, vacua e priva di respiro, di Alessandria.
Avrei voluto andare in Inghilterra a studiare Francis
Bacon e la societ inglese di quell'epoca; ero affascinata
dai suoi scritti filosofici, cos acuti e pieni di umanit. Col
nonno avevamo letto e riletto il suo saggio sulla morte che
incomincia con: Men fear death as children fear to go in
the dark. Una frase iconoclasta che ci piaceva molto perch
faceva piazza pulita delle timorose elucubrazioni che
si sentivano ripetere sul tema della morte; non certo in
famiglia, dove di morte si parlava spesso e senza dramma;
ed  serenamente, seppur con profonda tristezza, che accettai
la morte del nonno e, anni dopo, quella dei miei genitori.
Perdite come queste rientrano nella norma, o meglio,
nell'ordine delle cose. Ad altre  meglio non pensare.
Con mio padre trovammo un compromesso: sarei andata
a studiare in Europa per non in Inghilterra, dove i
miei non conoscevano nessuno; la scelta cadde su Ginevra,
dove viveva un'amica d'infanzia di mia madre, Lucienne
Villemin, sposata con Terence Black, che insegnava alla facolt
di Lettere dell'universit. L, come prima cosa, appresi
l'esistenza dell'interpretazione simultanea e la sua breve
storia, iniziata al Tribunale di Norimberga nel 1948.(1)
Prima di quella data, il francese veniva considerato la lingua
diplomatica per eccellenza e, fino a quel momento, nei consessi
internazionali dove veniva usato l'inglese oltre al francese
le traduzioni avvenivano in consecutiva, cio appena
concluso un intervento l'interprete riportava nell'altra
lingua quanto appena detto. Per, durante i preparativi del
Processo di Norimberga, una volta deciso che i lavori si sarebbero
svolti in quattro lingue - tedesco, inglese, francese
e russo - fu evidente che la traduzione non poteva svolgersi
in consecutiva: i tempi delle sedute si sarebbero dilatati in
modo eccessivo, senza contare la necessit di rendere i lavori
immediatamente accessibili ai mezzi d'informazione di
tutto il mondo. Quindi, facendo di necessit virt e grazie
all'entusiasmo e all'inventiva dei traduttori e alla collaborazione
dell'iBM che mise a punto l'attrezzatura tecnica in
tempi da record, fu inaugurato l'uso dell'interpretazione
simultanea e il successo fu tale che, in men che non si dica,
fu adottata da tutte le istituzioni e i consessi internazionali,
Nazioni Unite in testa. Si improvvisarono interpreti di
simultanea persone con storie personali linguisticamente
complesse, profughi di guerre, figli di ambasciatori e di
emigrati; un esempio fra i russi bianchi  il principe Andronikof
che tanto lustro diede alla professione di interprete
di conferenza. In breve tempo, l'interpretazione simultanea
divenne oggetto di scuole di formazione, poi di corsi
di studi universitari e infine di cattedre con relative lauree.
L'cole d'interprtes dell'Universit di Ginevra che iniziai
a frequentare era nata pochi anni prima, con alcuni dei
docenti che avevano lavorato al Tribunale di Norimberga.
Ebbi il privilegio di averli come professori.
L'universit fu per me tutta una scoperta: quando mi
presentai allo sportello per l'iscrizione, mi diedero un
modulo da riempire dove veniva richiesto di indicare la
propria lingua madre. Mi trovai in imbarazzo: non sapevo
cosa rispondere perch non mi ero mai posta il problema;
quindi scrissi: inglese, francese, italiano, l'ordine nel quale
avevo letto e studiato maggiormente queste lingue. Seguirono
dei colloqui con i professori incaricati dei rispettivi
corsi per studenti di madre lingua e tutti e tre mi considerarono
idonea. Ero entusiasta dei corsi, in particolare di
quello di francese del vecchio professor Birmel, capace di
dedicare una lezione intera all'esame di una singola parola,
al registro di ogni suo risvolto; nella mia mente giravo
e rigiravo la sua affermazione secondo cui les synonymes,
c'est pour les enfants; e infine il corso di diritto costituzionale
comparato che mi apriva degli orizzonti di cui
percepivo vagamente l'importanza pur non riuscendo a
circoscriverli. Il numero degli studenti - seconda leva di
interpreti formati ad hoc - era esiguo: ricordo infatti che
alla fine del corso fummo solamente in cinque a sostenere
l'esame di Interprete parlementaire, titolo poi sostituito
con Interprete de confrence. All'uscita dall'aula mi ferm
Roger Glmet, capo interprete del gatt,(2) il quale insieme
ad altri suoi colleghi, era venuto ad ascoltare gli esaminandi
in cerca, mi disse, di interpreti in erba: mi offr un contratto
da principiante: una quantit di soldi favolosa - o
cos mi sembr - per cento giornate di lavoro presso la sua
organizzazione. Mi spieg subito che almeno la met del
lavoro si sarebbe svolto in consecutiva per delle riunioni
ristrette di esperti. Non stavo nella pelle per la gioia.
Glmet era una persona di grande cultura, un interprete
brillante che riusciva a trasformare interventi banali e disordinati
in discorsi interessanti e ben strutturati. Al suo
fianco imparai che quando un delegato si esprime male,
magari perch non parla la propria lingua, l'interprete  tenuto
ugualmente a capirlo e a rendere fedelmente il suo pensiero
in una forma linguistica corretta e, per quanto possibile,
anche elegante; pertanto la concentrazione non va esercitata
unicamente sulle parole pronunciate bens sul concetto
che emerge dall'insieme delle frasi, delle pause, delle esitazioni,
dalle interiezioni e dai riempitivi (ecc. ecc., cio,
diciamo cos, voglio dire); quando il concetto  ben
compreso, mi ricordava Glmet le parole per esprimerlo
arrivano facilmente;(3) una citazione che mi ricordava il
nonno. Imparai anche la parsimonia nell'uso delle parole:
bastano solo quelle essenziali per esprimere un concetto
in modo compiuto e ogni parola superflua diventa fonte di
approssimazione. La distillazione del discorso, l'uso parsimonioso
delle parole, la ricerca di quello che Wordsworth
chiama the inevitabile word rimane per me fonte di gioia.
Di tutte le novit della mia vita ginevrina la pi apprezzabile
fu la mia totale libert: finalmente non dovevo dare
conto a nessuno dei miei movimenti, ero davvero responsabile
della mia persona e delle mie scelte, nello studio
come nelle amicizie. Avevo una stanza presso una famiglia
e l dovetti adattarmi a un comportamento quotidiano
diverso da quello cui ero abituata in Egitto. A casa mia
non mi ero mai fatta il letto, non mi ero mai occupata del
mio bucato, ed ero entrata raramente in cucina. Dopo le
prime sorprese nel trovare il mio letto non rifatto, la mia
roba sporca rimasta per terra e i miei vestiti sparsi per la
stanza, assunsi questa nuova dimensione della vita senza
rimpianti e con buon umore.
All'universit conobbi David Walters, giovane brillante
negli studi, che mi introdusse al buddismo e alla non
violenza, una visione del mondo che mi avrebbe orientata
lungo l'intero arco della mia vita; ricerca peraltro iniziata,
seppur in modo inconsapevole, da quando ero adolescente.
Infatti, fra i libri di mio nonno uno dei miei preferiti
era Concentration and Meditation,(4) e fra le sue pagine ritrovai,
quarant'anni dopo, due foglietti con alcune frasi
sulle quali amavo soffermarmi quando avevo sedici o diciassette
anni. Le rileggo oggi con emozione:

No authority in matters spiritual save the intuition of
the individual (Nessuna autorit nelle questioni dello spirito
se non l'intito di ogni singola persona).

To live to benefit mankind (Vivere per il bene
dell'umanit).

On the one hand, no man can be of service to others
until he has attained some mastery ofhis own instruments;
on the other hand, all self-development and purification is
undertaken in vain so long as there remains thought ofself
(Nessuno  in grado di aiutare gli altri se non padroneggia
in una certa misura i propri strumenti; d'altronde lo
sviluppo e la purificazione della propria mente sono vani
finch permane il pensiero del proprio io).

Con il passare del tempo, quest'ultima riflessione ne ha
calamitate altre, in qualche modo affini per il loro carico
di tensione morale, producendo strani sincretismi tuttora
ben presenti nella mia mente: il timone del mio agire
quotidiano. L'esercizio di una vigile coerenza mi sconsiglia
di frapporre la mia persona come diaframma fra me
e gli altri, s da impedirmi - direbbe Giorgio Gaber(5) - di
avere gli altri dentro di s, mentre Simone de Beauvoir
aveva scritto: Meno ho a che fare con me stessa e meglio
. Strani sincretismi,  vero, ma perch non vagabondare
fuori dalle corsie prestabilite?
Al buddismo non ho mai aderito anche se ne sono
sempre stata attratta. Comunque molto mi ha giovato
l'infarinatura che mi sono fatta leggendo qualche libro
sull'argomento; mi affascinava in particolare - e mi affascina
tuttora - la saggezza insita nel coniugare mitezza e
intransigenza, nonch la possibilit di governare la propria
attivit mentale s da distinguere e difendere il proprio
stato d'animo dagli eventi contingenti; mi innamorai
dell'idea che non siamo sulla faccia della Terra, ma siamo
la faccia della Terra.(6) Ne consegue la scelta di un percorso
non violento che inizia inevitabilmente dalla condanna
di ogni forma di sfruttamento dell'uomo sull'uomo,
sull'ambiente e sugli animali nostri simili; come pure la
condanna delle guerre, della prepotenza dei forti sui deboli,
della divisione iniqua delle risorse tra i popoli. Ma se
tale condanna non  sostanziata dalla volont di agire, di
mettersi in gioco, va di mezzo la coerenza e dunque anche
il proprio onore. E, in primissimo luogo, si allontana il
momento di un mondo meno ingiusto e di questa distanza
siamo tutti personalmente responsabili.
Ero laureata da poco pi di un anno quando sentii per la
prima volta parlare di un Gandhi siciliano chiamato Danilo
Dolci. Decisi di andare a trovarlo in Sicilia, a Partinico,
dove viveva. Uno dei lati positivi del periodo trascorso
da Dolci fu la possibilit di conoscere e frequentare persone
diversissime tra loro: dalla mia vicina di casa Titti, giovane
madre di due figli, analfabeta e comunista, a Goffredo
Fofi, Lamberto Borghi, Carlo Doglio e Ren Dumont,
agronomo francese di fama internazionale. Invece, i lati
negativi dell'esperienza di Partinico affioreranno col tempo
e riguarderanno soprattutto la personalit di Danilo.
Ho raccontato tutto ci, nel dicembre 1987, poco dopo la
sua morte, su invito del foglio siciliano Ciumilato (Fiume
Jato) di Altofonte. La mia versione dei metodi usati da Danilo
e dell'attivit che svolgevamo a Partinico  alquanto
diversa e controcorrente rispetto ai riconoscimenti e alle
lodi con cui la stampa informava della sua morte. Scrissi:

Pochi giorni fa ho appreso dai giornali la morte di Danilo
Dolci. La lettura degli articoli che descrivevano la sua
personalit e il suo lavoro in Sicilia hanno fatto riaffiorare
in me lo stesso senso di disagio che provavo tanti anni fa,
a Partinico, dove ero andata a vivere appunto per lavorare
con Dolci al suo Centro studi e iniziative per la piena occupazione.
Vorrei cercare di parlarne con voi, amici siciliani,
anche perch, in tutto ci che  stato scritto in questi
giorni sull'opera di Danilo in Sicilia, i grandi assenti siete
appunto voi, i siciliani.

Ero andata a Partinico per conoscere colui che veniva
chiamato allora, dai giornali svizzeri (io vivevo in quegli
anni a Ginevra) il Gandhi siciliano. E infatti, ricordano
i giornali di oggi, Danilo voleva introdurre in Sicilia i
sistemi di lotta non violenta che Gandhi us in India. Al
mio arrivo, Danilo mi spieg che nella Sicilia occidentale
c'era disoccupazione e miseria e che la mafia prosperava
appunto sulla miseria e sull'ignoranza della gente. Questa
situazione va denunciata, diceva, bisogna lottare per
creare lavoro, perch tutti i bambini facciano la scuola
dell'obbligo e anche gli adulti imparino a leggere ed a scrivere.
Decisi di rimanere a Partinico e mi istallai in una di
quelle tipiche casette senza finestre, con due stanze una in
fila all'altra. Le mie vicine mi accolsero calorosamente ma
scoprii subito con sorpresa che di Danilo sapevano poco e
che a lui e al suo lavoro non s'interessavano affatto.
Questo disinteresse mi fu riconfermato in varie occasioni,
creando in me un certo sgomento, poi a mano a
mano che passavano i mesi, constatavo che tutte quante le
discussioni che si svolgevano al Centro studi e le decisioni
che vi si prendevano avvenivano tra di noi, senza che
ci fosse mai un siciliano presente. Cianciano tra d'iddi,
diceva ridendo la mia vicina di casa e grande amica Titti.
Nun ti siddiare se te lo dico diceva suo marito Antonio
Danilo, per noi,  un cristiano buono, si  preso Vincenzina,
la vedova del pescatore con i suoi cinque figli, ma
che cosa fa qui, a Partinico, nun l'aio caputo proprio. Dice
che bisogna digiunare per far fare la diga sul fiume Jato,
ma io  una vita che tengo pititto. Noi iurnatari giusto se
riusciamo a sfamare la famiglia. All'inizio, ci sono andato
anch'io al digiuno, ma adesso nun ci vaio chi, non ci va
pi nessuno perch noi lo sappiamo perch la diga non si
fa e altro non posso dire. Molti mesi dopo, quando l'amicizia
tra di noi si era rinsaldata, mi spieg che la diga si sarebbe
fatta solo con il benestare della mafia, quando i proprietari
dei terreni che sarebbero stati coperti dall'invaso
fossero riusciti ad avere determinate garanzie e quando la
mafia fosse stata sicura di controllare gli appalti.
I primi tempi, presa com'ero dalla mia nuova vita, dalle
riunioni interne e dal lavoro, non davo molto peso a queste
considerazioni. Al Centro, oltre a Danilo, vi lavoravano
sei o sette persone, tutti, come me, volontari. Ognuno
si rendeva utile come poteva. Il lavoro consisteva soprattutto
nel tenere i contatti con gli amici in Italia e all'estero.
Si scrivevano decine di lettere, si organizzavano i viaggi di
Danilo e si facevano riunioni infinite perch le decisioni
dovevano sempre essere prese all'unanimit, che spesso
veniva raggiunta nella tarda serata, per fame e sfinimento.
Pochi mesi dopo il mio arrivo a Partinico avvenne la
grande svolta: a Danilo fu assegnato il Premio Lenin per
la pace e ci arrivarono 17 milioni di lire, una somma, a
quei tempi e in quei luoghi, favolosa. Fu deciso il grande
balzo: avremmo chiamato i migliori esperti e fatto fare
un piano di sviluppo della Sicilia occidentale che sarebbe
stato un modello per le altre regioni arretrate dell'Italia
e magari di altri paesi. Fu assunto un economista, l'inglese
Michael Faber, autore del piano di sviluppo della
Rhodesia, uno statistico di Torino e due tecnici agrari e io
fui mandata a Parigi a seguire un corso di pianificazione
regionale presso il Centre International Lebret-Irfed.
Furono mesi bellissimi. Lavoravamo con fervore, urtandoci
a mille difficolt che superavamo sempre brillantemente.
Per la mia conoscenza dell'inglese, fui assegnata in pianta
stabile a Michael Faber che non sapeva una parola d'italiano
e quindi traducevo anche le conversazioni fra lui e
Danilo. Ricordo la pi importante. Michael: Danilo, ho
adesso la certezza che non esistono dati ufficiali relativi
all'agricoltura, all'industria ecc. per la sola Sicilia occidentale.
Tutte le statistiche si riferiscono all'isola intera. Non 
possibile fare un piano di sviluppo per una parte dell'isola
in assenza di dati. Danilo: li raccoglieremo noi, ti daremo
tutto quello che ti serve per lavorare, il piano  importantissimo,
vedrai che ce la faremo. E mand tutti noi volontari
in giro per i comuni a raccogliere i famosi dati.
Quando Danilo andava nel Nord Italia o in altri paesi
d'Europa a parlare della miseria e della mafia in Sicilia,
terminava sempre i suoi discorsi con un appello: venite, venite
a vedere ed a lavorare con noi. Abbiamo bisogno di volontari.
E cos arrivavano a Partinico le persone pi disparate: dal
ragioniere svizzero all'infermiera francese all'esperto norvegese
in triangolazioni, spesso senza nessuna conoscenza
dell'italiano. Una volta, ci fu un'assemblea generale furibonda
in cui noi italiani, dopo interminabili discussioni e
persino minacce di abbandono, imponemmo a Danilo di
smettere di fare venire gente che non sapevamo come adoperare,
che ci faceva perdere tempo anche perch presto, vedendosi
inutili, questi volontari andavano in crisi, mentre
chi invece poteva fare un lavoro utile, come l'infermiera che
offriva di fare le iniezioni gratis, suscitava le proteste delle
persone locali che facevano lo stesso servizio a pagamento.
Quando l'economista inglese vide i dati che avevamo
raccolto, scosse il capo e mi disse: in questi tre mesi a Partinico,
mi sono affezionato a Danilo e a voi tutti.  inutile
che io sguiti a stare qui facendovi spendere un sacco di
soldi per fare un piano di sviluppo insensato.  meglio per
tutti che me ne vada. Vi lascer una relazione con alcuni
suggerimenti. E cos fece. La sua proposta principale per
avviare lo sviluppo della zona di Partinico consisteva nel
fare scolpire nella roccia sovrastante il paese un'enorme
faccia di Garibaldi, visibile anche dal mare. Questo avrebbe
attirato i turisti e quindi aiutato il decollo dell'economia
nell'intera regione.
Per alcuni di noi collaboratori pi fedeli, venuti in Sicilia
nella speranza di potere essere utili alla popolazione,
questa fu la goccia che fece traboccare il vaso. Capimmo
che la nostra presenza a Partinico era priva di senso. Dopo
ennesime discussioni e assemblee su assemblee, decidemmo
di andare via. Chi torn al Nord, chi and a lavorare
in qualche comune disastrato dell'entroterra. Io decisi di
entrare nel Partito comunista italiano che avevo imparato
a conoscere grazie alla gente di Partinico.(7)
Le idee che camminano scrive Pepe Jos Mujica(8) sono
quelle che diventano emozioni. Mentre leggo mi cpita
di rimanere incantata davanti a una frase che, da sola e in
poche parole, racchiude un pensiero che cercavo in vano e
con infinite fatiche mentali di esprimere compiutamente.
Le idee che diventano emozioni. Questa frase del tupamaro
presidente dell'Uruguay mi ha permesso di capire - col
senno di poi - quanto le scelte principali della mia vita
siano nate sull'onda dell'emozione prima ancora di essere
accompagnate dal ragionamento.  cos che ho scelto,
o sarebbe pi appropriato dire che ho scoperto, di essere
comunista.  la parola che ha affinato il pensiero e non
viceversa. Volevo che la mia vita comprendesse tutta l'umanit
e sapevo che il modo migliore per vivere tale scelta
consisteva, in primo luogo, nel mettere da parte la mia
persona. La frase Proletari di tutto il mondo, unitevi
mi entusiasmava perch significava, appunto, ritrovare il
mondo, un mondo senza confini, con per giunta la percezione
rassicurante di appartenere a quella parte dell'umanit
consapevole, impegnata nella difesa di una causa
giusta, capace di guardare lontano e di progettare il futuro:
perci nel Partito comunista mi sentivo a mio agio. Mi
tornavano alla mente le conversazioni di mio padre e di
mio nonno quando commentavano le notizie del giorno,
non limitate all'Egitto e con davanti l'intero scacchiere
mondiale. Ascoltavano la bbc e mio nonno era stato fra i
primi abbonati a Le Monde diplomatique.
Del Partito comunista e della politica in generale sapevo
poco o niente, mentre trovavo molto stimolante l'ideale comunista
per come mi veniva raccontato dai miei vicini di
casa. Dunque, nel 1960 feci la mia prima tessera; sul retro
erano riportate alcune frasi tratte dallo Statuto del Partito
comunista italiano; questa mi era particolarmente cara:
Ogni iscritto al partito ha il dovere di: [...] essere franco
con il partito; leale e fraterno con i compagni e con i lavoratori;
coerente con le opinioni, i princpi, gli ideali professati;
cittadino esemplare. S, avevo scelto il partito giusto
e, inoltre, lavorando a fianco di Dolci e degli altri volontari,
avevo scoperto quanto grande fosse la conquista di vivere in
armonia con le proprie idee. Perci, una volta determinata
a lasciare Danilo, andai a Palermo, suonai alla porta della
federazione del pci e dissi alla persona che mi aveva aperto
che ero comunista e desideravo essere utile al partito. Il
compagno Cottone mi squadr perplesso e mi introdusse
dal segretario, Napoleone Colajanni, il quale volle sapere
del mio passato in Egitto, a Ginevra e a Partinico. Gli dissi
che ero economicamente indipendente poich lavoravo a
Strasburgo come interprete di conferenza un mese all'anno,
a ottobre, e avendo ridotto le mie esigenze al minimo
riuscivo a farmi bastare il mio guadagno per i restanti undici
mesi. Napoleone mi spieg che essere comunisti  una
cosa seria, una scelta di vita, e mi mise in mano tre libri
raccomandandomi di tornare da lui dopo averli letti.
Questi libri erano Il Manifesto, Che fare? e Un passo
avanti, due passi indietro. Li lessi e tornai da Napoleone.
Gli raccontai quello che avevo capito dalle mie letture e
lui mi propose di andare a Caccamo, a 50 km da Palermo,
dove si preparavano delle elezioni fuori turno, visto che le
precedenti erano state annullate per brogli. Dal dopoguerra,
la Democrazia cristiana aveva saldamente in mano il
Comune, che amministrava senza rendere conto di quello
che faceva, anche grazie all'appoggio dei parlamentari, sia
regionali che nazionali, cui assicurava un bel numero di
voti. Fai del tuo meglio mi disse Napoleone il partito
l prende pochi voti, per cui non abbiamo da perdere.
All'inizio degli anni sessanta Caccamo veniva considerata
la roccaforte della mafia, si raccontavano storie terribili di
ammazzatine, di sindacalisti e compagni coscienti che lottavano
a testa alta perch era giusto farlo, e tanti di loro ci
avevano rimesso la pelle. Uno di questi era il mezzadro Filippo
Intili, ucciso a colpi di accetta perch voleva dividere
il grano secondo la legge regionale, pi favorevole ai mezzadri
delle consuetudini locali, e perch si era candidato a
capolista del pci alle elezioni comunali. Da loro, dalle loro
storie, volevo imparare a fare le cose giuste; ero capace di
pensarle, magari di affermarle, ma dovevo ancora imparare
a metterle in pratica. Tale consapevolezza mand in
frantumi le gerarchie che avevo in testa - la barriera fra
contadini e intellettuali, ricchi e poveri, analfabeti e laureati:
un'apertura politica e umana ricchissima che mi ha
accompagnato per tutta la vita. Ne scrissi in un volumetto
intitolato Tempo di lupi e di comunisti, edito a Palermo nel
1992. Il partito era stato sciolto un anno prima e mi premeva
che rimanesse almeno una testimonianza di ci che
l'ideale comunista aveva rappresentato allora, di ci che
pu dare a chi lo fa proprio, a come aiuta a ridimensionare
la propria persona, a saperla mettere da parte quando
serve, a discernere l'essenza delle cose rispetto al resto che
conta, ma magari conta meno; soprattutto, a prendere coscienza
di appartenere all'umanit intera.
Nel 1963, in occasione della campagna elettorale per il
rinnovo dell'assemblea regionale siciliana, la federazione
del pci di Milano aveva mandato due compagni ad aiutare
la federazione di Palermo. In quei giorni l'atmosfera a Caccamo
era particolarmente tesa perch si divideva il grano
fra mezzadri e padroni; perci Colajanni decise di spedire i
compagni milanesi a darci manforte. Fu allora che conobbi
Paolo. Insieme a due altri compagni ero appena tornata dal
feudo Ciaccio dove il proprietario aveva costretto i mezzadri,
con pesanti ricatti e perfino con minacce di morte,
a restituire la parte del grano che, per legge, competeva a
loro. Stavo tenendo un comizio in piazza per raccontare
quello che era successo quando, a un tratto, la mia voce si
spense. Sentendomi pronunciare il nome del capomafia, il
barbiere, nella cui bottega avevamo attaccato alla corrente
l'altoparlante, aveva staccato la spina. In quello stesso
istante arriv sulla piazza la macchina dei compagni di
Milano. Uno di loro, Paolo, mi tese subito un megafono e
ripresi a parlare in mezzo agli applausi dei presenti. Da quel
momento, inizi una nuova tappa della mia vita: con Paolo.
Col cuore stretto, lasciai Caccamo nel 1964. Un anno prima,
la mattina del 30 giugno 1963, nella borgata di Ciaculli
alla periferia di Palermo, un'autobomba era esplosa facendo
sette morti fra i poliziotti e gli artificieri che cercavano di
disinnescare la micidiale carica di tritolo, destinata da una
cosca mafiosa al capo della banda rivale. Il giorno dopo,
L'Ora di Palermo pubblic le foto dei sospetti: i quattro
boss componenti il tribunale della mafia della Sicilia occidentale,
il cui presidente, Giuseppe Panzeca di Caccamo,
si diede immediatamente alla latitanza. Per noi compagni
apprendere che don Peppino, il nostro capomafia, svolgeva
un ruolo cos importante nella cupola fu sconvolgente.
Il paese intero si paralizz. Noi pure. D'altronde, che cosa
potevamo fare? Gli impiegati del Comune del cui Consiglio
facevo parte mi negavano l'accesso a qualsiasi documento.
Alla federazione di Palermo fummo ricevuti con un'alzata
di spalle. La Commissione parlamentare antimafia, alla
quale avevo mandato un esposto circostanziato sulla mafia
di Caccamo e sui suoi referenti regionali e nazionali, non
solo non mi rispose ma non mi comunic neppure di averlo
ricevuto. Davanti alla mia inutilit e alla mancanza di prospettive,
decisi di lasciare la Sicilia e di stabilirmi a Milano
con Paolo. L ripresi senza difficolt la mia professione d'interprete
di conferenza e la mia militanza nel partito.
Il mio inserimento a Milano e nella vita di partito fu
rapido e naturale anche grazie al fatto che Paolo era molto
amato dai compagni. A diciassette anni era andato in
montagna portando con s la Divina Commedia, e l'intensit
della sua esperienza partigiana lo aveva plasmato al
punto di connotarne il carattere ed il modo d'essere con gli
altri. Viveva tutto intensamente: il suo impegno politico, il
suo lavoro di giornalista, il nostro amore. Un giorno Paolo
venne a sapere che una sua compagna partigiana, Annamaria
Princigalli Fell, era rinchiusa in un manicomio di
Roma. Dopo la liberazione era corsa voce che, sotto la tortura
dei fascisti, lei avesse rivelato i nomi dei suoi compagni,
i quali furono tutti arrestati e uccisi. Annamaria ne
perse il lume della ragione. Molti anni dopo venne fuori
la verit, ovvero il nome del delatore, ma ad Annamaria,
ormai cancellata dalla memoria collettiva, nessuno pens
di dare la notizia. Quando Paolo apprese che, nonostante
i vent'anni trascorsi, Annamaria era ancora nel manicomio,
corse a cercarla. Trov una donna vecchia, emaciata,
sdentata ma perfettamente sana di mente. Fece di tutto per
convincere il direttore del manicomio ad affidargliela, ma
non ci fu verso. Solamente un familiare poteva ottenerne
l'affidamento e Annamaria, non avendo pi nessuno, era
destinata a finire i suoi giorni l. D'accordo con lei, Paolo ne
parl con la direzione del partito e preparammo un piano.
Una domenica, quando al manicomio c'era un gran viavai
di visite, accompagnai Annamaria in una toilette, l'aiutai
a vestirsi da signora elegante con un grande cappello di
paglia e uscimmo a braccetto, raggiungendo Paolo in giardino.
Ci fermammo qualche minuto a chiacchierare e, senza
fretta, varcammo il cancello d'uscita. Fuori ci aspettava
una macchina mandata dalla direzione del partito; una
compagna fece salire Annamaria; lei ci guard e fece un
cenno con la mano: non sapeva pi sorridere. La macchina
part alla volta della Scuola delle Frattocchie dove Annamaria
fu accolta con affetto e visse in pace gli ultimi anni
della sua vita. Il manicomio non ne denunci la scomparsa.
Nel 1969 usc il mio Dizionario italiano-francese di termini
in uso in economia, borsa, finanza, commercio..., pubblicato
dalla casa editrice Etas Kompass di Milano.(9) Allora
di dizionari simili bilingui italiano e inglese ne esistevano
parecchi, mentre non ve n'erano di bilingui italiano e
francese su argomenti di economia e di finanza. In quegli
anni lavoravo regolarmente a Bruxelles alla Comunit europea,
e con i miei colleghi interpreti ne lamentavamo la
mancanza. Decisi di colmare la lacuna, per sapevo che
per fare un dizionario occorre possedere almeno dei rudimenti
di lessicografia. Quindi mi presentai da Garzanti
dove, mi era giunta voce, era in corso di preparazione un
dizionario lessicale generale nelle mie due lingue. Fui
assunta e trascorsi un anno istruttivo e divertente nella
redazione del Garzanti bilingue francese ed italiano che
usc nell'aprile del 1966 e le cui numerose riedizioni
riportano fedelmente i nomi della prima redazione. Una
volta terminata questa esperienza, acquistai in cartoleria
alcune migliaia di schede e, con in mente mio
nonno, mi misi all'opera. Il risultato fu un lemmario di
5000 voci per ogni lingua, discusse una ad una con fervore
con mio padre. A un certo punto, per, mi resi conto con
sgomento che la confezione di un dizionario pu non avere
mai fine e mi rassegnai a staccarmi dalle mie schede solo
quando la casa editrice mi diede l'aut aut: o consegnavo il
manoscritto entro il mese di settembre o il contratto sarebbe
stato rescisso. Disperata, misi schede e volumi di riferimento
in un baule, presi una casa in affitto a Manarola
e passai due mesi indimenticabili fra lemmi e bagni nelle
acque cristalline delle Cinque Terre.
A Manarola, avevo preso contatto con la sezione del
pci locale ed una sera i compagni mi invitarono a una conferenza
di Pio Baldelli, appena tornato da Cuba. Ci parl
con entusiasmo di Fidel e del Che e, finita la riunione, invitai
tutti a casa mia. Si stava avvicinando il temporale e
io temevo per le mie schede perch avevo lasciato aperte
tutte le finestre. Apro la porta che si spalanca col vento e,
come accendo la luce, ci investe uno svolazzo di pipistrelli
venuti a cercare rifugio dal temporale. Pio caccia un urlo
e scappa coprendosi la testa con le mani. Risata generale e
brindisi a Che Guevara.
Nel 1967, a Stoccolma, feci uno degli incontri pi importanti
della mia vita. Conobbi Lelio Basso, la persona che
avrebbe maggiormente contribuito a formare il mio pensiero
politico e umano, due qualit fra loro inscindibili.
Una mia collega di Parigi, Dnica Seleskovitch, era stata
incaricata di comporre un'equipe di interpreti volontari
per la prima sessione del Tribunale Russell sui crimini
americani in Vietnam e avevo accettato volentieri di farne
parte. Le lingue di lavoro erano il francese e l'inglese. Le
giornate del Tribunale erano pienissime ed emotivamente
impegnative a causa delle testimonianze tremende rese
dai vietnamiti. Fra le assemblee plenarie della mattina e del
pomeriggio, i giurati ascoltavano i testimoni e, dopo cena,
nonostante la stanchezza, si riunivano per tirare le fila della
giornata. Con una capacit di sintesi straordinaria, Lelio
riusciva a comporre i diversi punti di vista, spesso interrompendo
scherzosamente le battute acide di Simone de
Beauvoir all'indirizzo di Jean-Paul Sartre, cui lei dava del
voi chiamandolo per cognome. Il rigore di Lelio e la sua
gioia di vivere alleggerivano l'atmosfera e mi pare di vederlo
quando si sfilava la fede dal dito e la faceva ruotare sul
tavolo come una trottola. Lelio aveva un'ottima padronanza
del francese ma mi chiedeva di aiutarlo con l'inglese sia
durante le riunioni della giuria, sia a tarda sera per tradurgli
dei documenti e delle testimonianze. Ben presto, senza
mai pensare alla fatica e all'ora tarda,  nato fra di noi un
senso di comunanza politica e affettiva rimasto vivo fino
alla fine dei suoi giorni. Un pomeriggio, Lelio mi chiese di
accompagnarlo a un appuntamento con la delegazione del
governo vietnamita che partecipava ai lavori del tribunale
come parte lesa. Parlarono a lungo e i vietnamiti chiesero
a Lelio due cose: di organizzare in Italia un comitato pro
Vietnam che diffondesse la realt dell'aggressione americana,
presentata in modo fazioso e distorto dai media
occidentali, e di aprire un altro fronte, favorendo la diserzione
dei soldati americani, i quali usavano soggiornare
qualche settimana nella base di Aviano, nel Friuli, prima
di andare a combattere in Vietnam. Conclusa la riunione,
mentre raggiungevamo gli altri per la cena, Lelio mi disse:
adesso tocca a te.
E cos, alla fine del 1967, per opera di un gruppo di
compagni del pci e del psiup, nasce a Milano il Comitato
Vietnam e prende sede in via Piatti 4. Vi passano Tortora,
Pollini e altre persone famose. Anche il pugile Pome. Poi,
grazie a Leo e Aldo Visco Guardi che agevolarono l'operazione,
il Comitato si trasfer in via Cesare Correnti 14,
sede della chiesa valdese e della casa editrice Claudiana.
Vari compagni vivevano in affitto nel palazzo - Strambio
al 1 piano, Materazzo al 2 -, e moltissime persone ci facevano
visita, fra le quali personalit note come Arbore e
Benigni, allora critico cinematografico.
Lelio non si occupava dell'attivit quotidiana del Comitato
Vietnam ma ci teneva ad esserne tenuto al corrente.
L'intesa era chiara: lui mi autorizzava ad usare il suo nome
tutte le volte che lo avessi ritenuto necessario e io l'avrei
fatto con parsimonia e lealt. Per lui, la buona politica, lungi
dall'essere vissuta come politica politicante, comportava
anche un modo di essere, di rapportarsi agli altri, di saper
mettere da parte se stessi e i propri interessi personali o
di gruppo per far prevalere il perseguimento dell'obiettivo
comune, l'avere i piedi in terra e saper guardare lontano.
Lelio viene ricordato, per esempio, da Samir Amin(10)
anche per questo suo tratto caratteristico che per me esprime
una cultura, oso dire un'etica di vita, profondamente non
violenta, intrisa di rispetto per l'altro; una cultura che privilegia
il ragionamento anzich fare leva sulla propria superiorit
sociale, psicologica o culturale. Mi diceva: Per
riuscire dobbiamo funzionare come una multinazionale.
Lungi dall'arrivare a tanto, abbiamo lanciato alcune importanti
campagne come quella intitolata Chinino per il
Vietnam, con risultati straordinari. Allora il chinino - di
cui i vietnamiti avevano un grande bisogno per la malaria
endemica che affliggeva il paese - da noi era monopolio
di Stato, si trovava nelle rivendite di sale e tabacchi e
bastavano tremila lire per acquistare una dose sufficiente
per una persona. Al Comitato Vietnam erano disponibili
delle buste a sacchetto con l'indirizzo della delegazione
vietnamita di Parigi e le parole d'ordine Rivoluzione fino
alla vittoria. Si infilava il chinino nella busta, si scriveva
il proprio nome come mittente e si imbucava nella cassetta
postale. Ogni paio di settimane andavo a Parigi e
riportavo indietro una valigia di buste vuote grazie alle
quali abbiamo potuto costruire uno schedario prezioso
di sostenitori. Lo spoglio delle buste era un momento di
allegria per la variet di persone, scuole, aziende, enti che
rispondevano al nostro appello: fra i mittenti c'era persino
un convento di clausura di Livorno.
L'immaginazione di cui altri danno prova ha sempre
colpito la mia fantasia, sollecitandomi a scoprire la molla
che innesca la nostra capacit di inventare modi inediti
di superare gli ostacoli che si frappongono al nostro
cammino. Da questo punto di vista, i vietcong eccellevano.
Scavavano gallerie lunghissime per nascondersi e per
spostarsi anche di giorno senza essere visti dagli americani.
Dopo qualche metro si fermavano, acchiappavano un
paio di talpe e le tappavano dentro. Rapidamente, le talpe
risalivano in superficie lasciandosi dietro un buco che assicurava
l'aerazione del cunicolo. A sostegno della loro inventivit,
una delle storie pi belle  come vinsero un'importante
battaglia utilizzando delle rane. Gli americani
sapevano che i vietnamiti, quasi tutti tisici, si raschiavano
la gola di continuo s che il minimo rumore di questo tipo
li avvertiva della presenza dei vietcong. Dal canto loro, i
vietnamiti avevano scoperto che basta mettere un filino
di tabacco in gola ad una rana per farla tossire come una
persona. Una sera, gli americani sentono il tipico tossire
dei vietcong a un'estremit del loro accampamento militare,
pensano di essere circondati e si precipitano, armi
spianate, pronti a fare fuoco. Intanto i vietcong li attaccano
all'estremit opposta, mettendo fuori gioco tutti i loro
mezzi e piantando bombe a mano ovunque nell'accampamento
nemico. E ancora, una scoperta davvero decisiva
per il benessere della popolazione: la possibilit di allevare
trote nelle risaie ottenendo un doppio vantaggio, un cibo
proteico e riso migliore e in maggiori quantit, grazie alla
concimazione conseguente alla presenza dei pesci.
Nella sezione Centro del pci erano attivi molti compagni
del Comitato Vietnam e il nostro impegno nel diffondere
le parole d'ordine dei vietnamiti irritava la federazione
di Milano i cui dirigenti venivano da noi qualificati come
destri marci. Nel 1968, nel corso di una riunione furibonda,
a proposito della nostra attivit a favore della lotta
del popolo vietnamita, ci chiesero di non usare le parole
d'ordine Rivoluzione fino alla vittoria ma di limitarci a
Yankee go home. Rifiutammo e, da quel giorno, fu guerra
aperta. Guerra che raggiunse l'acme con la radiazione
dal pci di Rossana Rossanda, iscritta alla nostra sezione,
per l'uscita del quotidiano il manifesto. Lo racconto nel
volume collettaneo(11) dedicato a Rossana per festeggiare il
suo settantesimo compleanno: Siamo a Milano nel 1969.
L'assemblea della Sezione Perotti Devani reag con proteste
e fischi alla decisione della Commissione centrale di controllo
di avocare a s il caso della compagna Rossanda.
La cellula di Rossana vot contro la sua radiazione decisa
dalla Commissione centrale di controllo e, alcuni mesi
dopo, insieme a un gruppo di compagni - tra cui Ludovico
Carbonini, iscritto dal 1921 - uscii dal partito con una
lettera che terminava con queste parole: Usciamo all'aria
aperta dove si vede chiaro e lontano, dove l'orizzonte non
ha limiti: noi usciamo dal partito perch vogliamo restare
comunisti!. Avevamo ridato vita alle cellule, sia di strada
che di categoria, come quelle dell'iNPS, dei Vigili del fuoco
e della Scala; ricordo che i compagni di quest'ultima vennero
a chiederci consiglio quando la Repubblica popolare
cinese li invit a recarsi a Pechino per tenervi dei concerti;
e noi li incoraggiammo ad andarci. Insomma, eravamo
riusciti, in controtendenza rispetto a quanto succedeva a
Milano, a far funzionare il partito.
Il 4 novembre 1966, quando ci fu l'alluvione di Firenze,
la sezione organizz un pullman di volontari assegnati,
all'arrivo, alla Biblioteca nazionale centrale. Il nostro
compito consisteva nel tirare fuori pile e pile di libri che
giacevano nelle cantine, ricoperti da una melma di fango e
di nafta, per poi trasportarli due piani pi su, sul terrazzo.
Insieme a un gruppo di seminaristi, si form una catena
umana che lavor sodo fino a sera alternando canti della
Resistenza e inni religiosi: una fratellanza emozionante.
All'uscita, mi avviai verso l'Arno in piena e l notai una
signora, appoggiata alla balaustra, che piangeva tenendosi
la testa fra le mani. Mi avvicinai e lei, senza pronunciare
una parola, tese il braccio verso il fiume: centinaia e centinaia
di schede, portate dalle onde tumultuose, scorrevano
veloci e scomparivano sotto il ponte.
M'impegnai a fondo sia nel Comitato Vietnam sia
nell'impresa di aprire un fronte in Italia favorendo la
diserzione di militari americani di passaggio nella base di
Aviano. A un certo punto, per, mi trovai in grande difficolt:
occorrevano soldi e documenti per un disertore che
andava messo al sicuro; questi, di nome Alfred, si era in
parte pentito della sua scelta, era in crisi e nonostante gli
vietassi di uscire dalla casa che lo ospitava, lui andava in
giro in cerca di droga, incurante del pericolo che correva
e che faceva correre a chi lo aiutava. Purtroppo potevo
fare poco per lui sul piano umano a causa dell'abisso culturale
che ci separava: il mio inglese molto britannico lo
spiazzava mentre il suo parlare americano mi irritava. Su
suggerimento di un amico, ne parlai a una diplomatica canadese
che, oltre a risolvere il problema del passaporto, mi
consigli vivamente di parlarne con il pastore della chiesa
metodista di Milano, Bob Zeuner, esiliato in Italia dal suo
vescovo americano perch, negli usa, aiutava i renitenti alla
leva che rifiutavano di partire per il Vietnam. L'intesa con
Bob fu immediata e and ben oltre il problema dei disertori:
prese in carico Alfred e, un anno dopo, il 30 ottobre
1969, venne al mondo nostra figlia Ann. La sua nascita diede
un po' di pace a mio padre, lacerato fra la gioia di tenere
in braccio la nipotina e la vergogna di questa sua figlia che
rifiutava di sposare il padre della piccola. Almeno, diceva,
non avremo un prete in famiglia.
Perch rifiutavo di sposare Bob? Fra di noi - me ne
accorsi quasi subito - l'abisso politico e culturale era incolmabile.
Lui si opponeva all'aggressione americana al
Vietnam solamente perch non voleva che i boys ci andassero
a morire. Per gli Stati Uniti non si dovevano
toccare: Right or wrong, my country. Un giorno gli dissi:
Ma dei morti vietnamiti non parli mai!. Rispose:
They are all commies, sono tutti comunisti. Eppure stavamo
benissimo insieme. A Natale ero andata nella sua
chiesa a cantare i Christmas carols - mi ricordava i tempi
dell'EnglishGirls'College di Alessandria - e avevamo
discusso insieme il suo sermone del 25 dicembre
intitolato Ges portatore di pace: una discussione
fatale perch produsse un sermone pacifista,
inaccettabile per i fedeli della chiesa metodista di Milano, in
maggioranza diplomatici, banchieri, uomini di affari,
i quali se ne lamentarono con le autorit ecclesiastiche
e chiesero la sostituzione del loro pastore. E proprio
quando Bob apprese di dover lasciare l'Italia, mi
accorsi di essere incinta. Ci sposiamo e torniamo insieme
negli States disse lui felice. Mi aveva raccontato il
suo dispiacere per non aver avuto figli dalla moglie che
lo aveva lasciato. No, per me sarebbe stato inconcepibile
lasciare Milano, il partito, la lotta politica - e Paolo.
Non mi era mai passata per la mente l'idea di avere un bambino. I bambini non
facevano parte del mio immaginario eppure, quando appresi
di essere incinta, in pochi secondi e a mia insaputa,
emersero nella mia consapevolezza orizzonti inattesi, teneri
e gioiosi. Lo volevo, eccome se lo volevo, il mio bambino!
Eppure sarei stata disposta a rinunciarvi per il suo bene, se
crescere senza suo padre accanto avrebbe comportato per
lui un problema grave. Non avevo gli elementi per prendere
una decisione. Allora pensai a Bona Oxilia, una compagna
del Psiup - se ricordo bene la psicoterapeuta infantile del
Comune di Milano - e andai a consultarla. Ci parlammo a
lungo e, in sintesi, il messaggio che mi portai via era questo:
se ti senti sedotta e abbandonata e se crescere questo figlio
da sola  per te fonte di problemi familiari o sociali, il bambino
ne risentir. Se invece lo aspetti con gioia e a testa alta,
potr essere un bambino felice. Dunque Bob part, lasciando
al consolato americano una dichiarazione di paternit
per il nascituro. Trascorsi una gravidanza serena lavorando
fino al nono mese e, quando nacque Ann, i compagni
della mia sezione vennero alla maternit a complimentarsi:
Mimma, Paolo, Egidio, Daino, Pippo, Leila, Carbonini,
entravano tutti salutando col pugno chiuso e le mamme si
chiedevano chi, fra tutti questi, fosse il padre della bambina.
Era fine ottobre e faceva gi freddo. Pippo ci riport a
casa nella sua macchina bella calda: aveva lasciato il riscaldamento
acceso per noi.
Ruppi bruscamente il rapporto con Andr, francese di Algeria,
quando, vedendo che Ann era mancina, disse con disapprovazione:
Questa bambina va corretta e, negli stessi giorni, mi parl
con simpatia dell'oAS (Organisation de l'arme secrte). Ci eravamo
conosciuti un anno prima in Etiopia ed eravamo andati insieme
a un centinaio di chilometri da Addis Abeba a vedere dei resti
preistorici, datati oltre un milione di anni fa, portati in superficie
da una gigantesca frana; mettendo da parte gli scrupoli, mi portai
via una pietra lavorata, una delle molte decine l ammonticchiate.

Note.

1. Siegfried Ramler, The Origin and Challenges of Simultanelas
Interpretation: The Nuremberg Trial Exprience, in Interpretation
Studies, 7, December 2007, pp. 7-18.

2. General Agreement on Tariffs and Trade, precursore dell'omc,
Organizzazione mondiale del commercio, nota in Italia
con la sigla inglese wto.

3.Cfr. la prima nota di p. 19.

4. Christmas Humphreys, Concentration and Meditation: A
Manual of Mind Development, John M. Watkins, London 1953.
L'autore era il presidente della Buddhist Society di Londra.

5. Giorgio Gaber, Canzone dell'appartenenza, in E pensare
che c'era il pensiero, 1994.

6. Wes Nisker, Buddhas Nature: A Practical Guide to Discovering
Your Place in the Cosmos, Bantam Books, New York 1998.

7.Citato in Tempo di lupi e di comunisti, La Luna, Palermo
1992, p. 16 (poi il Saggiatore, Milano 2015).

8. Jos Pepe Mujica, La felicit al potere, Ed. Riuniti, Roma 2014.

9. https://books.google.it/books?id=FyI_LdcBrkUC&pg=PA7
53&lpg=PA753&dq=vera+pegna&source=bl&ots=j6rub6aCX2
&sig=nxfBpzAFw8xtc5dUuFCSZDryDwI8dil=it&sa=X&ved=
0ahUKEwiMlaCr_7XRAhWLuhQKHY_RA144KBDoAQguM
AQ#v=onepage&q&f=false.

10.Economista marxista egiziano al quale dobbiamo il termine
di eurocentrismo.

11.Per Rossana, Edizioni dell'Elefante, Roma 1994. Si impressero
500 esemplari non venali.
...
La professione d'interprete e la militanza.

Al Comitato Vietnam mi dedicavo con impegno nei
giorni liberi dal lavoro. Ed  in quell'mbito che conobbi
Gianfranco, che insegnava virologia all'Universit di
Cagliari ed era legato al manifesto. A un certo punto, i
vietnamiti ci chiesero di poter mandare dei loro laureati
a specializzarsi presso universit italiane e Gianfranco si
era offerto di ospitarne un paio. Dopo qualche mese di
corrispondenza e qualche telefonata, mi aveva annunciato
la sua venuta a Milano. Non mi aveva detto che usava una
sedia a rotelle, ma quando lo vidi non me ne stupii.
Venne a casa mia - allora riusciva ancora a fare un piano di
scale - e Ann si mise subito a spingere la sua sedia avanti
e indietro per l'appartamento. Ben presto decidemmo di
stare insieme. Gi da un po' di tempo pensavo di lasciare
Milano, la sua aria mefitica, la mancanza di verde e di
luoghi d'incontro adatti a bambini dell'et di mia figlia.
Volevo andare verso sud, ma dove?
L'incontro con Gianfranco mi diede la risposta: ci trasferimmo
in provincia di Cagliari, in una tipica casa campidanese,
ampia e bella, con due giardini, due loggiati e
la statua di una santa coricata, adagiata ai piedi della scalinata
di marmo. Prima che la comperassimo noi, la casa
era appartenuta ad un prete, don Angioni, deceduto una
decina di anni prima ma sempre presente, si raccontava,
soprattutto di notte, quando andava a tirare i piedi delle
persone. Una notte successe appunto a Mariuccia, la donna
che lavorava da noi: ci lasci l'indomani e i miei vicini
mi ammonirono con un te l'avevo detto che di notte torna.
A casa nostra era venuto ad abitare Giorgio, uno studente
ventenne che stava preparando il diploma di perito
agrario. Spesso arrivava con i libri sotto il braccio, non
avendo a casa sua un posto dove poter studiare tranquillamente.
Vedendo come s'intendeva bene con Ann, gli proposi
di venire a stare da noi. Mi incuriosiva il suo rapporto
con le piante e con gli animali: da lui imparai a prendere
i bruchi delicatamente fra il pollice e l'indice ed a trattare i
cani e i gatti rispettando le loro esigenze reali e non quelle
che noi umani attribuiamo loro. Era vivace, instancabile,
sprizzava idee ed iniziative, sperimentava innesti e ikebana
e s'intendeva benissimo con Ann, la quale, in quel periodo,
aveva paura dei ragni e, per tenerseli buoni, li nutriva con
delle mosche da lei catturate e congelate. Insieme ad Ann
e altri bambini ci nascondevamo vicino al piccolo stagno
di Santa Sibiola, nella campagna di Sestu, dove andavamo
a distruggere i capanni costruiti dai cacciatori con delle
tavole e dei tronchi per avvistare gli uccelli. Non ricordo
quanti anni rimase da noi, ma certo tanti da considerarsi
e da essere considerato figlio d'anima. Lo guardavo l'altro
giorno, un sessantenne con barba e baffi brizzolati, ma
sempre benamato figlio d'anima.
La nostra famiglia, decisamente insolita rispetto ai
canoni locali, fu oggetto di curiosit, di maldicenze ma
anche di accoglienza calorosa da parte di alcuni abitanti
del quartiere. Con la mia vicina Miranda si stabil subito
un rapporto di simpatia e di amicizia, poi consolidatosi
negli anni. Fuori dalla grande citt, finalmente mia figlia
poteva stare all'aria aperta e giocare con altri bambini, in
particolare con i figli di Miranda; e quando, venti e pi
anni dopo che avevamo lasciato la Sardegna, si spos la
sua amica Giusi, Ann fu invitata a partecipare alla cerimonia
di preparazione del letto degli sposi secondo l'usanza
sarda. Una volta mi vennero a trovare due ragazzi,
disperati perch lei era rimasta incinta e non si potevano
sposare per l'ostilit delle famiglie al loro matrimonio. Mi
avevano conosciuta ad un incontro dove si parlava di IVG e
del Partito radicale che rivendicava il diritto a un aborto
libero e gratito, e mi chiesero se potevo aiutarli. Non
mi fu difficile trovare l'indirizzo dell'appartamento privato
dove i radicali praticavano clandestinamente l'aborto
con il metodo dell'aspirazione, ovvero con una pompa per
bicicletta. Presi appuntamento e il giorno dell'operazione
li accompagnai. Il tutto si svolse rapidamente, con la radio
al massimo del volume. All'uscita una giovane militante
radicale ci spiega che le spese sono tante e chiede al ragazzo
di fare un'offerta. Questi mette sul tavolo i pochi soldi
che si trova in tasca, si scusa della somma modica, e aggiunge:
speriamo di pi la prossima volta, suscitando urla
e proteste da parte nostra e delle donne presenti.
Gli anni trascorsi in Sardegna furono ricchi di nuovi interessi
e di nuovi affetti. Avendo appreso da Gianfranco e da
altri suoi colleghi dell'Universit di Cagliari che gli studenti
di farmacologia si trovavano in difficolt per la loro
scarsa conoscenza dell'inglese, scrissi a un mio collega,
Missirliu, il quale insegnava inglese scientifico all'Universit
di Marsiglia e, grazie ai suoi consigli accompagnati da
un'ottima documentazione, tenni il Corso libero d'inglese
scientifico nel 1978. Un'esperienza gratificante anche
per l'affluenza molto alta di studenti.
Un giorno, un gruppo di giovani sestesi, intenzionati a
costituirsi in cooperativa agricola usufruendo degli incentivi
previsti dalla Comunit europea per quel tipo di impresa,
chiese il mio aiuto per decifrare i documenti arrivati
da Bruxelles. Presto per mi accorsi che l'entusiasmo iniziale
andava scemando e non tardai a scoprirne la ragione:
erano arrivati da fuori degli spacciatori di droga e alcuni
ragazzi si erano lasciati adescare. Fra questi c'era Salvatore,
un ventenne che osservavo con interesse per i suoi commenti
pacati. A un certo punto non lo vidi pi, chiesi sue
notizie ed appresi che faceva uso di eroina. La mia reazione
immediata, di grande sconcerto, gli fu riferita. Un giorno,
a sorpresa - dato che ci conoscevamo poco -, mi venne a
trovare a casa. La conversazione fu breve, inframmezzata
da lunghi silenzi. Disse che sarebbe tornato e infatti, per
un periodo, venne regolarmente a farmi visita. Una volta
mi raccont della droga e ne parlammo a lungo. Quella
stessa sera torn da me in evidente stato confusionale e si
addorment sul divano. Andai dal medico a chiedere consiglio
e questi mi diede una fiala di Valium da iniettargli.
All'alba il padre di Salvatore era davanti al cancello e urlava:
Ridammi mio figlio!. Poco dopo Salvatore si convinse
ad accettare di disintossicarsi col metadone. Mi ero
trasferita a Roma da qualche anno quando, un bel giorno,
mi fece un'altra visita a sorpresa: l'incontro fu pieno di affetto
e di allegria. Aveva ripreso il suo lavoro di ambulante
e mi raccont che si metteva col camion all'angolo delle
strade a vendere frutta e verdura. Si era sposato ed era nato
suo figlio Ferdinando. Quando mi parlava del suo amore
con Isabella metteva una mano aperta sullo stomaco e diceva:
Quando penso a lei mi viene una frescura qui. Poi
Isabella rimase incinta del secondo figlio e un tumore a un
occhio si port via Salvatore in pochi mesi. Questa lettera,
scritta su un foglio di quaderno,  senza data.

Ciao Vera,
che la pace sia con te nella tua casa e con i tuoi amici.
Anche se l'ho cercata pi volte, non ho trovato la lettera
che avevo scritto per te e non ti ho mai spedito. Ricordo che
di sicuro c'erano dei ringraziamenti a te per tutto quello
che mi hai donato fin da quando ci siamo incontrati circa
16 anni fa, per certe basi che eri riuscita a seminare sul
mio terreno arido e incolto. Con semplicit mi insegnasti
ad amare gli altri, a cercare l'umanit tra le persone, l'amicizia
vera e l'uguaglianza sia sociale che umana. Mi hai
insegnato a guardare dentro di me con un occhio luminoso,
a chiedermi dei perch: da dove vengo, dove sono, dove
vado, come e con chi, quando, perch? Mi hai fatto vedere
come funziona il mondo, chi sono i potenti e chi gli umili e
come si lotta contro le discriminazioni egli oppressori.
Tutte cose queste che io ho usato molto male: per devo dire che
sono le cose che mi hanno aiutato nella vita. Infatti sono
convinto che quando uno si trova in grosse difficolt pu
essere salvato solo dalle cose che conosce e dai mezzi che ha.
Ricordo anche quando stavo imboccando strade sbagliate e
cercasti di mettermi un freno, faccendoni riflettere; non dimenticher
mai il giorno in cui mi desti un appuntamento
a dieci anni dopo, dicendomi che mi avresti augurato tante
cose belle, ma che sicuramente non sarebbero andate come
io pensavo. Avevi ragione e ti ringrazio tanto. Vorrei scriverti
tante cose, ma non ci riesco. Sono stato molto contento
per le poche ore che ti ho visto per Natale e spero di rivederti
presto. Ora ti saluto senza continuare e senza rileggere perch
sono distratto da certe voci che si sentono in cucina di
gente che  arrivata e rischierei domani di non finirla e non
spedirla. Ciao, salutami tanto Ann. Ciao, ti abbraccio forte.
Salvatore.
Scusami per la scrittura ma mi rendo conto di essere tanto
ignorante.

Sono tempi strani questi, tempi di persone che si rifanno
vive dopo anni di oblo, come richiamate dal riaffiorare
della loro immagine nella mia mente. In questi giorni,
proprio quando pensavo con rammarico quanto poco ricordo
del gruppo della piazzetta di cui Salvatore faceva
parte, mi  arrivata una telefonata di Angelo Musiu, uno
di loro. Abbiamo parlato a lungo di quegli anni; poi mi ha
scritto, allegando alla sua mail una mia lettera di allora:

Ciao Vera.
Al gruppo della piazzetta. Cos ci indirizzavi la lettera
allegata.
Una lettera dura, ferma, senza sconti, che fa capire tutta
la tua insofferenza per quel contesto di riferimento.
Noi, a pensarci ora, eravamo solo dei bambini che desideravano
essere visti e presi in considerazione. Questa
attenzione non l'avevamo avuta dalle nostre famiglie,
appena resuscitate dalle privazioni della guerra, ci veniva negata
dal sociale e dalla politica. Questo e l'et (nel pieno
dell'affermazione dell'individualit) ci spingevano ad andare
contro per conquistarci questa attenzione e sentirci
riconosciuti.
Personalmente ero molto critico e duro su queste posizioni
di scontro ad oltranza. Ma l'onda in tal senso era forte
e diffcile da mitigare, spesso ci ritrovavamo in pochi e
isolati nello sforzo di non farsi travolgere. Bisognava fare i
conti con una tale carica giovanile volitiva che non sempre
si riusciva a governare e renderla costruttiva. Veramente,
in quel periodo, il tuo sguardo attento e curioso e il tuo sforzo
per spronarci a darci un minimo di forma  stato per
molti di noi l'unica eccezione di rilievo.
Per le scritte su Bartolo(1) ricordo si era intentato un vero
e proprio processo interno al gruppo e solo dopo tanti anni
si scopr il vero responsabile. Purtroppo il corso della storia
lo conosciamo: alcol, droga, emarginazione hanno poi fatto
il resto.
Ma ci sono state anche belle iniziative. Proprio oggi, con
questo ennesimo attentato col camion avvenuto in Israele,
mi vengono in menta le tante iniziative fatte con la mostra
itinerante e i dibattiti sulla situazione in Palestina. La
commedia basta, tutta autoprodotta che pur non avendo
raggiunto, dal punto di vista dello stile recitativo, livelli eccelsi,
tuttavia maneggiava e trattava dei contenuti sociali
e politici di certo non usuali per ragazzi di quella generazione.
Ricordo ancora la prima presentata nei locali della
biblioteca Comunale in via Gorizia a Sestu (gestita allora
informa quasi di volontariato da Renzo Perra) con un pubblico
numerosissimo e molto partecipe (dovrei avere anche
delle foto, se riesco a trovarle te le faccio avere). Io avevo
curato tutta la parte musicale e dei suoni e partecipato al
gruppo che lavorava sui contenuti (penso di avere ancora
una sorta di canovaccio scritto di tutta la commedia). Proprio
sui contenuti mi ricordo che avevamo avuto con te parecchi
scambi.
Veramente un altro mondo se lo si pensa dalla prospettiva
attuale.
 stato un vero piacere sentirti e sapere che stai bene.
Mi piacerebbe tanto poter leggere la tua biografa quando
sar conclusa. Io sono sicuro che l'impulso che ci hai
trasmesso in quel periodo  stato per tutti noi gruppo della
piazzetta di fondamentale importanza. Io lo porto ancora
in me, con gratitudine, vivo e presente.
Dove ho potuto ho accompagnato molti amici verso la
porta d'uscita da questo mondo. Spesso lo abbiamo fatto in
gruppo (fino a che questo  esistito) come se fosse un debito,
un tributo nei loro confronti. Mi ricordo dei turni notturni
a casa di Forchetto (aveva gi perso i genitori) con Salvatore
che poi doveva partire prestissimo per il mercato ortofrutticolo
e gli altri del gruppo.  per me molto doloroso, rendermi
conto che una generazione sia stata cos pesantemente e
quasi di nascosto falcidiata. Gi da molto tempo mi sento
un po' come un sopravvissuto e ancora stento a farmene
una ragione. Non sono riuscito con Salvatore a stargli vicino
negli ultimi momenti della sua malattia. Isabella aveva
creato una barriera di protezioni e intimit che io ho rispettato
profondamente, ma mi fa piacere e mi commuove
sapere che abbia cercato, con una lettera, la tua vicinanza.
Qui trovi dei link del sito e della pagina Facebook dove puoi
farti un'idea (se hai voglia e tempo) del progetto a Ussana
di cui ti ho parlato al telefono. Precedentemente mi sono
occupato anche di un progetto a Sestu (chiamato arte sestu,
finanziato dal Comune), con ragazzi e bambini, per
abbellire artisticamente una piazza, renderla viva e vissuta
e rispondente ai veri bisogni della popolazione. Purtroppo
ci siamo fermati alla fase progettuale, con elaborati tecnici
e un grande modello in argilla, senza per riuscire a portare
concretamente a termine l'iniziativa. Il progetto  stato
comunque molto istruttivo e coinvolgente. Ti saluto con
l'augurio che ci si possa incontrare presto.
Angelo.

Al gruppo della piazzetta.

Nell'ottobre 1974, cinque ragazzi di Sestu che percorrevano
viale Elmas in macchina hanno visto una Giulia bianca
con 5 uomini a bordo che cercava di fermarli. I ragazzi,
temendo una rapina, hanno accelerato, ma la Giulia  riuscita
a bloccarli. I ragazzi impauriti sono saltati fuori dalla
macchina, cercando di fuggire. Uno di essi, Piscedda, ha
ricevuto una revolverata in piena faccia. Si  saputo poi
che gli uomini che viaggiavano sulla Giulia e quello che
ha sparato erano poliziotti in borghese.
 in quell'occasione, mentre preparavano un volantino
su questo fatto, che vi ho conosciuti. E Salvatore prima,
poi Marcello mi sembra, e poi altri di voi. In questo paio
d'anni il gruppo - e per un certo periodo ne ho fatto parte -
ha tentato con letture, discussioni, con lo spettacolo,
le 150 ore ecc. di rispondere al vuoto culturale e politico,
all'emarginazione che colpisce chiunque non segue la corrente.
Non abbiamo fatto molto, in parte per la nostra disorganizzazione,
la nostra pigrizia, il nostro insufficiente
impegno politico, in parte perch viviamo in una societ
disgregante e che tende sempre di pi a separarci gli uni
dagli altri, a mischiare le carte in modo che non si capisca
pi quali sono importanti e quali non lo sono.
Vi scrivo questo perch proprio ieri L'Unione Sarda
ha pubblicato un articolo intitolato: 5 condanne per la
sparatoria di viale Elmas - perdono giudiziale al giovane
ferito, in cui si annuncia che Piscedda  stato perdonato
perch era allora minorenne, mentre gli altri sono stati
condannati a 7 mesi di reclusione con la condizionale per
resistenza aggravata a pubblico ufficiale.
Il problema della polizia in borghese che ti ferma e se
non obbedisci (indovinando che sono poliziotti) ti spara
in faccia e poi vieni anche condannato per resistenza aggravata,
la polizia che spara liberamente alle manifestazioni,
uccidendo senza mai subire condanne, il problema
dell'ordine pubblico insomma  quello sul quale si gioca
con il compromesso Dc-Pci, il nostro destino dei prossimi
anni. Ora Andreotti propone anche di introdurre l'interrogazione
degli arrestati in assenza del loro avvocato
difensore, il sequestro delle radio-TV libere con semplice
atto amministrativo della polizia, la difesa a totale carico
dello stato degli agenti colpevoli di reati ecc. ecc. E ci in
un momento in cui la disoccupazione aumenta e il costo
della vita sale alle stelle.
In questa situazione, vi vedo prendere come bersaglio
Bartolo perch ha fatto delle scelte diverse dalle vostre e
Mario Orr perch responsabile di una settimana della
cultura sarda magari criticabile (ero assente o non l'ho vista)
ma sicuramente meglio di nulla, invece di Andreotti e
Cossiga! Mi dico con una stretta al cuore che la borghesia
pu andare avanti tranquilla: qui da noi l'ordine pubblico
regna. E quando gli oppressi e gli emarginati esauriscono
le loro energie, coprendo d'improperi quelli che ritengono
i pi deboli e si limitano a scrivere insulti personali sui
muri anzich affrontare la lotta politica, allora la borghesia
ha sogni d'oro garantiti.
A Sestu, mia figlia aveva un amichetto, Ignazio, di famiglia
molto povera, e una sera che andai a casa loro all'ora di
cena a prendere Ann, notai sul tavolo una grande teglia di
patate e pomodori con in mezzo un pezzetto di carne. La
madre segu il mio sguardo e disse che era riservato al padre
perch aveva bisogno di forze per lavorare. A volte Ignazio
saltava le lezioni ma andava lo stesso a scuola per vendere
lumache o asparagi selvatici alle maestre. Veniva spesso a
casa nostra ed entrando chiedeva:  ora di merenda? I due
bambini si divertivano insieme e ricordo che Ignazio insegn
ad Ann a leggere l'orologio. Invece mi giunse voce
che le donne del quartiere mi criticavano perch, secondo
loro, non stava bene che una bambina frequentasse un maschietto.
Constatavo che le differenze culturali fra Ann e
le sue compagne di scuola aumentavano di anno in anno.
Lei era diversa da loro, pi libera nel pensiero e nel comportamento;
a casa non c'era un televisore, lei leggeva libri
e aveva degli interessi, e ci teneva al suo rapporto con la
scuola. Un giorno avvenne un episodio, apparentemente
trascurabile, ma decisivo nel farmi capire che era arrivato
il momento di lasciare la Sardegna. Ann aveva dieci anni
ed era stata invitata alla festa di compleanno di una sua
compagna di scuola: torn a casa piangendo perch il libro
che aveva portato di regalo era sbagliato. E infatti lo
era perch nessuno regalava libri e i regali offerti dalle altre
bambine erano perlopi oggetti per il corredo: pinze da
zucchero, tovaglie, bicchieri. Il futuro di queste bambine di
dieci anni era gi segnato: sposarsi e avere figli; le pi audaci
fra loro ambivano a diventare parrucchiere o levatrici.
Uno dei maggiori vantaggi del nostro trasferimento a
Roma fu, per me, la fine dei doppi viaggi, ovvero da Basilea
o Bruxelles a Roma e poi da Roma all'aeroporto di Cagliari-Elmas,
allora attrezzato solamente per i voli nazionali.
In quegli anni le mie partenze erano frequenti poich i
miei clienti principali erano l'ibm in Belgio e la Banca dei
regolamenti internazionali in Svizzera. Inoltre, era il periodo
dei grandi scioperi dei controllori di volo, noti come
aquile selvagge ed i miei viaggi ne soffrivano per i ritardi
dei voli e per la ritardata consegna dei bagagli. Avendo
scoperto di avere diritto a un risarcimento immediato nel
caso di mancato arrivo della mia valigia, utilizzavo queste
somme per offrire un abbonamento al manifesto ai dipendenti
dell'aeroporto di Elmas.
Negli anni settanta l'ibm, detta Big Blue, deteneva l'oligopolio
del mercato informatico ed era il leader incontrastato
di una tipologia di computer di grandi dimensioni -
i mainframe - subito adottati dai centri di elaborazione
dati pi avanzati, in primo luogo dalla nasa, nonch dai
centri di calcolo delle maggiori aziende di tutto il mondo.
A met degli anni sessanta, l'ibm lanciava l'os (Operating
system), il primo sistema operativo compatibile con pi
modelli hardware e in grado di evolvere, ovvero di garantire
all'utente la funzionalit continua nel tempo dei propri
prodotti software: un'innovazione che diede vita al pi
importante ciclo di crescita nella storia dell'azienda. Dal
1965 al 1975 l'ibm quasi quintuplic le sue dimensioni su
scala mondiale ed i suoi mainframe si diffusero ovunque
nelle aziende del mondo occidentale.
In mezzo a un bosco, nel Centro di La Hulpe in Belgio,
l'ibm invitava i suoi clienti ad assistere alla presentazione
delle novit in materia di software e di hardware. Gli incontri,
una trentina all'anno, duravano una settimana e si
svolgevano in quattro lingue. Gli interpreti chiamati a La
Hulpe provenivano da vari paesi d'Europa. Io vi arrivavo
da Cagliari, dove vivevo in quegli anni. Le condizioni
di lavoro e i rapporti umani erano perfetti, ci facevano
sentire valorizzati al massimo e spronati a dare il massimo.
Per ogni seminario c'era un briefing introduttivo e
un debriefing conclusivo. Il briefing iniziale serviva a illustrare
agli interpreti il contenuto del seminario, a presentare
i relatori, a discutere insieme i termini tecnici nuovi
o di difficile comprensione. Le richieste dei presenti erano
sempre le stesse: da parte italiana ci raccomandavano di
usare i termini inglesi tali e quali, incominciando dalla
parola computer, mentre la parte francese esigeva, all'opposto,
di sentirci parlare unicamente in francese facendo
uso, per quanto possibile, dei termini ufficiali pubblicati
dall'Acadmie franaise a mano a mano che s'imponevano
nell'uso. Per me, inframmezzare l'italiano con termini
inglesi era frustrante e preferivo di gran lunga tradurre
dall'inglese al francese; ritenevo che la mia funzione non
si esaurisse nella comunicazione di quanto veniva detto
ma comprendesse anche la difesa della lingua. Mi sentivo
investita di un compito culturale pi ampio.
Purtroppo, il dominio incontrastato di cui godeva l'ibm
sul mercato mondiale fece s che i suoi dirigenti, forse troppo
impegnati a controllare l'andamento del titolo a Wall
Street, non si accorgessero che un gruppo di giovani ricercatori
stava lavorando all'invenzione di un piccolo computer
trasportabile, utilizzabile ovunque e connettibile a
qualsiasi macchina. In breve tempo, negli anni ottanta ricchi
di innovazioni in campo informatico, nasceva la computer
science e venivano alla ribalta personaggi nuovi che
passavano intere giornate davanti agli schermi dei primi
personal computer e producevano il primo programma di
videoscrittura e il primo videogioco. L'ibm entra in crisi e,
alla fine del decennio, con l'emergere dell'informatica distribuita,
tutte le sue sedi ricevono l'ordine di mantenere
un regime di austerit e di risparmiare il pi possibile.
Il risultato di tali misure fu che anche La Hulpe dovette
tagliare le spese e, per giunta, ricevette l'ordine di ingaggiare
solo interpreti residenti a Bruxelles e dintorni. E
cos, improvvisamente, da un giorno all'altro, si ruppe quel
modello di collaborazione quasi utopica durata venticinque
anni. Mi rimasero decine di quaderni, rubriche, fogli
sparsi dove avevo annotato parole, modi di dire, termini
tecnici, magari in parte gi superati o in via di estinzione.
Nei miei venticinque anni di lavoro all'iBM avevo acquisito
una buona infarinatura dei concetti di base dell'informatica,
nonch della relativa terminologia. Solo molti
anni dopo, alla BRI, la Banca dei regolamenti internazionali
di Basilea, avrei scoperto quanto mi sarebbero stati
utili. Infatti, in quello stesso periodo le banche stavano attraversando
una grande fase di informatizzazione, iniziata
gi negli anni settanta con l'utilizzo di apparecchiature
meccanografiche e continuata proprio con l'uso capillare
del mainframe ibm. L'informatica bancaria rappresentava
un terreno nuovo tanto per gli interpreti (per la parte
riguardante le funzioni bancarie) quanto per gli esperti
di banca e finanza (per la parte relativa all'informatica);
questi ultimi vedevano da un giorno all'altro modificare
i propri metodi di lavoro grazie all'informatizzazione
dei sistemi bancari. I problemi risiedevano soprattutto nel
linguaggio e, pi specificatamente, nella terminologia da
utilizzare, poich lavorare in un settore in corso di rapido
sviluppo significa lavorare con una lingua che va definendosi
giorno dopo giorno. Inoltre, la terminologia informatica,
in quanto soggetta ai rapidi mutamenti del settore, ha
durata ancora pi breve di quella di altri settori, si evolve
di pari passo con le sue tecnologie, e pertanto, quando una
di esse viene migliorata o sostituita da un'altra pi evoluta,
lo stesso destino spetta ai termini che a essa si riferiscono.
All'Universit di Ginevra avevo conosciuto Grard Ilg e
ricordo che avevamo scoperto con gioia il nostro comune
interesse per i dizionari tanto che, gi allora, cominciammo
a lavorare insieme a un glossario di proverbi poi rimasto
senza sguito. Finita l'universit, ci siamo persi di vista.
Oltre due decenni erano trascorsi quando Ilg mi offr
un contratto a Roma per l'Organizzazione sionista mondiale
che, mi scrisse, ci teneva ad avere interpreti ebrei. Gli
risposi che avrei accettato la sua proposta volentieri anche
se, da atea, non mi consideravo ebrea. La mia presenza in
quel consesso non mi sembrava per opportuna dato il
mio impegno pubblico a sostegno della causa palestinese.
Aggiunsi che avevo gi partecipato a questo genere di
riunioni in veste politica ed ero ben nota - e invisa - agli
organizzatori, s che volevo evitare di creare complicazioni
a lui e alla sua quipe. In risposta Ilg mi conferm
l'ingaggio poich, mi disse, per lui personalmente contava
soltanto la competenza professionale. Delle due giornate
di lavoro fianco a fianco conservo un ottimo ricordo. Ci
fu subito un'atmosfera di intensa condivisione sia nel registro
(ufficiale, confidenziale, serio o scherzoso) da usare a
seconda di chi parlava, sia nel giudizio, spesso ironico,
degli oratori. Ci lasciammo con grandi sorrisi e la promessa
da parte sua che ci saremmo rivisti presto.
Nelle settimane successive, appresi che Ilg era il capo
interprete della BRI, la Banca dei regolamenti internazionali
di Basilea e, a sua volta, lui venne a sapere del mio
Dizionario italiano-francese di termini in uso in economia,
borsa, finanza, commercio... e della mia esperienza in
campo informatico. Non immaginando che il suo presto
sarebbe stato cos imminente, fui sorpresa che mi offrisse
quasi subito due giornate di lavoro alla BRI. Nel frattempo
lessi ogni giorno il Financial Times e Il Sole 24 Ore da cima
a fondo, annotando sia i termini pi tecnici sia il linguaggio
veicolare, senza necessariamente cercare di trovare gli
equivalenti in altre lingue, ma semplicemente con l'intento
di facilitare la comunicazione usando parole e modi di
dire consueti per chi mi avrebbe ascoltato.
Non avevo mai sentito parlare della Banca dei regolamenti
internazionali anche perch  rarissimo che venga
citata nei titoli dei quotidiani o che figuri al centro di fatti
di attualit, e non avevo idea di quale ruolo essenziale
svolgesse nel mondo bancario internazionale, anche come
prestatore di ultima istanza. Prima di andare a Basilea, ho
consultato tutto quanto ho trovato in merito, scoprendo
che  l'istituzione finanziaria internazionale pi antica del
mondo e che, in pi occasioni, ha contribuito a preparare
il terreno ai grandi cambiamenti che hanno rivoluzionato
la scena economica europea e mondiale. Quando ci ho lavorato,
negli anni ottanta e novanta, le riunioni si concentravano
sulla vigilanza bancaria e sui flussi transfrontalieri
di capitali, pur rimanendo sempre alta, da parte della
BRI, l'attenzione all'andamento del debito internazionale,
della stabilit finanziaria e degli sviluppi provocati dall'integrazione
economica europea e, pi in generale, dalla
globalizzazione.
Agli interpreti era richiesto di mantenere il segreto professionale
riguardo tutto ci che veniva appreso durante
le riunioni (impegno che i membri dell'AIIC assumono in
ogni caso diventandone soci).(2) Tuttavia, grazie alla fiducia
di cui godevamo noi interpreti, eravamo autorizzati a
portarci in albergo i documenti da studiare per le riunioni
dell'indomani e quanto fosse importante la segretezza
delle informazioni, lo dimostra un episodio spiacevole che
caus a una collega la perdita dell'incarico.(3) Le riunioni
della BRI erano talmente riservate che perfino l'ingaggio
avveniva in modo insolito: non con la consueta lettera
d'incarico ma tramitepizzini di Ilg, alcuni dei quali si trovano
ancora tra le carte che ho conservato. Uno di questi
dice: Cara Vera, venga la mattina del giorno [...] ma le
dir io come presentarsi poich  una riunione ultraconfidenziale
e lei non  sull'elenco dei partecipanti.
Il mio primo impegno alla BRI fu la riunione mensile
dei dodici governatori delle banche centrali della Comunit
europea. Conoscevo solo alcuni dei miei colleghi
ma sapevo che godevano tutti di un'eccellente reputazione.
La crme de la crme mi disse Ilg. I miei interpreti
sono i migliori del mondo, perfino di quelli del FMI.
Ero in grande soggezione, non tanto e non solo davanti ai
miei colleghi quanto davanti al quadro che mi si presentava:
dodici signori seduti attorno a un tavolo - per l'Italia
erano presenti Carlo Azeglio Ciampi con Lamberto Dini
e Carlo Santini -, ciascun governatore accompagnato da
due consiglieri seduti alle spalle e pronti a rispondere al
suo minimo cenno. Uno di questi cenni, lo ricordo bene:
presiedeva la riunione Helmut Schlesinger, presidente della
Bundesbank, il quale, giunto alle Varie, disse: Ah, s, c'
la questione delle lingue di lavoro. In realt, Carlo Azeglio
sa bene il francese e l'inglese e non ha bisogno della traduzione
italiana, vero?. E mentre Ciampi si voltava sorpreso
verso i suoi consiglieri, Schlesinger prosegu: Benissimo,
allora eliminiamo la traduzione italiana e interruppe la
riunione per la pausa caff. E fu cos che l'italiano usc dalla
BRI. Ne fece ritorno in qualche rara occasione, quando
un rappresentante della Banca d'Italia ammetteva di avere
bisogno della traduzione. Questo episodio illustra bene
la tendenza di quegli anni, frequente in mbito europeo,
volta ad eliminare l'italiano dalle lingue di lavoro; tendenza
resa possibile dall'assenza, da parte dei nostri governi,
di una politica ufficiale di difesa della lingua italiana
nei consessi internazionali, diversamente dalla Francia, i
cui rappresentanti sono sempre attenti a tutelare l'uso del
francese; a tale lacuna si accompagnava la presunzione di
molti nostri rappresentanti di possedere una buona conoscenza
dell'inglese e di poter fare a meno della traduzione.
Poi, alla prova dei fatti, constatando la propria traballante
padronanza di quella lingua, i pi seri ammutolivano. Altri
invece intervenivano e non ci facevano onore.
Alla BRI regnava un'atmosfera ovattata: i toni erano
ufficiali, era d'obbligo mostrare deferenza nei confronti
dei partecipanti, spesso noti esponenti della finanza
mondiale, come il presidente della Federal Reserve, Alan
Greenspan, i cui interventi, costellati di riferimenti che
non afferravo bene, mi imponevano una concentrazione
tale che mi sentivo strizzare il cervello.
Constatando con soddisfazione che con il passare dei
mesi gli impegni alla BRI si moltiplicavano, andai a Londra
a seguire un corso di due settimane di terminologia
bancaria e finanziaria al City of London College. Mi fu di
grande aiuto in quanto mi permise di mettere a fuoco una
serie di concetti che ancora non avevo compreso a fondo.
Rinfrancata, ripresi i miei impegni a Basilea.
Pertanto, dal 1983 fino alla creazione della BCE nel
1998, andavo alla BRI una decina di volte all'anno. Ero
preposta sia alla riunione mensile dei governatori sia a
quelle dei gruppi di lavoro intenti ad approfondire argomenti
importanti per le principali banche centrali, quali
la tutela della sicurezza delle riserve auree da aggressioni
di tipo fisico, le strategie da adottare in caso di attacchi
al sistema informatico (oggi chiamati hacking, in italiano
hackeraggio), l'uso nelle transazioni interbancarie dei
REPO o Repurchase Agreement (in italiano pronti contro
termine) e di altri strumenti finanziari volti a garantire la
stabilit monetaria, uno dei principali obiettivi della BRI.
Il mio gruppo di lavoro preferito era quello dei sistemi di
pagamento. Durante quegli anni avvenivano profonde
modifiche nel sistema bancario e finanziario internazionale
ed era indispensabile creare un sistema informatico
comune, accessibile a tutte le banche centrali, per regolare
i flussi interbancari. Quindi il lavoro del gruppo consisteva
nel capire a fondo le novit a mano a mano che si
presentavano e nell'inventare strumenti adatti a gestirle,
per cui le competenze e le intelligenze dei partecipanti
venivano sollecitate al massimo. A guidare il gruppo era
Tommaso Padoa-Schioppa, che subito mi colp per l'attenzione
- mi verrebbe da dire il rispetto - con cui ascoltava
tutti gli interventi riuscendo alla fine, con una capacit di
sintesi eccezionale, a riproporre gli argomenti in modo
esaustivo e quindi a far avanzare il dialogo fra i presenti.
Negli anni successivi ho ritrovato spesso T.P.-S. alla Banca
centrale europea del cui Comitato esecutivo ha fatto parte
fin dall'inizio. Una volta, in uno dei nostri viaggi di ritorno
da Francoforte a Roma, mi capit di sedergli accanto.
Gli dissi che avevo imparato tanto dal suo modo, insieme
rigoroso e mite, di condurre le riunioni. Mi sorrise ed arross.
T.P.-S era un grande sostenitore della moneta unica:
ne defin la creazione un'esperienza esaltante.(4)

Un'esperienza esaltante la creazione dell'euro lo  stata
per tutti noi che, in una funzione o in un'altra, vi siamo
stati convolti. Nondimeno, l'intera impresa della crea-
zione del sebo (Sistema europeo di banche centrali), e in
particolare della bce, non era esente da ombre e spesso
queste mi sembravano inquietanti. Per esempio, per ade-
rire alla bce, le banche centrali nazionali dovevano esse-
re totalmente indipendenti dal proprio governo e quelle
che, come la Banca d'Italia, non lo fossero, erano tenute
a adeguarsi. In che senso indipendenti? Ebbene, la Banca
d'Italia fissava il tasso di sconto in accordo con il ministro
del Tesoro e, a tale proposito, ricordavo le parole di Luigi
Abete, presidente di Confindustria, secondo il quale un
punto in pi o in meno del tasso di sconto poteva significare
100000 posti di lavoro in pi o in meno. Eppure,
nonostante la rilevanza economica e sociale di tale calcolo,
non vi fu un vero dibattito pubblico in merito, anche
perch fortemente sottorappresentato dai media. Un caso?
Lessi qualche raro articolo sull'argomento e poi non se ne
parl pi. Ancora oggi continuo a chiedermi se un tasso di
sconto unico, fissato solamente in base a criteri monetari
e finanziari, per un territorio vasto e diversificato come
quello dei diciannove paesi che aderiscono alla moneta
unica, non abbia contribuito a determinare la sciagurata
politica dell'austerit: alla Grecia la Troika ha imposto
scelte politiche indegne e disastrose per il popolo ellenico
che, a testa alta, proclamava l'orgoglio di non morire di tasse;
e chiss se i nostri problemi di generale impoverimento
non siano anch'essi in qualche modo collegati.
Alla BCE ho avuto il privilegio di seguire l'intero percorso
della creazione della moneta unica, partecipando da
interprete alle riunioni dei governatori - per l'Italia Antonio
Fazio, sgradevolmente diverso da Carlo Azeglio
Ciampi - e a quelle degli alterntes (i loro sostituti) sui
risvolti pi politici della moneta unica: la sua funzione
come valore di riserva e non solo come moneta di scambio,
il passaggio dall'ECU all'euro prima come moneta di
conto virtuale e poi, col big bang, come moneta fiduciaria
avente corso legale; come distribuirne la produzione
fra i paesi membri: la BCE, non essendo un'azienda con
scopo di lucro, non poteva usare il criterio dei costi pi
bassi e stampare tutte le banconote in Grecia anzich in
Finlandia. Poi la questione del signoraggio, ovvero l'insieme
dei redditi derivanti dall'emissione di moneta. Per
me, il privilegio nel privilegio  stato di essere preposta al
gruppo Banconote, composto dai direttori delle stamperie
delle banche centrali. Per l'Italia era presente il dottor
Mori, persona deliziosa, disponibile e molto colta. Considerava
la banconota un pezzo della cultura italiana, come
effettivamente  se si pensa alla creativit e alla maestria
richieste per disegnarla e per produrla: per esempio, le
decorazioni intorno alla banconota, chiamate guilloches,
richiedono una competenza particolare ed  stato necessario
riunire i guillocheurs dei paesi interessati per capire
i pro e i contro delle diverse soluzioni. Una volta in un
viaggio aereo con il dottor Mori appresi, fra le tante notizie
ignote al grande pubblico, che la Banca d'Italia stampa
le banconote, i francobolli e le carte valori per altri paesi
privi di stamperie proprie, come l'Iraq, gli Emirati Arabi
Uniti e altri ancora. Una bella notizia che concorre a dare
spessore alla presenza italiana nel mondo. Non del medesimo
tenore mi sembra, invece, l'appellativo scelto dai nostri
rappresentanti per designare il sacchetto contenente i
primi euro, preparato dalle banche centrali per il lancio
della nuova moneta. La Bank of England lo ha chiamato
First Euro Kit, la Banque de France Sachet premiers euros,
la Banca d'Italia: Kit famiglia. Kit famiglia! Due parole rivelatrici
di una doppia sudditanza: alla lingua inglese la
prima e alla mentalit cattolico-conservatrice la seconda.
Uno dei problemi maggiori che il gruppo Banconote ha
dovuto risolvere  stato la quantit di moneta cartacea da
produrre, sia come valore complessivo sia rispetto ai singoli
tagli, visto che in alcuni paesi vengono usati di preferenza
tagli piccoli, mentre altri paesi tendono a preferire le
banconote di valore pi alto. L'allora ministro del Tesoro
Tremonti insisteva affinch ci fosse una banconota da 1
euro ma la sua richiesta fu respinta.
Tuttavia, negli stessi mesi e anni che vedevano la gestazione
dell'euro progredire passo dopo passo, il quadro
generale dell'uso della moneta nei paesi europei veniva
destabilizzato dall'introduzione e dalla rapida diffusione
della moneta elettronica: solamente un indovino avrebbe
potuto prevedere se ed in quale misura le carte di credito, i
bancomat, le prepagate ed altri strumenti monetari di rete
come la cybermoney avrebbero sostituito le banconote e
gli assegni. Oltre a problemi di fondo di questa portata,
le questioni di competenza del gruppo Banconote erano
numerose: al primo posto c'erano i problemi posti dalla
falsificazione nonch dalla contraffazione della nuova moneta
dato che il pubblico europeo - non aduso alle banconote
in euro - non era in grado di distinguere i biglietti
genuini da quelli falsi; inoltre, i giapponesi avevano subito
prodotto una fotocopiatrice che sfornava banconote in
euro quasi perfette e vani furono i tentativi per bloccarne
la vendita; altre questioni andavano dalla filigrana, al chip
e altri segni di sicurezza da incorporare nelle banconote,
a una serie di aspetti pi tecnici quali i colori che cambiavano
da un paese all'altro a seconda dell'acqua utilizzata;
e non meno importante era la sicurezza legata al trasporto
delle banconote sia sulla terraferma che nelle isole.
Davanti a tale mole di lavoro impressionante, era forte
la determinazione da parte di tutti di portarlo a termine
nel miglior modo possibile. Per me questo comportava
l'interpretazione delle sedute del gruppo Banconote e di
altri gruppi come quello della Vigilanza e dell'Informatica
bancaria, ma significava anche redigere man mano
i glossari inerenti ai diversi temi trattati e ci avveniva
spesso in collaborazione con Grard Ilg, nominato capo
interprete anche della BCE. Come avevo fatto in passato
per altri miei clienti, appuntavo termini e fraseologie, me
li studiavo dopo le riunioni per assicurarmi di capirli bene
e di conoscerne la traduzione nelle mie altre due lingue.
Molti anni dopo, nel novembre 2005, all'Universit San Pio
V di Roma, la studentessa Tiziana Iencinella si laurea con
110 e lode con una tesi intitolata: I glossari personali dell'interprete
nell'esperienza professionale di Vera Pegna. Dopo
alcune ore di registrazione a casa mia di ci che aveva significato
per me la professione di interprete di conferenza,
le avevo affidato un borsone pieno di quaderni, blocchetti,
fogli sparsi che contenevano glossari e appunti sui temi pi
vari affrontati nei miei cinquant'anni di lavoro; con intelligenza
e molta pazienza, Tiziana produsse una tesi in due
grossi volumi nei quali figuravano i miei glossari catalogati
con ordine e scoprii che era riuscita a desumerne un metodo
lessicografico di cui non ero consapevole!
L'ottima Tiziana Iencinella fece altres un lavoro da
certosino spulciando innumerevoli miei appunti buttati
gi in occasione di conferenze sui temi pi vari. A volte
uno stesso cliente, come l'Unione europea o la FAO, mi
assegnava a delle commissioni tecniche che richiedevano
una preparazione particolare. Per la FAO poteva essere una
conferenza sulla bilharziosi in Togo o sulla riproduzione
delle cavallette in Mauritania. Una volta, all'inizio degli
anni novanta, la Libia richiese alla FAO un aiuto urgente
per lottare contro la cosiddetta mosca assassina
(Cochliomyia hominivorax), una minaccia per l'intero patrimonio
ovicaprino del paese, unica fonte di reddito della
popolazione non urbana. Questa mosca, endemica nel sud
e nel centro degli Stati Uniti, non era mai apparsa fino a
quel momento nei paesi del Mediterraneo. La FAO mand
in Libia un'equipe di veterinari e tre interpreti. Appena
scesa dall'aereo fui colpita dal tipo di fotografie di Gheddafi
- erano dappertutto - che lo ritraevano in un modo
cos diverso dall'immagine che ne avevamo noi occidentali,
ovvero quella di un dittatore tronfio e minaccioso.
Nel suo paese, Gheddafi veniva rappresentato come un
capo bonario, seduto con la madre vicino alla sua tenda,
o nel deserto mentre beveva il t in un accampamento
di beduini. Gli esperti della FAO discussero a lungo con
i veterinari libici e poi questi, in nostra presenza, tennero
l'assemblea generale di tutti i veterinari del paese, in
maggioranza giovani donne. Furono mobilitati i Consigli
popolari, cio le organizzazioni politiche di base che,
insieme ai veterinari, prepararono a mano migliaia di
manifesti che dipingevano la mosca nei suoi vari stadi di
sviluppo e indicavano le zone dell'animale dove le larve si
annidano nella pelle per nutrirsi della carne viva. Durante
uno spostamento nel deserto, uno dei veterinari della FAO
cui chiesi come la mosca era arrivata in Libia, mi rispose
che basta metterne alcuni esemplari in una scatola di
fiammiferi e liberarli nel paese che si desidera infestare.
Grazie all'impegno dei veterinari e alla mobilitazione capillare
del partito, nel giro di poche settimane la minaccia
della mosca fu eradicata.
Per le questioni aventi risvolti di natura politica, la FAO
organizzava riunioni di alte personalit. A una di queste
la decisione da prendere riguardava l'Iraq, devastato dalla
guerra; le coltivazioni di grano, ormai quasi maturo,
rischiavano di essere distrutte da un parassita. Per salvare il
raccolto, bisognava urgentemente irrorare i campi con un
antiparassitario, ma essendo stato proibito il sorvolo del
territorio occorreva un'autorizzazione ufficiale. La risposta
fu negativa, non si poteva permettere ad aerei iracheni
di alzarsi in volo. I funzionari della FAO proposero allora
di mandare i propri velivoli con i propri piloti, ma anche
cos la risposta rimase negativa.
Di tutt'altro argomento mi sono occupata quando
Gorbacv prese il potere e divenne chiaro che la Guerra
fredda e la corsa agli armamenti sarebbero volte al termine.
Gli industriali delle armi erano giustamente preoccupati
per il proprio futuro e invitarono Henry Kissinger a
fare una disamina della situazione generale ed a esprimere
la propria opinione sulle previsioni a breve e a lungo
termine per il settore. Kissinger li rassicur: non c'era da
preoccuparsi, disse, i conflitti regionali sono facili da fomentare.
Attualmente nel mondo ce ne sono oltre mille.
Invece, un'esperienza piacevole l'ebbi in Vaticano nel
1982. L'Associazione europea dei produttori di laterizi,
dopo una giornata di lavoro, aveva in programma un incontro
con papa Wojtyla. Giunti sul posto, veniamo accolti
da un rappresentante del cerimoniale che chiede chi
 l'interprete. Mi faccio avanti, lui mi guarda perplesso e
dice che il papa non pu essere interpretato da una donna.
Torno a sedere. Entra il papa, saluta in tre o quattro
lingue, fa un breve discorso e i presenti si mettono in fila
per salutarlo personalmente. Non so cosa fare: ci vado o
non ci vado? Ci vado e mentre mi avvicino il papa mi dice,
scherzoso: Le hanno impedito di lavorare!. Scambiamo
sorrisi e una forte stretta di mano.
Da libera professionista, ho potuto organizzare il mio lavoro
con una certa libert, evitando argomenti che non m'interessavano
o che mi avrebbero richiesto una preparazione
eccessiva. Ero stata formata all'Universit di Ginevra e, i
primi anni, avevo esercitato la mia professione in Svizzera
e in Francia dove gli interpreti di conferenza erano riconosciuti
e stimati, al contrario di quanto accadeva in Italia
dove le interpreti, allora esclusivamente donne, venivano
chiamate le signorine della traduzione ed erano considerate
prive di professionalit. Ricordo che una volta avevo
accettato di lavorare a Venezia ad una conferenza internazionale
sull'arbitrato e l'organizzatore italiano aveva scritto
agli interpreti raccomandando di non pronunciare mai le
parole Repubblica democratica tedesca, anche se usate
dai partecipanti, ma unicamente l'appellativo Germania
orientale. Gli risposi che la mia deontologia professionale
non mi permetteva di travisare i termini usati dai partecipanti
e ne scatur un putiferio. Eravamo nel mese di settembre
del 1969, ero incinta di otto mesi e, sul vaporetto che ci
portava all'isola di San Giorgio, quel signore continuava ad
infastidirmi con argomenti del tipo io la pago e lei deve fare
come dico io. Per fortuna il tutto si risolse in una bolla di
sapone perch nessuno parl della ddr. Un altro intervento
sul luogo di lavoro, di tipo diverso ma altrettanto inopportuno,
mi capit a Confindustria. La gentilissima impiegata
incaricata di ingaggiare gli interpreti mi disse che ero stata
notata al bar con l'Unit che sporgeva dalla mia borsa e mi
spieg che questo giornale non era gradito in Confindustria
e quindi... Quindi non tenni conto del suo ammonimento
e Confindustria smise di chiamarmi, dopo dieci anni di
collaborazione soddisfacente per ambo le parti.
Le organizzazioni che facevano regolarmente ricorso a
interpreti come la FAO, la BCE e la RAI si rivolgevano direttamente
a noi per telefono o via fax. Invece, le associazioni
pi piccole, in particolare quelle professionali e di categoria,
chiamavano il Consorzio romano interpreti di conferenza
(CRIC) fondato e diretto da colleghi membri dell'AIIC
che distribuivano equamente il lavoro fra i soci. A volte,
quando i soci erano tutti impegnati, offrivamo qualche
giornata di lavoro a colleghi non membri dell'AIIC, i quali
erano soliti accettare condizioni di lavoro e compensi inferiori
ai nostri. Tranne poche eccezioni, venivano da noi
considerati poco professionali e definiti il sottobosco.
Negli anni novanta mi venne l'idea - subito accolta
dal CRIC - di organizzare dei seminari di aggiornamento
professionale sia per realizzare un piccolo introito per il
nostro consorzio, sia per farci conoscere dai nostri clienti
come professionisti qualificati e magari invogliare i
colleghi pi bravi del sottobosco ad avvicinarsi all'AIIC.
Insieme ad altre colleghe organizzammo, fra il 1995 ed il
1999, cinque seminari su temi di grande attualit quali
le istituzioni comunitarie europee, l'unione economica e
monetaria, multimedialit e comunicazione e, il mio preferito,
Law for Linguists, tema amplissimo che decidemmo
di circoscrivere alla criminalit organizzata, scelta motivata
da tre eventi recenti: all'OCSE era stata sottoscritta la
Convenzione sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali
stranieri nelle operazioni economiche internazionali, il governo
Jospin aveva istituito una nuova Brigade criminelle
e la Banca d'Italia un Osservatorio sul riciclaggio. I nostri
relatori erano degli esperti dell'argomento, venivano affiancati
da un linguista e ai partecipanti venivano forniti
dei glossari artigianali su temi specifici, opera di singoli
interpreti, fatti per loro uso personale in preparazione di
una conferenza. Un esempio: Words ofthe Underworld, un
glossario inglese-italiano di 5 pagine di parole ed espressioni
usate dalla malavita; glossario prezioso, fatto dal
vivo, quindi di valore ben maggiore di qualsiasi pubblicazione,
poich si sa che i dizionari risentono del tempo e
raramente riportano termini specialistici anche se di uso
comune. I seminari furono per me una bella esperienza
che mi valse il premio Babele della citt di Genova per il
contributo dato alla formazione professionale degli interpreti
di conferenza in Italia.
Nei miei cinquant'anni di professione ho lavorato pi all'estero
che in Italia: a Bruxelles, Basilea e Francoforte per
le organizzazioni finanziarie e quelle europee, e nei paesi
arabi, nell'Africa centrale ed in Asia per la FAO. Ricordo la
discesa dell'aereo su Tananarive - oggi chiamata Antananarivo -
al tramonto e la distesa infinita del viola ametista
dei jacaranda in fiore. Conservo ancora una bella tovaglia
di batik viola e verde offertami da Skou Tour, il presidente
della Guinea, per avere tradotto i suoi lunghissimi
discorsi alla cena finale. E sorrido pensando a Kapila, un
bambino cingalese di nove anni che incontrai alla stazione
ferroviaria di Colombo. Desideravo vedere gli affreschi di
Sigiriya e aspettavo il treno seduta su una panchina quando
mi si avvicin, mi sfior il braccio e mormor: White
beautiful. Lo feci sedere accanto a me e conversammo con
gesti e sorrisi, per mancanza di una lingua comune. Sal
sul treno con me e, a una fermata che sembrava in mezzo
al nulla, mi prese per mano e scendemmo. Mi condusse a
casa sua, appena dentro il bosco, dove fui accolta calorosamente
dalla madre la quale mi offr del riso molto piccante
e poi andammo a vedere le iguane, tante e coloratissime,
che prendevano il sole. Un ricordo al quale la mia mente
ritorna sempre volentieri. Un altro bel ricordo  la settimana
trascorsa a Trollhttan, cittadina del sud ovest della
Svezia, dove aveva sede la fabbrica di automobili SAAB.
Per l'inaugurazione di un nuovo modello di auto, dotato di
un particolare tipo di sistema frenante, erano stati accolti
giornalisti specializzati del mondo intero. Divisi per gruppi
linguistici, i giornalisti erano invitati a provare i freni in
condizioni estreme, al nord del Circolo polare artico, su un
lago ghiacciato affittato dalla SAAB per l'occasione. Vi accompagnai
i giornalisti di lingua francese e quelli italiani e
spagnoli. Fu un'esperienza straordinaria che mi permise di
capire quanto la neve ed il ghiaccio mi sono estranei.
Col passare del tempo, il ricordo dei numerosissimi volti,
luoghi, episodi relativi all'esercizio della mia professione
sono andati sbiadendo, anche se  sempre con piacere che
penso ai tanti miei colleghi con cui ho condiviso momenti
di ansia e di allegria ma, a volte, anche di ansia perch the
show must go on, cio qualsiasi cosa succeda l'interprete
deve continuare a lavorare; come quando, chiusa nella mia
cabina di simultanea ad Abidjan, scorsi un enorme scarafaggio
alato a pochi centimetri dal mio viso... Tuttavia, mi
rimane un certo rammarico per non avere approfittato dei
miei viaggi per acquisire una maggiore conoscenza di paesi
e popoli che difficilmente avr l'occasione di rivisitare.

Note.

1.Qualcuno del gruppo, scoperto che uno di loro, Bartolo,
era omosessuale, lo scrisse sui muri del paese.

2. Codice deontologico dell'AIIC, art. 2a: I membri dell'Associazione
saranno vincolati dal pi stretto riserbo, da osservare
verso tutti riguardo qualsiasi informazione appresa nel corso
della pratica della professione in eventi non aperti al pubblico;
art. 2b: I membri si asterranno dal trarre alcun tipo di vantaggio
personale dalle informazioni confidenziali apprese durante
l'esercizio dei propri doveri come interpreti di conferenza.

3. Che io ricordi successe un solo incidente: una collega italiana
usc dall'albergo per recarsi al lavoro ma prima pass in
farmacia, dove distrattamente lasci i documenti della BRI sul
bancone. Il farmacista, vedendo la scritta BRI e pensando di
fare cosa gradita, li riport subito alla Banca, che distava pochi
metri. La collega fu licenziata in tronco.

4.Massimo Giannini, Addio a Padoa-Schioppa, padre dell'euro,
in la Repubblica, 19 dicembre 2010.
...
L'antisionismo non  una forma di antisemitismo.

Erano gli anni delle lotte antimperialiste, perci era naturale
includere la lotta del popolo palestinese nel raggio di
azione del Comitato Vietnam. Si organizz una raccolta di
soldi per acquistare un'ambulanza ottimamente attrezzata
che venne consegnata ad al-Fath. A Milano nacque il Movimento
degli ebrei di sinistra e venni invitata ad aderirvi.
Partecipai a una prima manifestazione con tanto di striscione
che annunciava chi eravamo ma, nonostante gli applausi
dei passanti, me ne tornai insoddisfatta senza riuscire
a spiegarmi il perch. In realt, non avevo ancora riflettuto
a fondo su che cosa significasse essere ebreo: da un lato
non mi sentivo tale e dall'altro non volevo negare la mia
origine familiare ebraica. Solo negli anni successivi, grazie
a incontri significativi come quello a Parigi con Maxime
Rodinson, i cui genitori erano morti ad Auschwitz, incominciai
a circoscrivere alcuni concetti di fondo.
Avevo chiesto a Rodinson di ricevermi perch trovavo
straordinari alcuni suoi libri sugli arabi e sulla religione musulmana,
e difatti lo sono perch, da studioso marxista, il
suo sguardo verte sull'economia e sulla societ e non, come
spesso accade, sulla religione con, per giunta, in filigrana
quella cattolica, perlomeno da noi. Inoltre - ed era probabilmente
questa la ragione di fondo che mi aveva spinto a
cercarlo - perch si dichiarava apertamente antisionista.
Allora i rari ebrei che si dichiaravano tali venivano etichettati,
dai sionisti filoisraeliani, come un ebreo che odia se
stesso (a self-hating Jew). L'incontro con Rodinson mi diede
grande sollievo: finalmente mi liberava dalla sensazione
di incertezza e di confusione mentale immancabilmente
presente ogni qualvolta mi trovavo davanti all'argomento
ebrei-sionismo-antisemitismo. Da sempre respingo con
forza la tendenza a crogiolarsi nei propri sensi di colpa,
un esercizio sterile che mi sembra volto a porre la propria
persona sempre in primo piano, s che rifiutavo di colpevolizzarmi
per il fatto di non sentirmi ebrea e di denunciare il
carattere coloniale e razzista del progetto sionista.
In Francia, Rodinson era stato uno dei promotori del
GRAPP (Groupe de recherche et d'action pour la Palestine)(1)
cui aderivano note personalit, firmatarie di un documento
che incominciava con queste parole:

Noi francesi di ascendenza ebraica, noi che una terminologia
razzista chiama ebrei;
di origine, formazione, opinioni diverse, riuniti dall'unico
legame della persecuzione comune sofferta da noi, dai
nostri genitori, dai nostri amici;
siamo indignati dell'utilizzo permanente che viene fatto
delle nostre persone, delle nostre sofferenze o di quelle dei
nostri cari da gruppi, organizzazioni, uno Stato al quale
nessuno dei noi ha dato mandato alcuno per questo fine...

L'opposizione al sionismo ha una storia - anch'essa come
quella della Nakba dei palestinesi o quella degli arabi ebrei
trasferiti in Israele - travisata e occultata dalla narrazione
sionista. Ancora oggi poco si sa dell'opposizione al sionismo
espressa da numerosi rabbini e comunit israelitiche
in Europa e negli Stati Uniti, sia al primo congresso sionista
mondiale del 1897 che in sguito alla Dichiarazione
Balfour.(2) Allora, avendo avuto notizia delle simpatie del
loro governo per le tesi sioniste, le due massime autorit
della comunit israelitica britannica, David Alexander,
presidente del Consiglio dei parlamentari britannici ebrei
e Claude Montefiore, presidente dell'Associazione anglo-ebraica,
espressero la loro condanna categorica all'idea di
uno Stato ebraico in questi termini: Gli ebrei emancipati
di questo paese si considerano innanzi tutto una comunit
religiosa e hanno sempre fondato la loro richiesta di
uguaglianza politica con i concittadini di altri credi su tale
assunto e sul suo corollario, ovvero che non hanno altre
aspirazioni nazionali in senso politico.(3) Non mancarono
le voci di dissenso al progetto sionista fra le comunit israelitiche
italiane. Il giornale piemontese Il Vessillo Israelitico,
portavoce dell'ebraismo emancipato, prendeva posizione
contro il sionismo e il rabbino Flaminio Servi, alla guida
dei rabbini italiani contrari al sionismo, afferm che il sionismo
favorisce l'antisemitismo, perch accredita l'accusa
mossa agli ebrei di dover dividere la loro fedelt e di essere
inassimilabili.(4) Il progetto sionista fu contestato altres da
eminenti intellettuali come Judah Magnes e Martin Buber
perch impostato sul nazionalismo religioso. Tali prese di
posizioni dimostrano che alla parola ebreo vengono dati
due significati distinti, uno religioso e l'altro secolare; lo
spiega il filosofo israeliano Yeshayahu Leibowitz:

Il popolo ebraico storico non  stato definito n come una
razza, n come un popolo di questo o quel paese, n di questo
o quel quadro politico, n come il popolo che parlerebbe
questa o quella lingua, ma come il popolo del giudaismo
della Torah e dei suoi comandamenti, il popolo di un modo
di vivere specifico, tanto sul piano spirituale che sul piano
pratico, modo di vivere che esprime l'accettazione del
giogo del Regno dei Cieli, del giogo della Torah e dei suoi
comandamenti [...] Nel XIX secolo [...] si  prodotta una
lacerazione che con il tempo non ha smesso di allargarsi e
di approfondirsi: quella fra ebraicit e giudaismo. Il gruppo
umano riconosciuto oggi come il popolo ebraico non  pi
definito, da un punto di vista fattuale, come il popolo del
giudaismo storico, che sia nella coscienza dei suoi membri,
o in quella dei non ebrei. Esiste certo in questo popolo un
numero non trascurabile di persone che si sforzano, individualmente
e collettivamente, di realizzare il progetto di
vita del giudaismo. Ma la maggioranza degli ebrei - bench
sinceramente cosciente della propria ebraicit - non accetta
il giudaismo e addirittura lo detesta.

Gli oppositori al sionismo furono costretti al silenzio dalla
storia cruenta dell'Europa, dall'eccidio deliberato da parte
del regime nazista di oltre dieci milioni di persone perch
ritenute ebree o perch zingare o disabili o avversarie del
regime hitleriano. In particolare, il massacro sistematico
degli ebrei da parte dei nazisti costitu, agli occhi dei
sionisti e non solo, la conferma che il loro destino era di
essere perseguitati sempre ed ovunque, rafforzando cos la
tesi secondo la quale l'unica soluzione al problema consisteva
nell'assecondare la richiesta dei leader sionisti di
avere uno Stato tutto loro, uno Stato ebraico.
Dopo la proclamazione dello Stato d'Israele, quando
anche al suo interno voci autorevoli come quella di Israel
Shahak, presidente della Lega israeliana dei diritti dell'uomo,
denunciavano la natura essenzialmente razzista del
sionismo, ho continuato a seguire il filone di pensiero
contrario alla commistione fra religione e nazionalismo,
nonch le condanne del progetto sionista riassunte nello
slogan del piccolo partito israeliano Matzpen: Zionism or
peace, it'syour choice. Ma  grazie a Rodinson e al GRAPP
che, negli anni settanta, appresi l'esistenza nel Regno Unito,
in Belgio, negli Stati Uniti e in altri paesi, di gruppi organizzati
di ebrei antisionisti; gruppi certo non numerosi,
ma decisi a far sentire la loro voce dissenziente rispetto al
progetto sionista e ad affermare il loro rifiuto di esserne
coinvolti in quanto ebrei. Anche in Italia, nel 1997, circolava
una dichiarazione di questo tenore intitolata Oggi
parlano i non sionisti, a firma di Georges Adda di Tunisi
e di Pier Giovanni Donini; terminava con questa frase:

L'essenziale  infrangere il silenzio che fa il gioco dei sionisti
e dei razzisti antiebraici, uscire da un immobilismo
gravido di conseguenze, manifestare la nostra presenza e
la nostra volont.

Il mio interesse riguardo all'antisionismo era dettato dalla
ricerca di argomenti in grado di confutare la narrazione
secondo la quale tutti gli ebrei del mondo, e non solo quelli
registrati presso le migliaia di comunit israelitiche sparse
per il pianeta, formano un unico popolo. Per contrastare
tale tesi - data come verit assoluta della cui fondatezza
anche oggi  vietato dubitare - non mi bastavano le condanne
delle discriminazioni e dei crimini inflitti ai palestinesi
dai governi israeliani, cio le condanne delle violazioni
dei diritti umani e del diritto internazionale - le
quali, peraltro, potevano continuare all'infinito grazie
all'impunit di cui godono i governi d'Israele da quasi
sessant'anni, qualsiasi malefatta o crimine compiano. No,
l'argomento atto a contrastare la rivendicazione di Israele
di essere lo Stato ebraico, ossia lo Stato di tutti gli ebrei
del mondo,  la denuncia dell'uso fraudolento del termine
biblico di popolo ebraico, che stravolge il senso biblico di
popolo eletto da Dio in quanto strettamente osservante
delle norme della Torah. Porre fine al progetto sionista di
conquista dell'intera Palestina, riservata agli ebrei, quindi
liberata dai suoi abitanti,  la premessa indispensabile
affinch lo Stato d'Israele diventi lo Stato dei suoi cittadini,
uguali davanti alla legge e con leggi uguali per tutti.
Fra le mille e complesse implicazioni storiche, politiche,
morali, umane di siffatta rappresentazione della storia, la
quale rivela che lo Stato d'Israele  stato creato con l'impostura
e grazie a un sistema di alleanze fondato su interessi
geopolitici, oggi ne emerge una che s'impone su tutte: Israele
ha il diritto di esistere non come Stato del popolo ebraico,
ma come stato del popolo israeliano nel cui futuro si configura
necessariamente la convivenza con i palestinesi che
torneranno sulla loro terra. Dunque il popolo palestinese
ed il popolo israeliano, due popoli connotati come tali per il
fatto di avere, ciascuno, le proprie istituzioni rappresentative,
essendo questo l'unico criterio universalmente accettato
per connotare un popolo in senso politico. Inversamente,
l'assenza di istituzioni rappresentative comuni fra tutti gli
ebrei del mondo costituisce la ragione fondamentale per cui
essi non possono essere considerati un unico popolo.
Erano poche le persone attorno a me con cui riuscivo a
stabilire un dialogo serio e pacato sul tema del sionismo
e dello Stato di Israele senza trovarmi davanti al muro
dell'eurocentrismo, ovvero dell'esclusione aprioristica dai
propri orizzonti di ci che non  europeo accompagnata
da un misto di senso di colpa per la Shoah e di ammirazione
per gli ebrei che ci hanno dato tanti scienziati e
musicisti. In vano cercavo, ogni volta, di ricordare gli altri
ebrei, quelli arabi, quelli persiani, quelli delle montagne
della Georgia e gli ebrei americani la cui storia non era di
discriminazioni e di persecuzioni. Quando lessi l'articolo
di Rossana Rossanda, intitolato Voglio essere ebrea, le
risposi nella speranza che il manifesto mi pubblicasse. Lo
fece, imponendomi il titolo Voglio essere palestinese.

Il manifesto, 2 luglio 1982.
Voglio essere ebrea di Rossana Rossanda.

Un oscuro disagio mi ha colto quando ho letto i primi
appelli contro Begin e il massacro del palestinesi, tutti
firmati da ebrei. Quante scoperte: sono, dunque, ebrei il
tale e la tal altra, non lo avevo pensato. Evidentemente si
poteva immaginare o sapere, se uno se lo fosse chiesto;
ma io non me lo chiedo mai.  ben fermo nella mia memoria
il giorno in cui la mia compagna di banco, che si
chiamava Giorgina Moli e non ho mai pi rivisto, mi ha
detto: Domani non verr pi a scuola; ed io, stupefatta:
Perch?. Rispose: Perch sono ebrea. E poi altri spariti
dalla classe, fortunatamente in tempo. E il silenzio degli
adulti, padri e madri e professori, tutti antifascisti o afascisti
o comunque rassegnati a non dire, persone quando
qualcosa facevano - quel silenzio che chi, come me,
aveva quattordici anni nel 1938, non perdoner loro mai.
Poi con la guerra tutto  diventato orrendamente chiaro e
credo che da allora il colmo della persecuzione si sia legato
per sempre in me al colmo dell'irrazionalit. Perch io ero
ben una triestina, di formazione laica e medioeuropea,
niente affatto religiosa e niente affatto nazionalista (e se lo
era stato mio padre, combattente dell'irredentismo contro
l'Austria, le aquile fasciste e il sole che sorge lo avevano
vaccinato subito contro il morbo). Quell'orribile chiarezza
via via si sarebbe formulata nel 1944, nell'incerto spessore
delle voci su quello che avveniva in Germania e dalle quali
la coscienza arretrava, come dal dare il loro vero senso alle
parole soluzioni finali, pur rassegnata com'ero all'idea
di altre ingiuste morti, finch gli alleati e la Resistenza non
avessero liquidato il mondo. Ma quella carneficina, quei
forni crematori! quella macchina distruttiva, quella massa
di cadaveri scarnificati, quei resti - quando ancora ne vidi
a Buchenwald poche pietose tracce, privi di sensazionalismi -
mi dettero una angoscia, una malattia dell'animo
da cui non sono guarita. La stella gialla, gli ebrei nascosti,
furono - nel pi grande massacro di altri o rispetto all'orrore
per esempio di Hiroshima - quello che pi si rivelava
vicino a una mostruosit interiore possibile, a una piega,
a un risvolto, che, differentemente dall'atomica, poteva
albergare dentro ciascuno, nel vicino tranquillo, nell'intellettuale
militante, perfino nell'operaio; era peggio di
faccetta nera, era l'immensit morale della questione
ebraica. Chiusa la guerra, pensai che fra i mai pi doveva
esserci questo: che non saremmo tornati mai pi a
pensare in termini di ebreo o non ebreo, quando vedevamo
qualcuno, come infatti non avevo pensato fino al 1938.
Rimozione? Non credo. Non  rifiuto di sapere, o peggio,
voglia di dimenticare;  rifiuto di accettare una differenza
proiettata all'infinito dal patimento del popolo della Diaspora:
accettarla vuol dire gi dividerlo da s. Cos, il mio
primo riflesso in questi giorni  stato di mandare subito
una firma sull'appello di Edith Brck e Natalia Ginzburg;
come quando qualcuno mi chiede Sei ebrea? il mio riflesso
 di rispondere S, naturalmente, anche se le cose
come andarono - non fui mai perseguitata per questo, ma
in casa mia non mi si disse mai Tu non sei ebrea, e noi non
siamo ebrei - mi fanno pensare che non lo sono, o forse
in misura insufficiente per essere setacciata dai dosaggi
fascisti. Ma poi non l'ho mandata, questa firma, perch
penso che non sarebbe stata accettata, o sarebbe stata mal
capita - scusi, signora, lei non  dei nostri; o peggio, quale
problema mi poni ancora, tormentato come sono? Eppure
io voglio essere ebrea, se l'ebreo  quel che in noi pu essere
sempre l'altro, quello con minori diritti, il senza patria,
il perseguitato, l'immagine in cui la nostra crudelt
o incertezza o paura improvvisamente coagula il diverso,
e quindi nemico. E vorrei che chi si sente invece ebreo per
convinzione familiare o culturale o religiosa reclutasse gli
altri ebrei del mio tipo, e rifiutasse, invece, quel perimetro
rigido di diversit che anche questi appelli rendono,
improvvisamente, visibili. Mi si dir: ma, politicamente,
 proprio la protesta della Diaspora che potr influenzare
Begin. Le altre proteste sono meno valide. Qualcun altro,
non ebreo, mi ha detto in Francia: fatico a protestare, pur
essendo tutto con i palestinesi, proprio perch non sono
ebreo, e il debito che abbiamo con gli ebrei, noi non ebrei,
 inesauribile. S, sono due argomenti politici: valido
pi il primo che il secondo. Perch il secondo si pu rovesciare
nel fatto che per tutti, s, il debito  inesauribile,
salvo che per i palestinesi. Ma la politica, per una volta,
mi interessa meno di qualcos'altro. Il qualcos'altro  che
non posso rivedere la stella gialla su nessuno, neanche
orgogliosamente posta da s solo, come sigla positiva di un
popolo sofferente. Non posso accettare che gli ebrei della
Diaspora si sentano specificamente coinvolti da quello
che fa Begin. Io non mi sento che assai moderatamente
responsabile di quello che fa Spadolini, e scrivere che l'Italia
, oggi come oggi, un paese immondamente corrotto,
non mi crea problema alcuno. Perch ho la mia terra,
mi obietteranno. Pu darsi. Non credo. Credo che la mia
terra non mi interessi come tale, per niente, perch starei
dovunque, mentre  per me fondamentale il contrario, il
non lasciare entrare chiunque dovunque voglia stare.
Perch dunque gli ebrei della Diaspora sentono una tragedia
morale per quel che accade in Israele? Essi non ne sono
responsabili in alcuna particolare maniera. L'avere sperato
che essere anche una nazione non diffusa, uno stato
dove alcuni di loro potessero scegliere di vivere, dopo
tanto errare e patire, significasse essere una nazione,
o stato, diverso dagli altri, per definizione purificato e
giusto,  stata una ingenuit, non una responsabilit; gli
stati non sono giusti. La precariet degli inizi dello Stato
d'Israele, la forzatura da cui  nato, pu creare sentimenti
assai contrastanti e complessi: paura di essere sommersi
da un mondo tutto arabo - ma questa paura non  finita?
Inquietudine nel sapere che questa terra, tanto tempo fa
perduta e ora tolta ad altri, che improvvisamente acquistano
la sua immagine - forse per questo qualcosa dentro
di s vorrebbe che non fossero? Quello per cui su
Le Monde, scrive una signora ebrea: tutto questo per me 
insopportabile, impossibile. Impensabile senza impazzire.
S, in questi termini lo . L'errore sta nell'avere creduto che
il popolo perseguitato pi di qualunque altro fosse il solo
indenne dall'introiezione, appena fosse diventato stato,
del marchio della persecuzione: Israele aveva pi di tutti,
e non solo per la relativa artificiosit della sua nascita,
le probabilit di diventare uno stato di destra e ingiusto.
Le fotografie dei prigionieri bendati, mani e piedi legati
per terra, non bastano a dire nazismo, ma che importa?
Sono al di qua, al di l di ogni diritto umano, e sono inflitti
da israeliani, anche perch chi ha molto patito conosce
come si infliggono le umiliazioni e le sofferenze. L'ingiustizia
subita non ti lascia mai. L'Olocausto non ha fatto
degli ebrei i giusti per definizione, e meno ancora poteva
fare giusto il loro stato.
Bisogner pure un giorno acquisire questa constatazione,
uscire dalla leggenda costruita da una massa secolare
di dolore. E allora difendere Israele sar compito di tutti e
attaccare la sua politica del Medio Oriente anche. Difendere
i palestinesi come l'immagine speculare di un meccanismo
gi sofferto, sar compito di tutti i discriminati,
anche di coloro che non sono stati discriminati per essere
senza terra. Lavorare su questo  pi difficile che patire.
Sono parole dure, ma vere. Diaspora e sinistra, ebrei e non
ebrei - non voglio pi distinguere - non hanno lavorato in
questi anni n per la causa d'uno Stato realmente democratico
d'Israele, n per quella dei palestinesi, che erano
in qualche modo - e oggi si vede - la pietra di paragone
della democrazia israeliana. Se questo lavoro non  stato
fatto, non so a quale risultato sarebbe approdato, perch
trovare una soluzione non  semplice: ma una soluzione
sarebbe stata trovata se si fosse in tempo posta e sentita
da tutti, dentro di noi, la premessa che tutto era possibile,
fuorch il massacro dei palestinesi, e, prima di esso, la
progressiva riduzione di questo popolo, che costituisce il
settore pi laico, intelligente, colto, attivo, non fanatizzato
del mondo arabo (sono i palestinesi i suoi ebrei). Se
una virt ha l'iniziativa politica  di mutare in tempo i
dati delle situazioni di partenza. Questo non lo ha fatto
nessuno. Per questo dobbiamo tormentarci tutti. Questo
soprattutto deve essere iniziato, fermando prima il massacro
e poi ricomponendo quel che  ricomponibile.
Abbattendo Begin. Calando dalla questione morale e vocale
a quella politica e diuturna. Nella quale siamo ebrei tutti
e nessuno - se ebreo vuol dire colui che  perseguitato, il
sofferente, il diverso.

Il manifesto, 21 luglio 1982.
Voglio essere palestinese di Vera Pegna.

Desidero intervenire nel dibattito sulla questione ebraica
per esprimere una posizione molto diversa da quelle fin
qui espresse sul manifesto. Il punto specifico su cui vorrei
intervenire riguarda la pretesa diversit degli ebrei rispetto
ai non ebrei e la conseguente speculare affinit degli
ebrei tra di loro, tale da farli considerare un popolo.
Io sono nata da una famiglia ebraica, in Egitto, dove
sono vissuta per vent'anni. La mia ottica  quindi diversa
da quella europea e quando voi europei, da Begin a Rossanda,
assimilate noi nati nei paesi arabi, solo perch di
discendenza ebraica, agli ebrei russi e polacchi e medioeuropei
in generale, mi cascano le braccia. Io non so che cosa
sia un popolo - anche perch di questa parola non esiste
una definizione valida - ma so che non sono popolo con
gente di cui non conosco la lingua, non amo i cibi e la cui
storia  diversa dalla storia della mia gente. Infatti spesso
gli europei dimenticano o non sanno che le comunit
ebraiche arabe non hanno avuto una storia di persecuzioni
e patimenti, ma che sono vissute - seppure con alti e
bassi come le altre minoranze religiose - in armonia con
i loro connazionali musulmani, partecipando della stessa
cultura, nel senso pi vasto del termine. Di queste popolose
comunit, in Europa non si parla mai, forse per eccessivo
eurocentrismo, forse perch les peuples heureux n'ont
pas d'histoire.
Ma quando i fondatori del sionismo decisero - senza
consultare gli interessati - di trasformare il biblico popolo
eletto da Dio in un popolo in carne ed ossa, cio quando
annunciarono che tutti gli ebrei viventi nel mondo formano
un popolo in senso politico, con diritto ad avere
uno stato (ci che suscit l'indignazione delle comunit
ebraiche pi religiose, compresa quella esigua che viveva
allora in Palestina in armonia con quella palestinese), le
comunit ebraiche arabe non reagirono al richiamo sionista.
Non conoscevano n l'antisemitismo, n il sionismo,
ambedue sottoprodotti europei del colonialismo, anch'esso
europeo.
Fu solo all'inizio degli anni cinquanta che l'Organizzazione
sionista mondiale, in risposta alle richieste dei leader
israeliani, che avevano bisogno di braccia per lavorare e
combattere, incominci ad occuparsi degli ebrei arabi inviandovi
i propri agenti per convincerli ad andare in Israele
e, comunque, a sostenerne le vittorie, augurando quindi
la sconfitta dei paesi che da secoli li ospitavano. Nel clima
rovente della guerra tra Israele ed i paesi arabi, stravolgendo
un tessuto sociale secolare, i sionisti riuscirono a convincere
le comunit ebraiche arabe che le persecuzioni erano
imminenti. Un milione di persone and in Israele dove divent
il proletariato degli ebrei europei. Le comunit ebraiche
arabe furono le vittime inconsapevoli degli interessi
convergenti dei leader arabi e di quelli sionisti che fomentavano
entrambi il razzismo sebbene con argomenti diversi,
gli uni sostenendo l'antigiudaismo e gli altri la diversit
degli arabi ebrei rispetto agli arabi musulmani. Cos, dopo
che ad un popolo senza terra (gli ebrei) fu data, secondo
lo slogan sionista, una terra senza popolo (la Palestina), a
uno stato borghese, teocratico ed espansionista fu dato un
proletariato da sfruttare e da mandare in guerra.
Ci per dimostrare, e me ne scuso, che le comunit
ebraiche arabe, diversamente da quelle europee, non hanno
avuto una storia di persecuzioni e che, pertanto, non vi
sono particolari affinit storiche fra le due comunit che
giustificherebbero, su questo piano, una loro specificit.
Se non vi  una specificit storica di tutti gli ebrei del
mondo quale altra specificit ci pu essere? Quella indicata
dalla Bibbia per cui gli ebrei sono il popolo eletto da
Dio?  legittimo sostenerlo purch si ammetta senza equivoci
che si tratta di una visione mistica della storia. Oppure
quella tramandata geneticamente? Lo sostengono appunto
i sionisti per i quali ebreo  chi nasce da una madre
ebrea ed  quindi di stirpe ebraica. Lo affermano altres
gli antisemiti e lo affermavano anche i nazisti per dedurne
che si trattava di una razza inferiore, mentre i sionisti pi
fanatici sostengono che si tratta di una razza superiore.
Queste due categorie di persone per la loro grossolanit
mi interessano meno. Vorrei rivolgermi invece ai numerosissimi
intellettuali che si sono espressi anche su questo
giornale e che condannerebbero sicuramente qualsiasi
teoria razziale, ma che, ci nonostante, continuano ad affermare
la diversit e specificit degli ebrei rispetto agli
altri uomini. A loro vorrei rispondere invitandoli a mettere
profondamente in questione questo concetto.
Ma vorrei che nel parlare degli ebrei, si mettesse da
parte la metafisica e si usasse il materialismo storico. Vorrei
che si mettesse da parte l'eurocentrismo e, a maggior
ragione, il giudeocentrismo, e si guardasse la storia di tutti
i popoli con un respiro maggiore. Vorrei che si smettesse
di invocare una pretesa diversit per agire in modo
diverso dagli altri, come singoli e come stato. Vorrei che
si smettesse di chiedere riguardi particolari, o privilegi o
diritti in nome di morti che non ci hanno lasciato nessun
mandato per farlo. Vorrei che si smettesse di esprimere
una solidariet diversa con i sei milioni di ebrei uccisi dai
nazisti da quella per i milioni di sovietici, di comunisti,
di zingari uccisi dagli stessi criminali. Forse  questo il
compito primo di noi ebrei, chiamati in causa dai dirigenti
israeliani e sionisti che da quarant'anni commettono
i peggiori crimini in nostro nome, senza averci mai
chiesto il nostro parere; batterci contro questa diversit,
questi distinguo tra individuo e individuo, non permettere,
neanche con il nostro silenzio, ad altri di discriminare,
perseguitare, uccidere in nome nostro. Se penso a tutti i
popoli perseguitati della storia, Rossana, oggi io vorrei essere
palestinese.

Nella Tredicesima trib,(5) Arthur Koestler racconta la
storia dell'Impero cazaro (455-1016), situato tra l'islam
a est e il cristianesimo a ovest, il cui re si era convertito
al giudaismo con tutta la sua corte ed aveva ordinato ai
suoi sudditi, comprese le trib sottomesse e gli schiavi, di
fare altrettanto. Dunque i cazari seguirono il giudaismo
fino a quando l'invasione delle orde barbariche di Gengis
Khan li costrinse a fuggire verso l'Europa orientale, dove
si stabilirono perlopi nei territori delle attuali Polonia,
Ungheria e Ucraina; cio i territori che sarebbero stati pi
martoriati dalla volont di sterminio nazista, nonostante
si trattasse di ebrei di origine indoeuropea e certo non semitica,
contrariamente a quanto affermato dalla narrazione
sionista e poi da quella nazista.

L'Impero di Khazaria agli inizi del X secolo.

Scrive Koestler:

La grande maggioranza degli ebrei sopravvissuti nel mondo
 originaria dell'Europa orientale - quindi probabilmente
di origine cazara. Se cos fosse, significherebbe che i loro
antenati venivano non da Canaan ma dal Caucaso, una
volta considerato la culla della razza ariana, e che geneticamente
sono pi affini alle trib unne, uigure e magiare
che non al seme di Abramo, Isacco e Giacobbe [...] La storia
dell'Impero cazaro, man mano che emerge dal passato, appare
come la truffa pi crudele mai perpetrata dalla storia.(6)

Uscito nel 1976, il libro di Koestler ebbe l'effetto di una
bomba visto che, senza il suo mito fondante, ovvero l'origine
semitica unica di tutti gli ebrei del mondo, il sionismo
non avrebbe avuto - n avrebbe - nulla cui appigliarsi
per esigere che Israele venga riconosciuto come Stato
ebraico. Pi di trent'anni dopo, nel 2009, Shlomo Sand,(7)
professore di storia all'Universit di Tel Aviv, ha sgretolato
nel suo L'invenzione del popolo ebraico il mito dell'esodo e
dell'esilio forzato degli ebrei a opera dei romani nel primo
secolo e dimostrato, con una rigorosa documentazione,
che gli ebrei non hanno mai formato un popolo e hanno
origini geografiche diverse - quella cazara essendo ormai
ampiamente confermata sia da reperti archeologici che da
studi sulle lingue parlate dagli ebrei dell'Europa orientale.
Oltre a Shlomo Sand, numerosi autori tedeschi, francesi,
inglesi e spagnoli sostengono ormai da decenni la tesi ipotizzata
da Koestler senza, per, che alcuna delle loro opere
sia tradotta in ebraico; lo  stata, invece, La tredicesima
trib, a cura di un piccolo editore israeliano. Ma il volume
non  mai stato messo in vendita nelle librerie di Israele.

Note.

1.https://www.cairn.info/revue-materiaux-pour-l-histoire-
de-notre-temps-2009-4-page-28.htm.

2. La Dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917  un documento
ufficiale della politica del governo britannico in merito
alla spartizione dell'Impero ottomano all'indomani della Prima
guerra mondiale con la quale il governo britannico affermava di
guardare con favore alla creazione di un focolare ebraico in
Palestina, allora parte dell'Impero ottomano.

3. La lettera apparve col titolo The Future of the Jews - Palestine
and Zionism - View of Anglo-Jewry, in The Times, 24
maggio 1917, p. 5.

4. Ella Shohat, Le vittime ebree del sionismo, Edizioni Q,
Roma 2015, p. 39.

5.I cazari, non appartenendo a nessuna delle dodici trib di
Israele, sono definiti nel libro di Koestler La tredicesima trib.

6.Traduzione mia.

7. Shlomo Sand, L'invenzione del popolo ebraico, Rizzoli,
Milano 2010.
...
Il popolo senza terra: i palestinesi.

Avevo quattordici anni nel maggio del 1948 quando fu
proclamato lo Stato d'Israele e non avrei certo potuto immaginare,
allora, quanto la reazione indignata che questo
fatto provoc nel nonno sarebbe diventata un alimento
essenziale del mio pensiero e del mio impegno politico.
Dopo lunghe ricerche nelle biblioteche, il nonno era giunto
alla conclusione che l'uso dell'espressione popolo ebraico,
adottata per giustificare la spartizione della Palestina e
la creazione dello Stato d'Israele, era una turlupinatura. Si
trovava soltanto nell'Antico Testamento e nessuno l'aveva
mai usata, se non in senso biblico, fino alla nascita del
progetto sionista alla fine dell'Ottocento. Non esisteva un
popolo ebraico, diceva, ma un gran numero di comunit
israelitiche sparse per il mondo che avevano in comune
unicamente la religione e neanche si conoscevano tra di
loro. Dunque i fondatori del sionismo e dello Stato d'Israele
avevano contrabbandato un mito biblico per una realt
vivente. Solo gli europei che avevano perseguitato e massacrato
i loro ebrei per secoli potevano accettare - chi per
cattiva coscienza e chi per interessi politici (oggi si direbbe
geopolitici) - un simile inganno. Per noi, ebrei e non, che
vivevamo in Egitto era chiaro che lo slogan fondante del
sionismo: Un popolo senza terra per una terra senza popolo
era una doppia impostura. Il popolo senza terra,
gli ebrei, non erano certo un popolo in senso moderno e
politico mentre la terra senza popolo, la Palestina, un popolo
lo aveva e ne era testimone mio nonno che ci andava
regolarmente per affari. Dai suo viaggi riportava le squisite
arance di Giaffa e l'olio d'oliva di Nablus e non dimenticava
Sabun al Nabulsi, il sapone che mia nonna prediligeva
per il bucato. E commentava: Questi poveri ebrei europei
(di loro diceva: "camminano rasentando i muri"), dopo
tutte le sofferenze subite, non capiscono che se continuano
a fare finta che i palestinesi non esistono e a prendersi dei
pezzi di Palestina, finiranno per creare in quella regione il
pi grande ghetto della storia. E s'indignava raccontandomi
che, alla Conferenza di Versailles del 1919, la delegazione
sionista present delle mappe dalle quali risultava
che la gran parte della Palestina era terra a pascolo per
nomadi, dunque una terra senza popolo per un popolo
senza terra. Un falso, un inganno per appropriarsi della
Palestina e giustificare l'espulsione dei suoi abitanti.
All'inizio degli anni sessanta la mia scelta di campo era
gi chiara. Stavo dalla parte dei popoli oppressi che lottavano
per la giustizia e per la libert. Dunque stavo con i
vietnamiti e con i palestinesi e ci stavo apertamente,
pubblicamente, cercando di far conoscere le loro ragioni. Pi
volte mi sono sentita dire: Ma come, tu ebrea, difendi
i nemici di Israele?. E pazientemente spiegavo che non
sono ebrea (in questo caso l'uso del verbo essere contiene
una doppia trappola: congela per sempre l'identit di
una persona e riapre l'annosa questione di cosa s'intende
per ebreo); non sono ebrea, semmai sono irreligiosa e di
ebreo ho solamente la mia origine cultuale e la storia della
mia famiglia, costretta dall'Inquisizione a fuggire dalla
Spagna. Il sostenere questa posizione in pubblico e le discussioni
vivaci, quando non aspre, che ne seguivano mi
hanno permesso di capire quanto sia fitta la coltre di ignoranza
e di confusione che ricopre il significato del termine
ebreo, ma anche quanto da pi parti ne viene fatto un uso
interessato - anche se, talvolta, a fin di bene - e persino
spregiudicato. In Italia, il primo libro(1) che ritrae i palestinesi
come combattenti per la libert, e non unicamente
come profughi e vittime, usc nel 1969, dopo la mia visita
al campo profughi in Cisgiordania dove andai su invito di
Wael Zuaiter, il rappresentante di al-Fath in Italia, assassinato
a Roma da una squadra di agenti del Mossad;  un
libro di fotografie dedicato per la maggior parte all'addestramento
dei combattenti, anche in situazioni di sopravvivenza,
come pu capitare loro se si trovano nel deserto.
Una sequenza di quattro foto mostra come catturano un
serpente, gli staccano la testa con un morso, lo scuoiano,
lo arrotolano intorno a un rametto e lo arrostiscono; uno
dei fedayn me ne offr un pezzo assicurandomi che, se l'avessi
mangiato, il mio bambino avrebbe avuto un'intelligenza
straordinaria (ero incinta e l'avevo detto ai miei
accompagnatori per evitare troppi sbalzi del fuoristrada).
Mia figlia Ann  venuta al mondo straordinariamente
intelligente.
Wael mi aveva spiegato che voleva farmi conoscere a dei
profughi palestinesi per dimostrargli che non tutti gli
ebrei sono dalla parte di Israele. Accettai l'invito nonostante
non fossi riuscita a convincere i miei interlocutori
palestinesi che, nel definirmi ebrea, usavano gli stessi criteri
stabiliti dai sionisti - e dai nazisti - per definire chi era
ebreo, ovvero il criterio del sangue, o peggio, della razza.
Comunque, ci andai e l'incontro con i palestinesi dei campi
profughi fu commovente. Per tutti coloro che incontrai,
senza eccezione alcuna, la differenza fra ebreo e sionista
era chiara, molto pi chiara di quanto non lo fosse allora
per la maggioranza degli europei e di quanto non lo sia,
tutt'oggi, da parte di chi afferma che l'antisionismo  una
forma di antisemitismo. I palestinesi condannavano s il
sionismo che aveva portato alla cacciata violenta dalla loro
terra e alla imposizione dello Stato d'Israele sulla Palestina,
ma mai gli ebrei in quanto tali che chiamavano i loro
cugini. Anzi, i pi anziani raccontavano come, prima
dell'arrivo dei sionisti, le tre comunit religiose presenti sul
territorio - quella musulmana, quella ebraica e quella cristiana -
vivevano in pace tra loro e con le comunit minori:
i melchiti, i copti, gli ortodossi, gli armeni. Nei cinquanta
e pi anni trascorsi da allora, la benevolenza dei ricordi
storici  stata sostituita da collera ed esasperazione a causa
delle sofferenze inflitte al popolo palestinese dai governanti
israeliani, nel silenzio quando non con il consenso delle
comunit ebraiche dell'Occidente. E ancora oggi nelle cosiddette
trattative di pace, i dirigenti israeliani continuano
a esigere, sempre con il beneplacito degli occidentali, che
Israele venga ufficialmente riconosciuto come Stato ebraico,
ovvero lo stato di tutti gli ebrei del mondo, ma negano
ai palestinesi il diritto di ritornare alle loro case, ai loro
campi, alla terra dove sono sepolti i loro morti.
Per i dirigenti di Israele gli ebrei critici dell'impresa sionista
e delle malefatte dei governi israeliani meritano una
sorte speciale; le persone di origine cultuale ebraica (da essi
etichettate sic et simpliciter ebree e quindi ricadenti sotto
il loro dominio), le quali hanno avuto l'ardire di criticare
pubblicamente il progetto sionista e persino di schierarsi
apertamente a fianco del popolo palestinese, tradiscono la
loro appartenenza al popolo ebraico. All'inizio degli anni
settanta, Golda Meir dichiar che qualunque ebreo avesse
sostenuto la lotta dei palestinesi sarebbe stato punito. Ecco
come. Quando Aldo Moro era nelle mani delle Brigate rosse,
una mattina il giornale radio annunci che i rapitori
avevano passato l'ostaggio ai palestinesi. Il fratello di
Aldo Moro, Carlo, avvertito dal consolato israeliano che la
persona di fiducia dei palestinesi in Italia era Vera Pegna,
amica di Lelio Basso, corse da Basso, il quale, grazie al rapporto
di incrollabile fiducia consolidatosi fra di noi, gli assicur
che mi conosceva troppo bene per non essere certo
che, se avessi avuto qualsiasi informazione utile alla ricerca
dell'onorevole Moro, l'avrei immediatamente rivelata. E
non fin qui. Le forze dell'ordine perquisirono la casa di
Sestu, in provincia di Cagliari, dove risiedevo e se ne andarono
senza le armi che vi avevano invano cercato, ma portandosi
via alcuni miei preziosi glossari perch erano in
lingue straniere. Ripensando alla dichiarazione di Golda
Meir, la segnalazione a Carlo Moro da parte del consolato
israeliano non mi sorprese. Era il prezzo previsto per
chi tradiva. Questa fu la prima punizione messa in atto nei
miei confronti. Scrive il professor Rabkin dell'Universit
di Montral: Minacce di rappresaglia sarebbero moneta
corrente contro quanti si rifiutano di mostrarsi solidali con
lo Stato di Israele. Argomenti che mettono in dubbio il sionismo
e lo Stato di Israele provocano reazioni ostili.(2)
La seconda punizione  pi grave in quanto riguarda
le istituzioni europee. La Commissione europea mi chiamava
regolarmente a Bruxelles da oltre dieci anni quando,
a un tratto, smise di offrirmi dei contratti. Contrariamente
alla mia abitudine, chiamai io un paio di volte e la segretaria
mi rispose: No, grazie, non abbiamo bisogno di lei.
Insospettita, andai a trovarla mentre ero a Bruxelles per
un altro cliente e lei mi conferm di avere ricevuto l'ordine
- che non poteva comunicarmi al telefono - di non
ingaggiarmi pi e mi consigli di parlarne col capo interprete.
Schmitt mi ricevette subito, conferm le parole della
segretaria e mi sugger di andare dal capo del personale,
Monsieur Baichre, poich avevo il diritto di sapere quanto
mi riguardava. Questi, con tono sgradevole ed indice
alzato mi disse - ricordo le esatte parole - Nos amis du
Mossad, i nostri amici del Mossad, lo avevano informato
che facevo attivit pubbliche a favore dei palestinesi, cosa
inaccettabile visti i buoni rapporti fra CEE ed Israele. Per un
momento rimasi interdetta, poi gli chiesi se gli risultava
che avessi compiuto atti ostili, messo bombe... No, no,
Madame, ma insomma, le sue posizioni pubbliche... Con
l'aiuto di mio padre, gli scrissi una lettera ricordandogli
che avevamo fatto la Rivoluzione francese per avere diritto
alla libert di opinione ed aggiunsi che mi sarei rivolta alla
corte di Strasburgo se non toglieva il divieto da lui posto
nei miei confronti. Nei successivi otto anni fece finta di
farlo offrendomi un paio di giorni di lavoro a fine maggio,
periodo di punta per gli interpreti di conferenza. Poi la situazione
si sblocc, anche grazie all'intervento dell'AIIC.
Lelio Basso aveva un appuntamento con Yasser Arafat a
Damasco, dove entrambi ci trovavamo nella primavera del
1974 per una riunione dell'Unione interparlamentare, e mi
chiese di accompagnarlo per fargli da interprete. Fu uno
scambio molto intenso fra due protagonisti della storia.
Concordarono che l'unica soluzione duratura del conflitto
israelo-palestinese era uno stato unico, laico e democratico,
per entrambi i popoli. Disse Arafat: Israele  il risultato
di uno stupro ma i bambini illegittimi devono avere gli
stessi diritti degli altri bambini. Al momento dei saluti,
Lelio disse al suo interlocutore che ero ebrea. Arafat
mi abbracci forte, tir fuori da un taschino una collana
di perle dai colori della bandiera palestinese e me la
mise intorno al collo: gli era stata donata da un combattente
detenuto da anni nelle carceri israeliane.
Ancora lo stato unico: nel libro Al Fatah,  di
straordinario interesse la foto di un dipinto degli
anni sessanta di un prigioniero palestinese:
un combattente tiene un fucile fra le mani alzate
e, allineati sopra il fucile, si vedono i luoghi di culto delle
tre religioni monoteiste: l'idea della convivenza  sempre
esistita per il popolo palestinese. Ma andava riconquistata
con la lotta armata.
Durante la mia infanzia e adolescenza in Egitto, l'ho
vissuta questa convivenza, sia fra le religioni sia fra credenti
e non credenti. Ricordo che a scuola, alle 10 del venerd,
c'era l'ora di religione. Le alunne si dividevano secondo la
loro religione e noi atee venivamo spedite in piscina. Verso
le 9.30 arrivavano lo sheikh, il rabbino, il pastore protestante
ed il prete, un paio di popi ortodossi e persino un
zoroastriano. Bevevano il caff insieme, seduti intorno a un
tavolo, fino al suono della campana delle 10. Di convivenza
non si parlava perch era la normalit. Ma allora, che cos'
successo? Chi ha portato divisione ed odio tali da farla sembrare
oggi impossibile?
Con il trascorrere del tempo, la mia maturazione politica
si arricch di nuove consapevolezze. Negli anni della decolonizzazione
e delle lotte antimperialiste fui molto attiva
nel Comitato Vietnam e collaborai con la Fondazione internazionale
Lelio Basso. L feci degli incontri significativi
come quello con la sudafricana Ruth First, uno dei difensori
di Nelson Mandela, e di altri attivisti anti-apartheid
accusati di tradimento contro lo Stato. Pochi mesi dopo il
nostro incontro, Ruth fu uccisa da un pacco bomba a Maputo
dove viveva in esilio. Con lei, di ascendenza ebraica,
parlammo a lungo del significato dell'essere ebrei e convenimmo
che la trappola - o se si preferisce, il malinteso -
sta nel verbo essere. Entrambe condividevamo senza
riserve la lotta del popolo palestinese ed il fatto di appartenere
a una famiglia di origine cultuale ebraica era per
noi del tutto irrilevante. E, come per Ruth la lotta contro
l'apartheid, per me la causa palestinese era fonte di coinvolgimento
anche personale ed emotivo. Mi tornavano in
mente i miei anni in Egitto, i miei zii materni cos sicuri
di far parte del popolo eletto, sempre sprezzanti verso gli
arabi, e mio padre e mio nonno, i quali ragionavano con
gli strumenti del diritto e della politica. Poi l'incontro con
Lelio Basso, l'acquisizione cosciente del legame indissolubile
fra diritti dell'uomo e diritto dei popoli: finch a un
popolo vengono negati i propri diritti collettivi, i diritti
umani delle persone che lo compongono continueranno
a essere violati. Tre casi emblematici: il popolo armeno, il
popolo palestinese, il popolo curdo.
Durante trenta e pi anni ho sostenuto, con articoli e conferenze,
le ragioni del popolo palestinese, pur avvertendo
un certo malessere di fondo quando menzionavo le soluzioni
proposte nei vari round delle cosiddette trattative di
pace, tanto mi parevano ingiuste e comunque impraticabili.
Invece mi ha sempre convinta l'idea di uno stato laico
e democratico per entrambi i popoli ma, non possedendo
gli elementi necessari per illustrarne la fattibilit, non osavo
parlarne. E ci fino al mese di maggio 2015 quando, in
occasione di una conferenza alla Fondazione Lelio Basso,
ho conosciuto lo storico palestinese Salman Abu Sitta le
cui parole hanno avuto su di me lo stesso effetto di quel
mezzo giro di caleidoscopio che, ricomponendo le tessere
del mosaico, disegna un quadro nuovo. Lo ascoltavo e
annuivo. Aspettavo da anni che si uscisse dalle affermazioni
di principio, dalle proposte nate morte, per affrontare
finalmente la realt sul terreno,(3) ormai degradata a tal
punto da escludere la creazione di uno stato palestinese
sovrano s da dare via libera alla progressione strisciante
del progetto sionista: il possesso dell'intera Palestina storica
ripulita dai suoi abitanti.(4)
Cercavo di capire se esistesse una via, per quanto lunga
e difficile da percorrere, che potesse portare giustizia al
popolo palestinese e mettere fine alle sue sofferenze: una
via che partisse dalla ragione e dalle ragioni di un popolo
anzich dalla strumentalizzazione di un mito biblico,
foriero di conflittualit e di insopportabili crimini e soprusi.
Il libro di Abu Sitta, Mapping My Return,(5)  un'autobiografia
che corre parallela alla storia della Palestina
prima e dopo la Nakba ed  stato scritto al termine di una
ricerca minuziosa durata quattro decenni, i cui risultati
sono pubblicati in un monumentale Atlante della Palestina.(6)
Fra le fonti utilizzate, i registri dell'uNRWA con oltre
700000 famiglie e 4 milioni di individui e la cartografia
del governo mandatario britannico (1920-1948) corredata
dall'indicazione sia delle terre demaniali di ciascun villaggio,
sia delle propriet fondiarie di ogni singola famiglia.
Vi sono identificati 40000 villaggi, siti storici, edifici,
propriet terriere appartenenti a palestinesi, con i nomi
dei rispettivi titolari e i luoghi dove questi vivono oggi
da rifugiati. Da tale documentazione risulta che due terzi
dei 12 milioni di palestinesi sono profughi espulsi dalle
loro case dal 1948 in poi, a sguito di ogni nuova avanzata
israeliana; la stragrande maggioranza di essi vive sul suolo
palestinese, o comunque entro un raggio di 100 chilometri
dalla casa abbandonata al momento dell'espulsione.
Per Abu Sitta non si tratta di un elenco di ci che i
palestinesi hanno perso, ma dell'affermazione di ci che
continua a definire loro stessi e le generazioni future. Il
legame collettivo con la loro terra costituisce la fonte della
loro legittimit nazionale. Viene qui documentato con
una forza dirompente e nessuno gliela potr togliere neppure
con la morte, il diniego, la dispersione e l'occupazione.
Dunque, oltre che corrispondere a un principio sancito
dal diritto internazionale, il ritorno alla terra d'origine
 una meta sacra per i palestinesi. E mi piace fantasticare
che sar la stella polare che li guider sulla via del ritorno:
immagino i profughi che lasciano i campi del Libano,
della Siria e della Giordania e s'incamminano verso i loro
luoghi d'origine con la prospettiva di convivere pacificamente
con gli attuali abitanti. Sanno che, seppure difficile,
la convivenza  possibile. Fa parte della loro storia, come
insegnano i loro vecchi.
L'autore ha esteso le sue ricerche alla distribuzione abitativa
degli israeliani ebrei all'interno dello Stato d'Israele - a
esclusione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania e a
Gerusalemme est - e fornisce dati precisi su circa 1200 citt
israeliane e sulla provenienza dei loro abitanti. Secondo
tale indagine, nonch altri studi recenti, l'80 per cento degli
israeliani ebrei vive in solo il 17 per cento del territorio di
Israele, mentre 272 villaggi contano pochissimi ebrei e 249
villaggi sono abitati esclusivamente da palestinesi. Insomma,
la realt demografica sul terreno dimostra che il ritorno
dei profughi  fattibile senza grossi spostamenti della
popolazione israeliana e, fatto di non poco conto, l'intera
operazione verrebbe a costare una percentuale irrisoria di
quanto lo Stato di Israele spende annualmente per la propria
sicurezza.
Un ulteriore indicatore del futuro che inevitabilmente
si sta preparando  dato dall'andamento demografico delle
popolazioni oggi presenti nella Palestina storica. Questi
sono i numeri: alla fine del 2015 vi vivevano 6,22 milioni
di palestinesi e 6,34 milioni di israeliani ebrei; l'incremento
demografico attuale di 3,04 per cento per i palestinesi
e di 1,06 per cento per gli israeliani ebrei significa che alla
fine del 2020 i palestinesi saranno 7,13 milioni e gli israeliani
ebrei 6,96 milioni. Se a ci aggiungiamo il fatto che
dal punto di vista politico, militare ed amministrativo lo
Stato di Israele possiede, occupa e controlla l'intera Palestina
storica, non  azzardato affermare che lo stato unico
 in fase avanzata di gestazione.
Quando e in quale modo potr avvenire il passaggio dall'attuale
stato di fatto a uno stato di diritto - ovvero la formazione
di un unico stato per entrambi i popoli - non dipende
certo dai soli rapporti numerici e neanche dai rapporti di
forza locali, ma anche dalla volont delle popolazioni interessate
nonch dagli spostamenti pi o meno cruenti degli
equilibri geopolitici regionali e internazionali.
Vale dunque la pena soffermarsi sulla composizione
della popolazione oggi residente nella Palestina storica,
cio in Israele, nella Cisgiordania e a Gaza. Ebbene, attualmente
il popolo israeliano  costituito per il 20 per cento
di ebrei di varie origini europee ed americane, per il 50 per
cento di ebrei di origine mediorientale, cio arabi e sefarditi,
e per il 20 per cento di palestinesi diventati cittadini
israeliani loro malgrado; se a costoro aggiungiamo i 5 milioni
di palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, constatiamo
che la popolazione attuale della Palestina storica 
araba all'80 per cento.
Fin qui si tratta di numeri, ma cerchiamo di capire le
dinamiche interne alla societ israeliana che contribuiscono
a determinare consensi e assetti politici. Lungi dal
dissolversi per poi ricompattarsi nel melting pot euro-israeliano,
la diversit di origine degli abitanti si  congelata
in stratificazioni sociali esclusive e di classe, complice
l'uso di alcuni assiomi sottendenti il discorso sionista ufficiale,
primo dei quali  il continuo opporre arabo a ebreo,
arretratezza a modernit, selvaggi a civili, est a ovest. Il
fatto che la cultura degli israeliani di origine mediorientale
sia affine a quella dei vicini arabi e non a quella dei loro
concittadini di origine europea viene vissuta dai dirigenti
israeliani come una minaccia all'identit europea di Israele:
a conferma di ci, quando, alla fine degli anni sessanta,
gli israeliani di provenienza araba chiesero con insistenza
di partecipare alle trattative di pace con i palestinesi
per fare da ponte fra le due popolazioni, la loro richiesta
fu sistematicamente negata. Non solo: per allontanare lo
spettro della levantinizzazione del paese, venne accelerata
l'immigrazione di un milione di russi, di cui 200000 non
ebrei (indicavano madri ebree finte),(7) riguardo ai quali si
prefer chiudere un occhio poich, in quanto bianchi ed
europei, servivano a raggiungere lo scopo di un Israele
bianco ed europeo, sognato dai sionisti. E, con l'arrivo dei
russi - e della carne suina fino ad allora vietata in Israele -
sono salite le statistiche relative ai reati di mafia.
Simili scelte smaccatamente filoeuropee della classe
politica al potere fanno s che gli israeliani originari dei
paesi arabi - ovvero la parte pi consistente del paese - si
riconoscano poco nell'unica identit ammessa e rispettata,
quella euro-israeliana; e, a peggiorare le cose, vi  il
disprezzo ostentato per il loro vissuto nei paesi islamici,
i loro valori e le loro consuetudini nonch il loro apporto,
nei secoli, alla cultura araba, aramaica, farsi, ladina e
turca. Per di pi, sopportano male la loro attuale condizione
schizofrenica di dominati e dominatori; dominati
e umiliati come orientali (Ben Gourion chiamava sia loro
che i palestinesi human dust), come persone dalla pelle
scura(8) e dominatori in quanto ebrei in uno Stato ebraico
che opprime i palestinesi e disprezza tutti gli arabi. La loro
storia, la storia delle vittime ebree del progetto sionista,(9)
 rimasta sotto traccia per decenni, alla stregua dei crimini
delle bande sioniste denunciati dai palestinesi nonch
della pulizia etnica portata avanti nei loro confronti dallo
Stato d'Israele;(10) e ci sono volute le ricerche dei nuovi
storici israeliani per legittimare - anche agli occhi europei
e americani - la versione palestinese di quegli eventi dolorosi,
mentre la conoscenza delle vicissitudini degli arabi
ebrei trasferiti in Israele ci  data dalla ormai fiorente letteratura
da essi stessi prodotta in ebraico e in gran parte
tradotta in inglese e francese.
Una volta preso atto delle complesse dinamiche interne
alla societ israeliana,  necessario trarne le conseguenze,
poich se aprono al futuro dando corpo alla prospettiva
dello stato unico - a maggior ragione se laico e democratico -,
contribuiscono altres a minare alla base l'essenza
stessa del progetto sionista, quello di uno Stato ebraico.(11) 
indubbio che una popolazione levantina all'80 per cento si
allontaner necessariamente dal modello euro-israeliano e
tender a riportare il paese nel contesto arabo cui appartiene,
mandando all'aria d'un sol colpo sia il progetto sionista
dello Stato ebraico sia il ruolo di Israele come baluardo degli
interessi occidentali in Medio Oriente: una vera rivoluzione
sul piano politico e su quello degli equilibri geostrategici.
Tuttavia, tale prospettiva comporta sfaccettature multiple,
alcune delle quali di grande rilevanza umana per ci
che Israele ha rappresentato nell'immaginario di quegli
ebrei europei - poco importa se di origine semitica o non,
se osservanti della Torah o non - vissuti negli anni del
nazismo e del fascismo, costretti a subire direttamente o
indirettamente l'intera gamma di angherie, di soprusi e di
violenze, dalle leggi razziali ai campi di concentramento
e alla peggiore morte, per il solo fatto di considerarsi, o di
essere considerati, ebrei, convinti ancora oggi che gli ebrei
sono destinati a essere perseguitati sempre ed ovunque. Ne
ho conosciuti personalmente. Penso in particolare al noto
psicologo milanese Cesare Musatti, il quale ci diede un
generoso contributo per un ospedale da campo da inviare
ai palestinesi, accompagnato da questa lettera, indirizzata
a Enrica Collotti Pischel:

Milano, 31 ottobre 1990.
Cara Chicca,
i miei rapporti con l'ebraismo sono cos complicati che
io non so dirti se ed in quale misura sono ebreo.
Questo non conta. In Israele ho parenti e amici carissimi
e da molto tempo sono in pena per la drammaticit della
loro situazione. I pi illuminati di questi miei amici sono,
insieme con me, perfettamente consapevoli che molto pi
drammatica della loro  la condizione dei fedain palestinesi.
La tragedia  che gli israeliani, per sopravvivere, sono
spinti sulle posizioni del colonialismo e dell'imperialismo.
Una mia cara e intelligente amica ebrea persiana, che  stata
in Israele (dove va spesso) nelle settimane scorse, sostiene
che nei territori occupati i giovani, israeliani ed arabi,
stanno creando una situazione nuova.
Rifiutano il razzismo ebraico e il nazionalismo arabo,
non vogliono pi saperne della guerra, e mettono in atto
praticamente un processo di assimilazione, anche attraverso
le unioni miste.
 l'unica soluzione possibile, ma non facile.
Per i fedain, ti mando un assegno a te girato e non ulteriormente
trasferibile.
Molti saluti affettuosi a te ed ai tuoi.
Tuo, Cesare Musatti.

La sofferenza di questi ebrei merita rispetto. Quella dei palestinesi,
no. Perch non c'.  stata soppressa insieme alla
loro terra e ai loro morti, alla loro storia e ai sessant'anni di
persecuzioni, di patimenti quotidiani, di punizioni collettive,
di bombe e di lutti inferti dai governi israeliani. Eppure,
rispetto a queste ed alle altre vittime del sionismo, l'Europa
rimane in silenzio perch il sionismo non pu fare vittime e
perch la nostra morale  una sola: proteggere le vittime del
nostro antisemitismo, magari enfatizzandolo quando serve.(12)
L'Europa traballa ma l'eurocentrismo rimane.
Nel maggio del 1948, l'autoproclamato Stato d'Israele
 stato ammesso alle Nazioni Unite col voto contrario dei
paesi dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina: i paesi
che non contano o, meglio, che allora non contavano; e,
fatto unico nella storia dell'oNU,  stato ammesso alla condizione
di rispettarne tutte le decisioni. Eppure  lo stato
che ne ha violato il numero maggiore; impunemente, perch
chi propone sanzioni a Israele viene subito tacciato di
antisemitismo, accusa infamante che tappa la bocca ai pi.
Dei palestinesi, il mondo dei potenti conosce solamente
la dirigenza, pavida e corrotta, strattonata dai sedicenti
amici che la circondano. Non il popolo, non le donne, gli
uomini e i bambini la cui resilienza  data dalla coscienza
collettiva che li lega alla loro terra, simbolo della loro legittimit
nazionale. Sanno che ci torneranno: quest'anno,
il prossimo, loro con i loro figli e i loro vecchi o i loro figli
portandosi loro da vecchi. Diceva Ho Chi Minh: Il pesante
martello spezza il ferro e tempra l'acciaio.
Eppure... eppure il 3 giugno 2016 si  tenuta a Parigi
l'ennesima conferenza volta a rilanciare l'esangue processo
di pace israelo -palestinese, dove erano presenti Ban
Ki-moon, John Kerry e numerosi ministri degli esteri. Il
comunicato finale,(13) minimo denominatore comune fra
gli stati presenti, ricorda che: La soluzione a due stati 
l'unica via che conduce a una pace duratura, con Israele
e la Palestina affiancati nella pace e nella sicurezza.
Nonostante tale affermazione apodittica, nessun calendario,
nessun sguito viene previsto.
Dunque per la diplomazia internazionale la soluzione a
due stati  l'unica via.... Che ignobile menzogna! Che
delinquenza d'alto bordo, spiegabile - ma certo non giustificabile -
con il fatto che ai leader di entrambe le parti
la formula dei due popoli due stati conviene: ai dirigenti
dell'Autorit palestinese per non perdere gli aiuti economici
e il sostegno diplomatico indispensabili per assicurare
un reddito alle decine di migliaia di soldati, spie, agenti
di polizia e funzionari pubblici al suo servizio; al governo
israeliano per portare avanti il progetto sionista di uno
Stato ebraico liberato dalla sua popolazione autoctona,
dopo che nei vent'anni dagli Accordi di Oslo, l'erosione
dei territori, i nuovi insediamenti, il controllo sulla vita
dei palestinesi, in particolare sulle forniture dell'energia
elettrica, dell'acqua e della rete di telefonia mobile hanno
reso materialmente impraticabile l'opzione dei due stati.
E l'adesione incondizionata degli usa e dell'intero Occidente
all'opzione due popoli due stati, a che cosa  dovuta?
Penso sia sufficiente osservare la devastazione/trasformazione
del Medio Oriente degli ultimi decenni per
capire che  in atto una strategia di ridefinizione degli assetti
geopolitici dell'intera area, strategia che ricalca il piano
Yinon(14) promosso da Israele in armonia con la politica
estera usa, il quale prevede la frammentazione e l'instabilit
degli stati arabi e la balcanizzazione di tutto il Medio
Oriente in senso etnico-religioso con - appunto - Israele
Stato ebraico in posizione egemone. In quest'area di primario
interesse strategico, degli staterelli sunniti, sciiti, curdi,
maroniti invece degli attuali Iraq, Siria, Libano, Libia e anche
Yemen, garantirebbero all'Occidente il controllo sulla
produzione di petrolio e assicurerebbero la conflittualit
necessaria alla sperimentazione ed alla vendita di ingenti
quantit di armi di tutti i tipi. Logica vuole che quando
vengono inventate e prodotte armi nuove, si vuotino gli arsenali
pieni di quelle precedenti e per farlo, come spiegava
Kissinger, i conflitti regionali tornano utili. Penso alla Siria
che nel 2012 vede intensificarsi i bombardamenti sulle
citt e sui villaggi, su scuole, ospedali, mercati, moschee e
matrimoni con centinaia di migliaia di civili morti, feriti,
invalidi, senza cibo e senz'acqua, profughi che fuggono e
che annegano nel Mediterraneo, antiche civilt soppresse
ed interi paesi ridotti in macerie. Nella Mesopotamia oltre
sessanta dialetti sono stati spazzati via per sempre.
Lo scorso gennaio, in uno dei suoi ultimi discorsi da
segretario di Stato, John Kerry ha ancora insistito sulla
soluzione due stati, da lui considerata vitale per Israele
poich uno stato unico per ebrei e arabi non sarebbe, ha
ammonito, n ebraico, n democratico. Lo Stato unico
cui si riferisce Kerry  ci che chiede a gran voce la destra
israeliana, ovvero l'annessione totale della Cisgiordania
(ma non di Gaza), con i palestinesi, in qualit di cittadini
d'Israele, costretti a vivere in un regime di apartheid.
Dunque uno Stato unico ben diverso da quello laico e democratico
non, si badi bene, per arabi ed ebrei, ma per due
popoli, quello israeliano e quello palestinese aventi uguali
diritti, cio lo stato unico di cui parlava Arafat negli anni
settanta. Nell'attuale momento storico, tale soluzione ha
una valenza incalcolabile poich ricompone invece di
frammentare e, pertanto, si pone in controtendenza rispetto
agli interessi euro-americani volti alla balcanizzazione
del Medio Oriente. La sua portata va dunque ben
oltre la questione israelo-palestinese.
Il nuovo presidente degli Stati Uniti d'America Donald
Trump - plurimiliardario, evasore fiscale, rozzo, bugiardo
e ignorante - promette al Pentagono altri 54 miliardi
per le spese militari, vende armi all'Arabia Saudita per
100 miliardi di dollari che diventeranno 350 nei prossimi
dieci anni. E, dal canto suo, l'Italia di armi all'Arabia Saudita
ne vende per 58 miliardi. La rivale di Trump, Hillary
Clinton, da segretario di Stato e da senatrice del Partito
democratico ha approvato tutti i crimini commessi all'estero
dall'esercito del suo paese: le inesistenti armi di distruzione
di massa dell'Iraq, i bombardamenti e la devastazione
del Medio Oriente; non  casuale, dunque, che
entrambi si presentino come i mallevadori del governo
israeliano e della sua politica di occupazione ed annessione
strisciante della Palestina. Almeno, con l'arrivo di Trump,
Netanyahu e il suo governo hanno scoperto le carte. Lo
hanno dichiarato esplicitamente: ai palestinesi si potrebbe
concedere, al massimo, uno state minus, in altri termini:
qualcosa di meno di uno stato.
Dobbiamo indignarci davanti a un simile ignominioso
cinismo? No, meglio aprire gli occhi e ragionare. Con
l'invenzione alla fine dell'Ottocento del popolo ebraico
- fino ad allora esistente solamente nella Bibbia - 
stato creato, a difesa degli interessi dell'Occidente colpevole
di secolari massacri dei suoi ebrei, uno Stato nuovo,
Israele, insediatosi dopo aver cacciato dalla propria terra,
frammentato e devastato un popolo antico, quello palestinese.
 stato concepito e realizzato grazie al sistema mondiale
di alleanze, chiamato imperialismo neoliberista,
padrone dei mezzi d'informazione e di sofisticati apparati di
propaganda, il quale sbandiera i princpi pi alti di umanit
e di progresso e nel medesimo tempo studia, produce,
vende ed usa armi sempre pi micidiali. Guai a chi si mette
di traverso sulla sua strada. Diceva Ho Chi Minh:
Trasformiamo l'odio in energia.
Non a caso mi tornano in mente le riflessioni davvero
lungimiranti del noto studioso ed esponente dell'ebraismo
egiziano, il gran rabbino di Alessandria Moise Ventura
che, nel sermone di capodanno del 1942, dichiarava:

Dopo il deplorevole fallimento della civilt occidentale,
tocca di nuovo all'Oriente assumere una parte importante
nella vita culturale delle nazioni. L'Oriente significa Egitto,
Palestina, Siria, Iraq; pi precisamente, i semiti - ebrei e
arabi - sono di nuovo chiamati insieme a svolgere un ruolo
vitale sulla scena della storia... Qualsiasi persona sana di
mente deve riconoscere che oggi i nemici degli ebrei sono
anche i nemici degli arabi - cio i nemici della civilt.(15)

A proposito del problema palestinese, Lelio (che lo chiamava
volentieri il problema israeliano) mi raccont una
sua conversazione con Franois Mitterrand, che si concluse
con l'accordo di entrambi riguardo la necessit di configurare,
nel diritto internazionale, il reato di omissione
di soccorso a popolo in pericolo, alla stregua del reato di
omissione di soccorso a persona in pericolo sancito dai codici
penali di tutti i paesi. Ne rimasi profondamente colpita
e ne parlo ogni volta che mi si presenta l'occasione. Lo
feci alla Conferenza Mediterranea organizzata dall'OSCE
(l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa)
nel 2008 ad Amman, a una settantina di chilometri
dai territori palestinesi occupati da Israele:

Conferenza Mediterranea organizzata dall'OSCE,
Amman, 2008.

 ovvio che i diritti umani sono importanti. Questa frase
 stata ripetuta pi volte ieri, nel corso delle sessioni sulla
sicurezza e sull'ambiente. Ebbene, abbiate pazienza, ma
non sono d'accordo. No, non credo sia ovvio che i diritti
umani sono importanti. Anzi, credo che vada detto e ripetuto
e che dirlo non basta; perch i diritti umani vanno
continuamente monitorati, verificati e documentati
per evitare che diventino l'albero che nasconde la foresta.
Una foresta immensa fatta di uomini e donne in carne ed
ossa. Un esempio? Volgiamo lo sguardo verso ovest dove,
a poco pi di 70 chilometri in linea d'aria, il popolo palestinese
vive sotto occupazione da quarant'anni e assiste,
impotente, al restringersi del suo territorio. Vediamo se
l'importanza dei diritti umani  ovvia nei territori occupati
della Palestina e controlliamo se l'esercizio delle libert
fondamentali viene riconosciuto come potenziale
contributo alla prevenzione dei conflitti.
I palestinesi hanno diritto:
-alla sicurezza alimentare, compresa l'acqua potabile,
in quantit adeguate?
-a condizioni igieniche e sanitarie accettabili, in un
ambiente salubre e all'accesso ai servizi medici essenziali?
-alla sicurezza di avere un'occupazione?
-a vivere nella propria casa senza il timore che venga
distrutta perch rientrante in una punizione collettiva?
Sono 10000 le case che hanno gi subto la stessa sorte.
-di continuare a vivere nelle terre e negli uliveti a loro
familiari, dopo che un milione di ulivi sono gi stati abbattuti?
E possono stare tranquilli che cesser la discarica,
da parte dell'occupante, di rifiuti solidi, liquidi e gassosi
- compresi quelli radioattivi - che inquinano l'aria, la
terra e le falde acquifere?
La risposta a queste domande  ovviamente negativa; e
se, a tutto ci, aggiungiamo il fatto che, attualmente, nulla
permette ai palestinesi di sperare in un futuro migliore, allora
la domanda che s'impone : un maggiore rispetto per i
diritti umani nei territori occupati della Palestina non contribuirebbe
a risolvere il conflitto mediorientale? In particolare,
considerando che gli stati membri dell'OSCE hanno
sottolineato che le questioni relative ai diritti umani, alle
libert fondamentali, alla democrazia e allo stato di diritto
sono fonte di preoccupazione internazionale, poich il rispetto
di tali diritti e libert costituisce uno dei fondamenti
dell'ordine internazionale.
Signore e signori, ieri si  parlato a lungo di provvedimenti
volti a costruire la fiducia e la sicurezza. In questo
spirito, vorrei fare la proposta seguente. I codici penali di
quasi tutti i nostri paesi prevedono il reato di omissione di
soccorso a persona in pericolo. Propongo che noi, partecipanti
a questa Conferenza Mediterranea, adottiamo una
risoluzione che preveda il reato di omissione di soccorso a
popolo in pericolo.
Grazie della vostra attenzione.
Vera Pegna, rappresentante della Federazione umanista europea presso l'OSCE.

Nel 1978, prima di morire, Lelio raccomand a Linda
Bimbi, responsabile della Fondazione internazionale, di
non dimenticare i palestinesi. Linda mi chiese di rifletterci.
Chiamai quattro o cinque persone vicine alla Fondazione
e sicuramente ben informate circa la situazione
del Medio Oriente. Discutemmo a lungo e giungemmo
alla conclusione che la cosa pi utile da fare era dare voce
ai palestinesi, raccogliendo e diffondendo le loro analisi e i
loro documenti, insieme a quelli di altre fonti non sioniste,
quale la Lega israeliana dei diritti dell'uomo, allora diretta
dal professor Israel Shahak. Il nostro impegno era volto
a mostrare i palestinesi come combattenti per la libert e
non come terroristi. Per me era chiaro gi allora che far
conoscere le loro ragioni doveva andare di pari passo con
la denuncia della vera natura del progetto sionista e del
regime di apartheid loro imposto da Israele, poich il pubblico
italiano conosceva unicamente la versione israeliana
dei fatti e ci costituiva, ai miei occhi, uno dei motivi della
poca solidariet dimostrata dagli italiani con la causa palestinese.
Avanzai questa proposta alla prima riunione ma
fui seccamente zittita da Livia Rokach(16) con il commento:
Sei la solita ebrea che vuole che si parli degli ebrei. Parole
che mi rimasero appiccicate addosso per anni. Non mi
sentivo abbastanza preparata per replicare e comunque,
non so perch, ma quando in una discussione percepisco
malafede o acredine personale - per giunta espresse in
modo sgarbato - preferisco tacere. E poi, facendo astrazione
della mia persona, questa frase mi era inaccettabile
sia per l'uso del verbo essere sia per la parola ebrea. Mi ci
vollero anni per chiarirmi le idee. A seconda di come viene
usato, il verbo essere riferito a una persona la qualifica
per sempre in modo definitivo e inappellabile, ne congela
il pensiero e l'intero essere fino e oltre la morte. Peggio
succede quando il verbo essere precede un termine suscettibile
di interpretazioni diverse, come la parola ebreo, in
particolare se attribuita ad una persona non credente; aleggia
allora una sottintesa qualit speciale che avrebbero gli
ebrei rispetto agli altri essere umani, una loro essenza diversa
e immutabile, quella considerata malefica dai nazisti
mentre, per i sionisti,  la dimostrazione della superiorit
degli ebrei in quanto popolo eletto. Scrive Shlomo Sand: 
difficile negare questa imbarazzante verit: l'affermazione
di un'identit ebraica essenzialista, seppure di matrice
laica, induce moltissime persone, in Israele e nel resto del
mondo, a restare aggrappate a posizioni etnocentriche e
razziste.(17)
Decidemmo di chiamare il nostro centro Sezione Palestina.
Proposi, per chiarirci le idee, di fare una ricerca
che intitolammo L'immagine del mondo arabo veicolata
dai media italiani. Affidammo a Biancamaria Scarcia
Amoretti la parte riguardante i media e all'antropologa
Clara Gallini la parte sull'immaginario italiano, ovvero
su come vari tipi di riviste di moda, sport, porno, e di film,
cartoni animati ecc. rappresentavano il mondo arabo. Il
risultato di questa seconda parte della ricerca fu sorprendente.
Se il protagonista della storia era ricco, non lo era
mai perch aveva lavorato od ereditato il suo denaro, ma
perch era coinvolto in un giro di soldi sporchi o perch
aveva trovato un pozzo di petrolio nel suo giardino. Se si
trattava di un'avventura porno, finiva sempre in un bagno
di sangue, col protagonista che uccideva la vittima a colpi
di scimitarra. Grazie agli ottimi rapporti che Lelio Basso
aveva intrattenuto con alcuni paesi arabi, mi fu facile
proporre all'ambasciatore della Lega degli stati arabi di
finanziare la ricerca. Speravo altres che l'ambasciatore mi
avrebbe aiutato a diffonderne i risultati tramite gli addetti
culturali delle ambasciate arabe ma non se ne fece nulla.
Della ricerca esistono due copie, una presso la Lega araba,
l'altra presso la Fondazione Basso.
Il primo documento prodotto dalla Sezione Palestina fu
l'opuscolo L'Italia, l'OLP e la pace, due saggi e una cronologia
dal 1891 al 1983. Ne furono stampate mille copie, poi
altre tremila; l'OLP ne ciclostil e ne stamp alcune migliaia
e altrettanto fecero vari gruppi che sostenevano la lotta
del popolo palestinese. Un secondo opuscolo, Pace giusta
in Palestina, ebbe il medesimo successo. Con un impegno
particolare, furono prodotti e pubblicati cinque titoli nella
collana Dossier Palestina(18) e un quaderno a colori intitolato
Il paradiso di Salima per i bambini delle elementari.
La diffusione fu ottima. Credo che il successo dei nostri
opuscoli sulla questione palestinese sia da attribuire alla
semplicit del linguaggio e all'esposizione lineare degli argomenti
trattati, una scelta che aveva dato ottimi risultati a
Caccamo diciotto anni prima, durante la campagna elettorale
per le elezioni regionali siciliane del 1963.

Note.

1.Carlo Vogel, Al Fatah, Vangelista, Milano 1969.

2. Yakov M. Rabkin, Una minaccia interna. Storia dell'opposizione
ebraica al sionismo, Ombre Corte, Verona 2005.

3. Oltre alla continua produzione di ordinanze militari restrittive
di libert, 45 leggi discriminatorie permettono di rendere
legalmente invivibile per i palestinesi rimanere sulla loro terra,
a tal punto ridotta e frantumata da escludere la possibilit di
formare uno stato sovrano. Il nuovo piano per l'acqua prevede
la fornitura di 73 litri procapite al giorno per i palestinesi e 180
per gli israeliani. Gaza  una prigione a cielo aperto dove l'infamia
dei bombardamenti e delle devastazioni a opera dei governi
israeliani ha ridotto la popolazione alla fame, dove la mortalit
infantile  6 volte quella d'Israele e quella materna 20 volte superiore;
un rapporto delle Nazioni Unite del 2012 documenta come
Gaza sar inabitabile fra tre anni.

4. Ilan Pappe, The Ethnie Cleansing of Palestine, One World,
Oxford 2006 (ed. it. La pulizia etnica della Palestina, Fazi, Roma
2008).

5. Salman Abu Sitta, Mapping My Return, auc Press, al-Qhira
2016.

6. Atlas of Palestine 1917-1966, Palestine Land Society,
London 2010.

7. http://guide.supereva.it/lingua_russa/interventi/2001/12/
83254.shtml Kosher Nostra; vedi anche: http://www.haaretz.com/
news/national/author-israel-can-claim-the-title-of-the-most-rac-
ist-state-in-the-developed-world-1.443908.

8. Rachel Shabi, We look like the enemy, Walker & Company,
New York 2009.

9. Ella Shohat, Le vittime ebree del sionismo, Edizioni Q, Roma
2015.

10. Ilan Pappe, The Ethnie Cleansing of Palestine, cit.

11. Ebraico quanto la Francia  francese e l'Inghilterra  inglese
proclamava Chaim Weizmann, ideatore della Dichiarazione Balfour.
Il significato pratico di tale dichiarazione  esplicito nel suo
linguaggio riferito ai palestinesi: Le pietre della Giudea andranno
rimosse: per lui i palestinesi erano pietre, un problema
demografico, una bomba a orologeria, una quinta colonna da
rimuovere, da spazzare via (http://www.palestineremembered.
com/Acre/Famous-Zionist-Quotes/Story645.html).

12. Ricordo un incontro fra Peres e Spadolini, allora presidente
del Senato, cui fui chiamata in veste di interprete. Spadolini,
amico sincero di Israele, chiese, preoccupato, al suo ospite se
erano attendibili le notizie circa il dilagare dell'antisemitismo
in Unione sovietica. Peres sorridendo, rispose: No not really.
You know, we like to make itfoam (No, non veramente: sa, ci
piace enfatizzarlo).

13. http://www.lemonde.fr/proche-orient/article/2016/06/03/a-
la-conference-de-paris-fragiles-espoirs-de-relance-du-proces-
sus-de-paix-israelo-palestinien_4933702_3218.html.

14. [The Yinon plan] is an Israeli strategie pian to ensure Israeli
regional superiority. It insists and stipultes that Israel must
reconfigure its geo-political environment through the balkanization
of the surrounding Arab states into smaller and weaker
states. (http://www.globalresearch.ca/greater-israel-the-zionist-
plan-fbr-the-middle-east/5324815).

15.Ammiel Alcalay, After Jews and Arabs. Remaking Levantine
Culture, University of Minnesota Press, Minneapolis 1993.

16. Livia Rokach, ex israeliana stabilitasi in Italia. Scrisse Israel's
Sacred Terrorism: A Study Based on Moshe Sharett's Personal
Diary and Other Documents, Association of Arab American University
Gradutes, Belmont (ma) 1980.

17. Shlomo Sand, Come ho smesso di essere ebreo, Rizzoli,
Milano 2013.

18. Israele senza confini, politica estera e territori occupati;
Fatima, Leila e le altre: incontri con donne palestinesi; Fabbricanti
di terrore: discriminazioni antiarabe nella stampa italiana;
La lezione negata: Palestina e palestinesi nei libri di testo; Nakba.
...
Perch non possiamo non dirci laici.

Nel 1998 mi sono iscritta all'UAAR, l'Unione degli atei e
degli agnostici razionalisti, dopo avere partecipato a un
incontro organizzato a Roma per far conoscere l'associazione.
Era presente uno dei fondatori, Martino Rizzotti di
Padova, il quale mi convinse subito per la sobriet e il rigore
del suo discorso, denso di concetti e di riferimenti a
me familiari. Glielo dissi, gli raccontai della mia famiglia,
di Alessandria e mi chiese di scrivere un articolo per la
rivista L'Ateo. Scelsi di raccontare la storia del Cimitero civile,
il cimitero dei non credenti, riaperto da un comitato
di liberi pensatori, fra i quali mio nonno, intorno al 1916.

Il Cimitero civile di Alessandria.

Qui giace Mario Cerassi. Mor imprecando al papa re
suo carnefice. 1858.

Gaetano Proteo, ateo. Nello spirito di Lucrezio:
Tantum religio potuit suadere malorum.

Qui  sepolto Matteo Marchi. Fu libero pensatore coscienzioso
e amor di patria lo anim a togliere le fanciulle
italiane all'influenza dell'insegnamento clericale iniziando
in Alessandria la fondazione della rgia scuola femminile
italiana sorta per opera sua nell'ottobre 1879. Morto
il 4 giugno 1918.

Cesare Brunoni di Erasmo, morto nel 1895. Vive sempre
nella vita eterna della materia le cui leggi hanno
soppresso Dio.

Qui giace Giuseppe Belli. Mor senza il concorso del
bugiardo prete.

Queste ed altre epigrafi di contenuto analogo si potevano
leggere, fino a pochi anni fa, su alcune lapidi del
Cimitero civile di Alessandria d'Egitto. La storia di questo
cimitero ha inizio verso la met del secolo scorso. A
quell'epoca in Egitto - come in altri paesi musulmani - i
cimiteri dipendevano dalle comunit religiose, e il governo
concedeva ad ognuna di esse un terreno da destinare
a luogo di sepoltura. Alessandria era allora una citt cosmopolita,
e nel quartiere dei cimiteri si potevano vedere,
fianco a fianco, il cimitero musulmano, quello cattolico,
quello ebraico, quello greco ortodosso, quello protestante,
ed altri ancora. Ma ogni volta che moriva una persona
che non apparteneva ad una comunit religiosa, o la cui
comunit era troppo esigua per avere un proprio cimitero,
si riproponeva il problema di trovare un luogo che accogliesse
la sua tomba. Intorno al 1850 un comitato misto,
composto di rappresentanti di varie nazionalit, chiese
alle autorit la concessione di un piccolo terreno da adibire
a cimitero per atei, con l'intesa che l'occasionale cinese
o indiano che fosse morto in quella citt vi sarebbe stato
accolto. La trattativa fu lunga perch il concetto stesso di
ateismo, perlomeno allora, era quasi inesistente per i musulmani.
Ma l'accordo fu finalmente firmato e il cimitero
fu chiamato Cimitero civile. Per statuto era vietato ogni
tipo di cerimonia o di simbolo religioso. All'entrata furono
poste due lapidi, una in onore di Garibaldi e l'altra
in onore di Mazzini, tutti e due atei. L'evento fece scandalo
nella colonia italiana; tanto che un gruppo di clericali
rub, nottetempo, la lapide di Mazzini che fu poi ritrovata
e rimessa al suo posto. Il Cimitero civile conobbe vicende
alterne. Per un periodo fu trascurato e and praticamente
in rovina fino a quando, dopo la Prima guerra mondiale,
un gruppo di liberi pensatori italiani decise di rimetterlo
a posto, di rifare i viali, di assumere un guardiano. Allora
le sue sorti si risollevarono e il numero di tombe aument.
Poi, negli anni neri del fascismo appoggiato come sempre
alla Chiesa e dalla Chiesa, i rappresentanti del fascio in
Egitto proibirono agli italiani di farsi seppellire nel Cimitero
civile. Il numero di persone coerenti - vuoi perch
atee vuoi perch antifasciste - si potevano allora contare
sulle dita di una mano. Venne la Seconda guerra mondiale
che, con le sue tragedie, fu portavoce di un nuovo spirito
religioso; e quelli furono anni fiacchi per il Cimitero civile.
Il colpo di grazia lo diede poi la partenza dall'Egitto di
molti europei, a sguito della rivoluzione di Gamal Abd
elNasser. Il Cimitero civile chiuse praticamente le sue porte
fino alla fine degli anni settanta quando, non sapendo
pi dove seppellire i morti in una citt in piena espansione,
il sindaco di Alessandria decise di riaprire il piccolo
cimitero e di eliminare gran parte delle vecchie tombe per
fare posto a quelle della comunit copta. Oggi sulla destra
del cancello si pu vedere una lapide di marmo con
la croce copta e la scritta in arabo, mentre sulla sinistra 
rimasta la vecchia scritta in italiano: Cimitero civile. Il
sindaco di Alessandria ha voluto che rimanesse almeno
una traccia della storia passata.
Era il 1999 e, nonostante gli anni trascorsi, pesava ancora
forte in me il sentimento di perdita del partito e di
appartenenza ad un collettivo, come era stato il Comitato
Vietnam di Milano, di persone unite nel medesimo impegno
di lotta. L'UAAR difendeva la laicit dello Stato, un
principio a me caro, e vi aderii intuendo che le sue numerose
sfaccettature, giuridiche morali istituzionali e sociali,
avrebbero aggiunto sostanza al mio pensiero e mi avrebbero
aperto un mondo, quello italiano, nel quale non ero
mai veramente penetrata. Mi ci volle del tempo per capire
dove avevo preso terra e quanto avevo grandemente sottovalutato
la manipolazione delle coscienze esercitata dai
media, come per esempio il costume di non invitare mai
in televisione - se non in ore tarde - un ateo od un agnostico
che dica che si pu vivere benissimo e con valori morali
alti senza credo n religione. Tale manipolazione veicola
un doppio messaggio: credere  la norma e non credere 
la devianza dalla norma, per cui chi non crede in Dio non
crede in niente e chi non crede in niente  privo di valori
morali. Si tratta di una sottile seppure indiretta diffamazione
dei non credenti che peraltro ben s'inquadra nei
venti secoli di fango che le gerarchie e la letteratura cattolica
non hanno mai cessato di buttare su atei e agnostici.
Tali pratiche portano all'accettazione acritica del fatto che
la religione ed i suoi rappresentanti sono le uniche fonti di
valori. Ne  dimostrazione, tornando all'Europa, il fatto
che la Santa Sede, insinuatasi nel dibattito sul Trattato costituzionale
europeo,  riuscita ad assicurarsi un ruolo nel
processo legislativo. Che male c' allora a permettere loro
di vigilare sulla nostra moralit e sulle nostre leggi?
Dunque anche nell'UAAR ero dalla parte se non degli
oppressi, perlomeno dei discriminati sul piano istituzionale,
visto che i non credenti lo sono effettivamente; ero
dalla parte giusta perch difendere la laicit significava
soprattutto difendere lo stato di diritto e contribuire a
rendere pi effettiva la nostra democrazia. L'arma principale
della mia lotta era l'articolo 3 della Costituzione di
cui reclamavamo la piena attuazione, in opposizione a chi,
partendo da una visione oscurantista del mondo e della
religione, lo conculcava per il proprio tornaconto personale
o di partito. Per, mi parve di scorgere con sorpresa
fra i soci dell'UAAR ci che mi sembr una ristrettezza di
vedute, un immiserimento della causa della laicit. Infatti,
una minoranza consistente dei soci considerava compito
precipuo dell'associazione la difesa degli atei - una difesa
ai miei occhi corporativa. Molti soci non erano di sinistra,
alcuni erano perfino anticomunisti. Altri, parecchi, erano
semplicemente anticlericali e avrebbero voluto che l'UAAR
deridesse i preti, mentre per chi fantasticava orizzonti ben
pi ampi, fare i mangiapreti andava lasciato ai cattolici.
Noi invece avremmo dovuto saper cogliere le istanze di
laicit insite in alcune lotte sociali; per esempio, in quegli
anni avvenne che tutti gli ospedali della provincia di
Trapani rifiutavano di praticare l'IVG perch i medici si
dichiaravano obiettori di coscienza e ci aveva spinto dei
gruppi di donne a mobilitarsi per rendere effettivo questo
loro diritto, sancito dalla legge 194. Ebbene, a mio avviso,
queste donne, seppur senza saperlo, lottavano per la laicit
dello Stato e l'UAAR avrebbe dovuto valorizzare le loro lotte
e diffonderle il pi possibile. Ma non ebbi ascolto. L'UAAR
si limitava a battersi contro le ingerenze delle gerarchie
vaticane negli affari dello Stato, la loro ubiquit nella vita
pubblica e l'uso della religione che facevano - chi pi, chi
meno - i politici italiani, al cui riguardo mi sarei aspettata
un intervento severo da parte dei cattolici stessi. Per fortuna
la mia posizione era condivisa da molti membri del
direttivo di cui facevo parte; anzi, col passare degli anni si
estese alla maggioranza dell'UAAR. Sia in Italia che all'estero
feci frequenti interventi scritti e verbali nei quali ho
sempre insistito sul nesso fra laicit e democrazia e su perch
quest'ultima rimane zoppa quando le chiese - da noi
la Chiesa cattolica - intervengono nelle istituzioni dello
Stato: un argomento assente nel nostro dibattito pubblico.
Oggi mi rendo conto di quanto, prima di aderire
all'UAAR, fossi poco informata e consapevole dei privilegi
di cui gode la Chiesa cattolica nel nostro paese, dello
scandalo che non fa scandalo del miliardo di euro versati
ogni anno al Vaticano grazie all'escamotage dell'otto
per mille, dell'esenzione dalle tasse per la miriade di sue
redditizie attivit commerciali; ma il pi grave fra i tanti
privilegi rimane il finanziamento delle scuole private, in
stragrande prevalenza cattoliche, innalzate a paritarie con
la scuola pubblica, nonostante il dettato costituzionale che
ne stabilisce la liceit purch sia senza oneri per lo Stato.
Difficile negare il filo rosso - anzi, bianco - riconducibile
alla costituzionalizzazione dei Patti lateranensi, pertanto
alla responsabilit di chi l'ha voluta; fra questi Palmiro
Togliatti che adduceva il timore di dividere il paese fra
cattolici e comunisti, se vi si fosse opposto. Ma le elezioni
erano vicine e non fu sufficiente a rassicurarlo il fatto che
cattolici e comunisti avevano combattuto, fianco a fianco,
contro il nazifascismo.
Per il congresso dell'UAAR ci premeva avere l'adesione
di persone importanti. Mi procurai il numero di telefono
di Andrea Camilleri e lo chiamai. La persona che mi rispose
mi disse che era assente in quel momento e spiegai
la ragione della mia chiamata. Mi fece delle domande sulla
nostra idea di laicit, sull'ateismo, sui nostri progetti e ne
chiacchierammo a lungo. Ci congedammo cordialmente.
Poco prima del congresso ricevetti questa lettera:

Gentilissima Vera Pegna,
ricordo con piacere la insolita telefonata e sono lusingato
dell'invito. Tuttavia sono in attesa di ricevere una certa
operazione e dati i tempi della sanit e della salute, non
sono assolutamente in grado di prendere impegni a cos
breve termine. Confido nella sua comprensione e mi rammarico
di non poter al momento che inviare un sostegno
scritto a questo progetto di laicit. La saluto cordialmente
coi migliori auguri di successo dell'iniziativa.
Andrea Camilleri.

Non mi ci volle molto per rendermi conto delle mie numerose
lacune culturali, purtroppo non limitate alla laicit,
ma riguardanti la storia d'Italia e quella del cristianesimo,
da me mai studiate. Dovevo rimediare. Andai a trovare
Mario Alighiero Manacorda, cui ero legata da profondo
affetto. Nelle nostre conversazioni l'argomento cattolicesimo
e i rapporti Stato-Chiesa ritornavano spesso. La moglie
aveva perso completamente l'udito ma ci teneva a seguire
le nostre conversazioni e con lei comunicavamo scrivendo
su un quaderno. Un giorno chiesi a Mario di aiutarmi a
capire come il cristianesimo si fosse trasformato da religione
spirituale a religione del potere e se, e in quale modo, il
passato dei rapporti Stato-Chiesa continuasse a influenzare
la nostra vita quotidiana. Ne venne fuori questa intervista.

Vera: In che modo, secondo te, la lettura del
cristianesimo-cattolicesimo che emerge dal tuo libro ci pu
aiutare a capire le ragioni di fondo della subalternit
culturale di cui sta dando prova il nostro ceto politico?
Mario: Incominciamo col dire che c' l'accettazione di
una situazione storica che ci pesa addosso da 1700
anni. Quello che disturba  il fatto che, volente o nolente,
l'Italia si  rassegnata alla mentalit cattolica
che significa accettare la distinzione fra gli uomini,
fra il clero e i laici, fra una parte eletta e una parte
disposta all'obbedienza. In Italia non c' stata la Riforma
protestante che abbia rivendicato il diritto delle
coscienze, quello che Spinoza chiamava la mentis
libertas seu beatitudo. Non c' stata una rivoluzione
che abbia disincagliato le plebi - il popolo bue diceva
Giordano Bruno - dall'idea che ci si debba affidare
al giudizio di altri e che tra gli uomini alcuni si ergono
a maestri e giudici rispetto agli altri. Questa separazione
tra clero e popolo  un'eredit distorta,
un'ipostatizzazione di quello che era il risultato storico
dell'Impero romano dopo che Costantino lo trasfer
a Costantinopoli. Allora, rimase la Chiesa cattolica
come organizzazione politica dei romani, con l'eredit
di un potere autocratico giustificato dal soprannaturale,
dal divino. Ora, non pare, ma queste cose noi
ce le portiamo addosso come se fossero cose di ieri.
Non  un modo di dire perch l'abito della Chiesa 
quello di ieri, perfino le parole e la lingua fino a due
o tre anni fa erano quelle di ieri, incomprensibili al
popolo.
Di questa svolta tremenda non si parla abbastanza.
Dell'editto di Costantino, non si dice che  un editto
pagano che riconosce a tutti, non solo ai cristiani
ma a tutti, la libert della mente, di venerare il culto
che ciascuno vuole. Ma quando tu dai la libert ai
nemici della libert, questi se ne approfittano. Il primo
atto della Chiesa al potere, un mese dopo l'editto
di Costantino, fu la condanna di quei cristiani che
non accettavano il ritorno al vertice della chiesa dei
vescovi lapsi, ossia dei vescovi crollati di fronte alle
persecuzioni imperiali. Ebbene i vescovi lapsi scomunicano
quei cristiani e dieci anni dopo stabiliscono
dei dogmi, cio dei princpi a cui la gente era tenuta a
credere e che non ci sono nei vangeli. Anche nel credo
di Nicea, ancora oggi alla base del cristianesimo
cattolico, non si trova nulla che sia confermato dai
vangeli. Dunque c' un clero, un ceto di potere che,
contro l'ipotesi di Costantino di concedere a tutti la
libert della mente, impone a tutti di credere in una
data cosa, la quale diventa poi legge dello Stato con
Teodosio nel 380. Da allora  stata la religione del potere
a prevalere sulla religiosit delle coscienze. E io
dico, parafrasando la vecchia diatriba tra Andreotti e
i comunisti, che il potere corrompe e rincretinisce chi
lo ha e chi lo subisce.
Vera. Allora  l'alleanza della Chiesa cattolica con il potere
politico che le d la possibilit di esercitare la sua
influenza sui cittadini praticamente dalla nascita?
Mario: Nel campo delle idee l'imprinting  fondamentale
e l'aiuto del potere  decisivo. L'educazione ti d
delle abitudini di vita, un costume di vita che si traduce
poi in convinzioni morali e tu attribuisci queste
convinzioni morali a quella data organizzazione dalla
quale le hai apprese. Si crea un rapporto di identificazione
fra le abitudini di vita assorbite, la convinzione
teologica e il riferimento a un'altra persona.  un
processo, per dirla con Marx, di alienazione.
L'oggi vive dello ieri in maniera spaventosa. Le menti
libere sono rare e ti dir che nelle mie battaglie laiche
mi sono trovato a fianco persone di sinistra, ma
soprattutto dei liberali e, bisogna dirlo, dei credenti
che tengono ancora alla libert di coscienza di fronte
all'esistenza del clero. Perch tutto si traduce nell'accettazione
di un clero e, peggio ancora, di un papato.
Io, come ateo, non ho niente contro una persona religiosa
che crede in un dio. Ho un atteggiamento da
antropologo culturale, m'interessa quello che gli altri
possono avere in mente, purch non ce lo vogliano
imporre con la forza del potere politico. Questa  la
questione dirimente. Perci difendo sempre Roma e
il paganesimo che era un mondo di laicit, di ricerca
libera, di tolleranza. I romani consideravano i cristiani
nemici degli di e degli uomini, perch intolleranti
degli di degli altri, mentre i romani accoglievano gli
di degli altri. Non c' nessun editto pagano che imponga
alle menti di credere. C'era un costume, una
tradizione patria, ma non c'era l'imposizione teodosiana
alle menti. Questa appartiene all'impero decadente
autocratico, cristianizzato. I cristiani hanno
accolto di Roma l'idea di un potere ed hanno dimenticato
la sostanza di questo potere che era la laicit.
Spesso cristiani e pagani hanno convissuto in pace
sia tra il popolo, sia nei centri del potere; semmai solo
nel terzo secolo ci sono state delle persecuzioni ma si
 trattato soprattutto della repressione dei moti intergiudaici,
fra giudei cristiani e giudei tradizionalisti
che si azzuffavano tra di loro e non di persecuzioni
dei cristiani in quanto tali.
Vera: Che cos' per te la laicit?
Mario: La laicit  soprattutto la mentis libertas,  la libert
di pensiero e perci il rispetto della libert di
pensiero altrui, ivi compresa, naturalmente, la libert
del pensiero religioso. Io non faccio differenza fra
libert di pensiero e libert di religione che include
piena libert di culto e di manifestazione del pensiero
religioso purch ci non avvenga con l'appoggio del
potere dello Stato, che  quello invece che succede in
Italia e che nega ogni laicit. Il pensiero libero rifiuta
di riconoscere a qualsiasi ceto di uomini un'auto promozione
come maestri degli altri. Questa  la laicit
che la maggioranza dei cattolici democratici ancora
non sono riusciti ad attuare. Penso a Rosy Bindi che
vota no, ma almeno vota, e afferma cos una sua libert.
Ma certo ha scoperto anche lei adesso che Dio
insuffla l'anima nell'embrione.
Purtroppo questa insopportabile distinzione tra la
libert di religione e la libert di pensiero, questo
equivoco tremendo, lo ritroviamo nel testo della
Costituzione europea, sebbene si sappia che questa
distinzione significa il passaggio dalla libert delle
menti all'imposizione alle menti, dalla laicit di Costantino
all'autoritarismo di Teodosio.
Vera: L'imposizione alle menti non rende pi difficile la
coerenza fra pensiero e azione? Come conciliare le
indicazioni di comportamento date dal clero con la
realt della vita quotidiana, in particolare sul piano
politico?
Mario: Nella religione ebraica e in quella musulmana
non esiste un sistema di controllo delle coscienze che
autorizzi l'incoerenza fra predica e pratica.  stato il
cristianesimo che ha trasformato i miti in dogmi e i
dogmi in verit di cui l'unica detentrice  la Chiesa
cattolica e a cui i cattolici si devono attenere. La coscienza
dell'uomo  incline al peccato per cui viene
assoggettata al giudizio di altri uomini, ossia ad una
autorit esterna alla coscienza dell'uomo che ha il potere
di aprirgli le porte del paradiso o dell'inferno. Il
controllo delle coscienze esonera il singolo dalla ricerca
di coerenza fra pensiero e azione poich  la Chiesa
che si erge a mediatrice fra Dio e gli uomini e che concede
la grazia di Dio con il meccanismo della confessione
ed assoluzione. Questa  la religione del potere.

Riflettei a lungo sulle parole di Mario, cercando di trarne
un insegnamento che aiutasse noi dell'UAAR a scegliere
con maggiore respiro gli obiettivi dei nostri interventi a
favore della laicit. Ma come la intendevamo, noi, la laicit,
visto che si tratta di un concetto che viene enunciato
in modi tanto diversi? Cercai di documentarmi su come
la laicit era intesa in Francia, paese laico per eccellenza, e
trovai questo brano apparso nel 2002 sul sito internet del
governo francese e rimosso qualche anno dopo, pare sotto
la presidenza di Nicolas Sarkozy:

La laicit infatti non potrebbe ridursi ad un sistema giuridico,
essa  anche cultura, un ethos, un movimento di
liberazione da tutto il clericalismo inteso come dominazione
dello spirito per opera di un determinato discorso
che rifiuta ogni discussione. Il professor Claude Nicolet ha
evidenziato perfettamente questo aspetto essenziale (e non
codificabile) della laicit. La conquista che essa ha rappresentato
storicamente sui tentativi di dominazione clericale,
ogni essere umano, ogni cittadino deve compierla a sua
volta quasi ad ogni istante, nel suo intimo. In ognuno di
noi sonnecchia, sempre pronto a destarsi, il piccolo "monarca",
il piccolo "prete", il piccolo "importante", il piccolo
"esperto" che pretender di imporsi agli altri o a se stesso
con la forza, con le false ragioni o semplicemente con la
pigrizia e l'imbecillit. La laicit  dunque uno sforzo
difficile ma quotidiano per tentare di preservarsene [...].
Essa tende al massimo della libert con il massimo rigore
intellettuale e morale [...]; esige il pensiero libero, e cosa
vi  di pi difficile del vero pensiero e della vera libert?.

Fra gli scritti italiani sul tema della laicit, quello che trovai
pi completo e convincente - e sostanzialmente concorde
con il testo del governo francese - fu quello a firma
di Maria Bonafede, pastora valdese e vicemoderatrice della
Tavola valdese (NEV):

1 dicembre 2004.
Sono credente, sono pastora evangelica e quindi mi occupo,
diciamo cos, di Dio per professione, e sono laica,
profondamente laica. Infatti penso che la societ italiana
viva e si arricchisca del contributo di pensiero e di vita di
ogni sua componente e dell'intreccio di questi contributi a
confronto. Secondo me non  male che nel confronto delle
posizioni e delle idee ci sia, anche in evidenza, l'anima che
le origina e le muove. Non siamo asettici, e la fede c'entra
nel modo di pensare, ma c' un confine delicato e sottile
che deve essere salvaguardato, che  quello della libert
reale di ciascuno e di tutti. Questo confine lo chiamerei
laicit.  uno spazio rispettoso, la laicit, un modo di
affrontare i problemi, un metodo. Chi  laico vuole poter
discutere di ogni cosa e ritenere il bene, vuole poter
comprendere il senso dei comportamenti del suo prossimo
e rispettarlo, ed essere rispettato. Vuole, al limite,
essere convinto, ma resta salva la libert, che vuol dire che
il pensiero ed il credo che mi appartiene non lo impongo
a nessuno, non entra nelle leggi dello Stato, anche se nel
confronto delle idee concorre ad ispirarle. Penso a quanto
abbiamo riflettuto su questo tema nel passato, in occasione
di leggi e referendum che sono pietre miliari della
vita politica e sociale in Italia. La legge sul divorzio, quella
sull'interruzione della gravidanza: non c' imposizione a
divorziare e tanto meno ad interrompere volontariamente
una gravidanza. Pu darsi che nell'mbito della riflessione
cristiana tu non accederesti mai a quelle soluzioni, ma 
garantita la libert di tutti e di ciascuno di una soluzione
oggettiva, garantita, assistita quando la vita ti salta tra le
mani ed  gi alto il livello di sofferenza per ci che ti 
accaduto. Ma  una palestra continua, quella della laicit,
e se smetti di esercitarti, se allenti la vigilanza interiore,
quel confine delicato e sottile si lacera, e allora ti viene da
pensare che quello che tu credi giusto e vero debba diventare
anche il modo di vivere e di pensare di tutti gli altri,
e diventi integrista, arrogante, impositivo in nome della
verit (la tua).  evidente che in Italia la laicit  a rischio,
ma non pi di ieri, perch lo  sempre stata. Oggi si vede di
pi perch senza che ci si pensasse pi di tanto, cercando
altro, per risolvere problemi tutti diversi, si  scoperto un
antidoto: l'Europa. Certo,  ancora sperimentale, ancora
da testare, ma gi comincia a dare effetti benefici, e non 
pi possibile che un governo arrogante imponga persone
che rappresentano nel loro pensiero, in quello che hanno
sempre detto e fatto, la volont di imporsi di un credo nella
vita della comunit civile e politica.

Dunque avevo maturato un concetto di laicit che andava
oltre la mera separazione fra Chiesa e Stato e pensai di
poterlo affinare ed arricchire stabilendo dei rapporti con
persone di altri paesi, impegnate in questo campo. Una
delle prime iniziative che presi quando fui eletta nel consiglio
dell'UAAR, fu di partecipare alle riunioni della EHF-FHE,
Federazione umanista europea, con sede a Bruxelles
di cui l'UAAR era socia. L conobbi la realt europea, ampia
e diversificata, rappresentata dalla EHF-FHE che raggruppa
sia le associazioni umaniste dei paesi nordici sia quelle
laiche ed atee dei paesi dell'Europa del Sud. Inoltre, la FHE
aderisce all'IHEU, la International Humanist and Ethical
Union, con sede a Londra, l'unica organizzazione a livello
internazionale che interviene a nome degli umanisti, atei,
agnostici, razionalisti, liberi pensatori, laici, scettici,
associati ad oltre 100 organizzazioni internazionali di 40 paesi
e accomunati dall'adesione a una visione del mondo non
teistica ed etica, secondo la quale gli esseri umani hanno
il diritto e la responsabilit di dare senso e forma alla propria
vita, respingendo ogni visione sovrannaturale della
realt. Il numero degli aderenti alle associazioni umaniste
 impressionante: un esempio straordinario  quello
della Norvegia, paese di poco pi di 5 milioni di abitanti,
dove gli aderenti alla Human-Etisk Forbund superano gli
80000. Ma qual  il rapporto dei cittadini nordici con la
religione? Secondo un'antropologa svedese per i cittadini
nordici la Chiesa  come il medico di famiglia: speriamo
di non doverci ricorrere mai, ma  utile che ci sia in caso
di bisogno. Ben diversa, invece  la situazione nel Sud Europa
dove la libert di religione e dalla religione viene condizionata
politicamente e culturalmente - seppur a gradi
diversi - dalla presenza incombente della Chiesa cattolica.
Partecipai ad alcune riunioni della FHE in rappresentanza
dell'UAAR e, alla successiva assemblea annuale, fui
eletta nel consiglio direttivo e ne divenni la vicepresidente.
Finalmente potevo esprimermi liberamente in francese e
in inglese. In quegli anni, siamo nel 2001, l'impegno principale
della FHE consisteva nel seguire i lavori della Convenzione
sul futuro dell'Europa incaricata di predisporre
il Progetto di Trattato che istituisce una Costituzione per
l'Europa. A noi stava a cuore vigilare sulla laicit delle
istituzioni in tutte le loro articolazioni, un'impresa irta di
ostacoli dato che la Santa Sede era da tempo solidamente
impiantata all'interno delle istituzioni europee. Non solo:
a Bruxelles facevano sentire la loro voce i rappresentanti
di ben cinquanta religioni, ciascuno preoccupato principalmente
della difesa dei propri interessi, ma tutti attenti
allo status attribuito alle chiese nel quadro dell'UE.
Rispetto alla sovrabbondanza delle rappresentanze religiose,
la maggioranza della popolazione europea(1) - il 35-50
per cento di non credenti, umanisti, atei, agnostici, liberi
pensatori, indifferenti alla religione - aveva un solo rappresentante,
la Federazione umanista europea, la quale
insisteva sull'inclusione del principio di laicit nel testo
del Trattato, forte del fatto che, per la Corte europea dei
diritti dell'uomo, la laicit  un elemento imprescindibile
della democrazia. Fu una battaglia persa, tant' che questo
termine non figura n nel Trattato costituzionale europeo
n nel Trattato di Lisbona.
Si tratta di una omissione grave, indicativa del depotenziamento
della Corte di Strasburgo che viene, nei fatti,
sostituita dalla Chiesa cattolica come autorit in materia
di democrazia. Tuttavia, se il lobbying frenetico delle gerarchie
vaticane l'ha avuta vinta, ci  dovuto anche alla
collaborazione, diretta e indiretta, offerta da chi non esita
ad annacquare e persino a snaturare il concetto di laicit
per mezzo di un linguaggio ambiguo che apre alle scelte
pi opportunistiche. Infatti, a varie riprese, papa Ratzinger
afferma che la laicit dev'essere sana e aperta, il che significa
che ce n' una malsana e chiusa, mentre per Sarkozy
dev'essere positiva, lasciandone intravedere una negativa.
Alla stessa stregua, Romano Prodi parla di nuova laicit e
spiega che non va pi bene parlare di separazione fra Chiesa
e Stato, meglio la parola dialogo, e utilizza l'aggettivo
nuova per modificare - senza dirci come - il senso del sostantivo
laicit. Non a caso, lo stesso uso fuorviante delle
parole accade con il termine laicismo: secondo i dizionari
della lingua italiana tale termine non implica nessuna connotazione
peggiorativa, mentre dalle gerarchie cattoliche
e dai loro seguaci, come il teodm Giuliano Amato, viene
equiparato di fondamentalismo laico. Inutile dire che i media
seguono pedissequamente. Ma gli attacchi alla democrazia
non si fermano qui: recentemente il Vaticano se l'
presa anche con lo stato di diritto che deve essere giusto,
dice il rappresentante della Santa Sede all'oNU, lasciando
intendere che c' n' uno ingiusto.
In quel periodo, in parallelo con il mio impegno europeo,
seguivo con attenzione la stampa italiana; notavo
spesso e con irritazione che, quando da sinistra si parlava
d'Europa, lo si faceva partendo dalla stessa ottica che si
intendeva combattere, quella per cui l'Europa era esclusivamente
il mercato e la Banca centrale di Francoforte.
Che questi due fattori condizionino pesantemente l'economia
con forti ricadute sociali e politiche  fuori dubbio,
ma conviene non perdere di vista altre realt - altrettanto
pericolose seppure su piani diversi - che vanno maturando
nel bene e nel male. Fra quelle che maturano nel male
la prima, capace di condizionare la vita sociale e politica e
perfino i rapporti interpersonali non meno del mercato e
della finanza,  la penetrazione clericale nelle strutture democratiche
dell'Unione. Scrissi questo articolo pubblicato
sul manifesto, nel marzo 2007.

L'UE, quando ci si mette il diavolo.
Il rifiuto dei valori cristiani  apostasia. Questa  stata
la reazione di Benedetto XVI al mancato riferimento alle
radici cristiane dell'Europa nella Dichiarazione di Berlino,
il documento con cui i leader europei si impegnano a
rilanciare il processo di unificazione politico-istituzionale
dei 27 paesi membri.
Per capire la ragione che ha spinto il papa a tale pronunciamento
 utile ripercorrere le varie tappe dell'offensiva
teocratica diretta alle istituzioni europee nell'ultima
quarantina d'anni. Ne risulta una strategia deliberata volta
a fare indietreggiare l'Europa rispetto al principio di
laicit, da tutti gli stati membri proclamato e considerato
elemento imprescindibile della democrazia dalla Corte
europea dei diritti dell'uomo.
Papa Wojtyla ha un obiettivo, la riconquista di una Europa
dai valori morali labili e lo persegue appoggiandosi
non tanto alla religione quanto alla morale naturale.  una
scelta acuta che si colloca fra il religioso e il culturale e pu
permettere alle chiese di ottenere il sostegno anche di elementi
non religiosi. La riconquista morale deve riguardare
tutti mentre l'adesione alla religione  in declino nella popolazione
e non costituisce pi un motore sufficiente per
sviluppare i diritti della persona, i princpi morali e i valori
universali che la Chiesa difende quando si tratta della famiglia,
delle questioni etiche, dell'omosessualit, della riproduzione
umana, dell'inizio e fine della vita. L'impresa  a
vasto raggio e la Chiesa cattolica, forte della secolare perizia
con cui usa il metodo del bastone e della carota, sa piazzare
i suoi servitori pi fedeli nei posti chiave. Con grande
abilit, tenacia e discrezione, queste persone vigileranno
altres sulle posizioni delle altre chiese, facendosele alleate.
Nel 1970 la Santa Sede affida la propria rappresentanza
presso le istituzioni comunitarie alla nunziatura belga, ma
presto il nunzio non basta pi ad assicurare al Vaticano la
vigilanza quotidiana sugli affari interni dell'Unione, sicch
nel 1980 viene creata la COMECE (la Commissione dei
vescovi della Comunit europea) con il compito di fungere
da esecutivo comunitario. E per, nel 2005, neanche la COMECE
basta pi e papa Giovanni Paolo II nomina un nunzio
apostolico presso l'Unione europea. La Santa Sede, non
essendo una chiesa n una religione ma il papa in persona,
non pu sottoscrivere la Convenzione europea dei diritti
dell'uomo e non pu essere ammessa all'UE. Tuttavia,
maneggiando con sapienza i suoi tre avatar (Santa Sede,
Chiesa cattolica, Stato della Citt del Vaticano) riesce ad
esercitare un'influenza che non ha eguali.
Nel 2002, su invito della Commissione europea, la COMECE
e la CEC (Conferenza delle chiese europee) presentano
una proposta congiunta con una serie di richieste, fra
le quali:
-la messa a punto di una procedura di consultazione
prelegislativa con la partecipazione di consiglieri del presidente
della commissione;
-la tenuta di sessioni di lavoro regolari con obiettivi
e su argomenti specifici previsti in progetti di legge e che
costituiscono una fonte di particolare preoccupazione per
le chiese;
-un ufficio di collegamento in seno alla stessa commissione
volto a sviluppare un partenariato con la commissione.
Tale ufficio di collegamento in seno ai servizi
della commissione dovrebbe consentire la consultazione
delle chiese e delle comunit religiose sulle leggi in corso
di preparazione.
Un simile invito al dialogo , per il Vaticano, un grosso
passo avanti rispetto al 1996, quando il Consiglio europeo
di Torino aveva respinto la richiesta della COMECE di riconoscere
un ruolo pubblico alle chiese, con la motivazione
che la Santa Sede non era uno stato membro dell'Unione.
La COMECE ci riprova nel 1997, in occasione del Trattato di
Amsterdam, primo abbozzo di unione politica, ma il testo
proposto viene relegato fra le dichiarazioni aggiuntive,
esterne al trattato vero e proprio.
Finalmente, nel 2002, il Trattato costituzionale accoglie
tale e quale l'articolo 52, ovvero il testo della
Dichiarazione aggiuntiva di Amsterdam. Alcuni parlamentari
europei fra i quali gli italiani Elena Paciotti e Lamberto
Dini ne chiedono la soppressione, osservando che non si
capisce perch ci che  stato inserito in una dichiarazione
non vincolante nel Trattato di Amsterdam debba oggi
essere innestato nella Costituzione [...] L'Unione non ha,
e la Convenzione non ricerca, una competenza nel settore
della teologia o della filosofia. [...] Questo titolo riguarda
la democrazia e non la teocrazia. Anche la Francia di
Dominique de Villepin ne chiede la soppressione ma poi,
nell'infuriare delle polemiche sul foulard, Parigi cambia
idea e lo considera un bon compromis.
Il titolo del trattato che accoglie l'articolo 52  dedicato
alla democrazia partecipativa e al dialogo, due concetti
largamente accettati che nessuno si sogna di rimettere
in questione. A proposito di democrazia partecipativa,
l'articolo 46 recita: Le istituzioni dell'Unione danno ai
cittadini e alle associazioni rappresentative attraverso gli
opportuni canali la possibilit di far conoscere e di scambiare
pubblicamente le loro opinioni su tutti i settori di
azione dell'Unione. Le parole chiave sono: associazioni
rappresentative, scambiare pubblicamente, tutti i
settori di azione. Quindi non sono previsti settori riservati
che sfuggirebbero allo scambio pubblico e le associazioni
devono essere rappresentative. Un bell'ostacolo
dato che le chiese insistono sempre sulla propria appartenenza
alla societ civile, per non adempiono certo al
criterio di rappresentativit. Inoltre preferiscono trattare
determinate questioni in camera caritatis, lontano da occhi
e orecchie indiscreti. L'ostacolo si supera ricorrendo
a due articoli identici, uno per la societ civile ed un altro
riservato alle chiese in virt della loro identit e del loro
contributo specifico, due termini che nessuno si cura di
definire e che si prestano alle interpretazioni pi creative.
Dunque, utilizzando il canale della democrazia partecipativa
le chiese si assicurano un accesso diretto e privilegiato
presso i servizi della Commissione europea senza
soddisfare il criterio di rappresentativit. Non pu non
venire in mente la sana laicit, cara a Ratzinger, ovvero
la separazione fra sfera ecclesiastica e sfera statale in tutto
salvo per le questioni morali.
Dunque, tale intrusione delle chiese nel processo democratico
europeo avviene a dispetto del principio di
laicit stabilito dalla Corte di Strasburgo; e avviene col
beneplacito della maggioranza dei nostri rappresentanti,
nonostante abbia il rango di principio supremo nel nostro
ordinamento costituzionale.
Ma da noi chi lo difende? Il presidente della Repubblica
Napolitano invita a cercare soluzioni condivise con la
Chiesa cattolica sui temi di bioetica e il capo del governo
precisa che non di separazione fra Chiesa e Stato bisogna
parlare ma di dialogo, forse intimorito dal mnito
lanciato ieri dal teologo Ratzinger: L'inferno esiste ed 
eterno, anche se non ne parla quasi pi nessuno.
Nel novembre 2003, la bozza del Trattato costituzionale
europeo viene adottata dai capi di Stato e di governo e
Il senso e le ragioni del moderno costituzionalismo e
dunque della rigorosa separazione tra Stato e confessioni
religiose indicano che se il potere pubblico ha un fondamento
questo sta nella volont popolare e non nella
religione; qualcuno, che io stento a credere in buona fede,
vuole spacciare questa richiesta come mera ricognizione
di una evidente verit storica; questo qualcuno dimentica
semplicemente che una legge, o una costituzione, non  un
libro di storia, ma un documento che prescrive qualcosa
ad altri, e dunque, qualunque parola venga immessa in
un documento del genere, questa parola automaticamente
diventa fondamento possibile di una qualche prescrizione:
parlare di radici cristiane dell'Unione significa dare
fondamento costituzionale alle pretese di chi, in nome di
tali radici, vuole introdurre anche a livello dell'Unione
poteri, privilegi e immunit per le confessioni cristiane;
in secondo luogo, come a livello di costituzioni statali la
tutela specifica della libert religiosa non serve a tutelare
la libert ma il potere o il privilegio o l'immunit di alcune
confessioni religiose, cos a livello di Unione questo
richiamo non necessario alla libert religiosa domani, o
forse gi oggi, potr servire per giustificare la concessione
di particolari poteri o privilegi o immunit ad alcune o
anche a tutte le confessioni religiose, ristabilendo anche
sul piano istituzionale (oltre che del costume sociale) l'asimmetria
tra alcune o tutte le confessioni religiose da un
lato e gli atei e gli agnostici dall'altro.(2)
Com' ovvio, alle gerarchie cattoliche non bastava ottenere
diritti istituzionali sulla carta. Il nulla osta di Bruxelles
fa comodo per poter intervenire sulla scena politica a piacere,
per bisogna al pi presto scegliere il momento e il
luogo pi idonei per sperimentare i nuovi diritti nella pratica.
La scelta cade sull'Italia in occasione del referendum
sulla procreazione assistita ed  un successo. La CEI si mobilita
senza risparmio di forze, contribuisce al fallimento
del referendum sollevando solo flebili proteste e il cardinal
Ruini annuncia che, anche in occasione di altri referendum,
la CEI avrebbe dato indicazione di voto. Poi viene
la legge sui DICO che il Vaticano segue con una puntigliosit
degna di un governo ombra, indicando ai parlamentari
quali sono i valori non negoziabili e papa Ratzinger
(capo di uno Stato straniero) ingiunge ai farmacisti cattolici
di trasgredire le leggi dello Stato italiano contrarie alla
dottrina morale cattolica e ai medici di fare altrettanto,
esercitando la loro obiezione di coscienza anche quando,
facendolo, impediscano ai cittadini di usufruire di diritti
garantiti per legge. Se domani servir intervenire in altro
luogo, ci sar gi stato un precedente e sar possibile farlo
in piena legittimit europea. I giochi sono fatti.
Nel suo ragionamento, il giurista Ugo Rescigno ci invita
altres a soffermarci sull'uso del linguaggio da parte
delle gerarchie cattoliche: un uso a volte volutamente improprio,
a volte persino al limite della fraudolenza. Dice
Confucio che l'uso di termini falsi e di descrizioni ambigue
possono portare a delle calamit.
Effettivamente, la scelta del linguaggio ha delle ricadute
incalcolabili quando  in gioco la laicit delle istituzioni,
espressione che indica la separazione delle chiese
dallo Stato, essendo scontato che una separazione non
tollera eccezioni n tanto meno aggettivi che ne modifichino
il significato. Non cos per Ratzinger il quale, nel
2003, scrive che la laicit intesa come separazione fra la
sfera statale e quella ecclesiastica  un fatto acquisito per
la Chiesa cattolica e, aggiunge, in tutto salvo per le questioni
morali. E spiega perch ai partecipanti al congresso
internazionale sul diritto naturale promosso dalla Pontificia
universit lateranense (12 febbraio 2007): La storia
ha mostrato quanto possa essere pericoloso e deleterio uno
Stato che proceda a legiferare su questioni che toccano la
persona e la societ, pretendendo di essere esso stesso fonte
e principio dell'etica... La legge morale naturale, forte del
proprio carattere universale, permette di scongiurare tale
pericolo... Essa si pone come fonte catalizzatrice di consenso
tra persone di culture e religioni diverse e permette di
andare oltre le differenze, perch afferma l'esistenza di un
ordine impresso nella natura dal Creatore e riconosciuto
come istanza di vero giudizio etico razionale per perseguire
il bene ed evitare il male.(3) Se prendiamo il dibattito sulla
presenza della religione nella sfera pubblica - bene comune
che tutti possono usare ma che nessuno pu ipotecare
a proprio vantaggio - constatiamo un cambiamento nelle
espressioni usate a questo riguardo dalla Chiesa cattolica:
la lamentela secondo la quale ci vogliono escludere dalla
sfera pubblica (chi, non viene mai detto) si trasforma in
un crescendo di rivendicazioni: Dio ha il suo posto anche
nella sfera pubblica, la religione ha una dimensione culturale,
sociale, economica e particolarmente politica (Caritas);
dalla sfera pubblica si passa a quella istituzionale,
e Benedetto XVI si rallegra quindi dei diritti istituzionali
ormai garantiti alle chiese dall'Europa.
Non c' da sorprendersi, ma da denunciare un progetto
eversivo dell'ordine democratico perseguito dalla Chiesa
cattolica e, seppur tra le righe, legittimato dal Trattato di
Lisbona. Si obietter che, ormai, il Trattato di Lisbona vale
poco o niente vista la crisi dell'UE. Personalmente, mi auguro
che, magari in una forma pi ristretta, l'UE riprenda
fiato, ma l'interesse di quanto sopra, lungi dall'avere carattere
contingente, rimane intatto: documenta le mire del
potere forte rappresentato dalla Chiesa cattolica nei singoli
paesi, in Europa e nel mondo; mire che non vengono
svelate ma agite con pazienza e senza contrasti, perfino
quando mettono in pericolo lo Stato democratico.
Intanto, rimane il fatto che alla Chiesa cattolica  consentito
intervenire su determinati progetti di legge europei
prima che tali progetti arrivino in aula e, pertanto, di entrare
a far parte de facto del processo legislativo europeo.
Il danno  grosso. L'intervento ecclesiastico nel processo
legislativo delegittima il Parlamento poich sottintende
l'incapacit degli eletti cattolici di rappresentare le istanze
dei propri elettori. E infine gli elettori cattolici vengono
cos rappresentati due volte a scapito del principio di
uguaglianza dei cittadini. La prima vittima del danno  lo
stato di diritto, cardine della nostra democrazia e del suo
bene pi prezioso: la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
In questo modo il Vaticano si assicura l'esenzione da
quelle leggi e normative europee (poi recepite dalla legislazione
nazionale) che sono in contrasto con la dottrina
morale cattolica.  ci che gi accade in Italia per gli insegnanti
di religione, la cui assunzione o permanenza in
servizio dipende dalla diocesi di appartenenza, qualora
questa consideri che non si attengono alla morale cattolica.
Secondo il Vaticano, la dimensione religiosa si estende a
tutto ci che riguarda l'essere umano e dal momento che la
Chiesa si proclama esperta in umanit  giusto che le sia
riconosciuto uno status specifico, diverso da quello attribuito
alle associazioni della societ civile. Tale status privilegiato
le permetter di raggiungere un altro obiettivo:
mettere le mani sui servizi pubblici in nome del principio
di sussidiariet, con la facolt per le organizzazioni cattoliche
che gestiscono servizi pubblici quali scuole, ospedali
ecc. di discriminare i propri dipendenti in base sia alla loro
religione sia alle loro scelte di vita. I ginecologi obiettori di
coscienza ne costituiscono un'illustrazione precisa.
Non lo faceva anche prima? Da noi s, ma con discrezione.
Veniva consultata privatamente ed esercitava le sue
pressioni in particolare sui singoli parlamentari a lei fedeli:
ma il solo fatto che venisse evitata ogni pubblicit significava
che la separazione fra la sfera politico-istituzionale
e la sfera religiosa rimaneva un principio saldo della nostra
democrazia. Oggi non lo  pi, e il fatto che tale principio
sia stato infranto surrettiziamente, senza dibattito
pubblico, nel primo abbozzo di una costituzione europea,
dimostra il dolo e aumenta la gravit del danno.
Non che siano mancati in passato gli interventi delle gerarchie
cattoliche nella vita politica del nostro paese. Il cardinal
Ruini al funerale per i morti di Nassirya annunciava:
A Nassirya ci siamo e ci resteremo, scambiandosi forse
per il capo del governo. E a proposito del referendum sulla
procreazione assistita dichiarava: La Chiesa non soltanto
ha il diritto ma ha il dovere di esprimersi su tematiche
come queste. Essa - e questo  un equivoco da sfatare - non
si pronuncia soltanto sui princpi ma anche sul concreto di
provvedimenti che, come questa legge, possono avere una
grande implicazione morale ed antropologica. Tuttavia i
diritti istituzionali oggi rivendicati dal papa e resi attuabili
dal Trattato di Lisbona spalancano la porta all'intrusione
della Chiesa negli affari dello Stato e la legittimano. Ne
abbiamo avuto un'anteprima nell'ingiunzione rivolta dal
papa stesso - capo di uno Stato straniero - a medici e farmacisti
di trasgredire la legge; nonostante il suo contenuto
eversivo, viene accolta con compunzione da una classe politica
priva di senso dello Stato e incapace di difendere la
legalit, il fondamento stesso dello stato di diritto.
Tornando all'uso improprio del linguaggio, un altro
esempio si ha quando le parole usate trasmettono messaggi
non accessibili al pubblico a cui sono diretti. Cos quando
il papa parla di legge morale naturale, anzi di lex naturalis
(in latino suona meglio) la cui verit  comune a
tutti gli uomini, che cosa sta dicendo? Che diavolo  la
verit della legge naturale? E chi l'ha detto che esiste una
verit e che, per giunta,  comune a tutti gli uomini?
Onest vorrebbe che lo spiegasse, perch l'etica del linguaggio
esige che le parole siano usate con senso di responsabilit,
cio con la capacit e la volont di rispondere delle nostre
singole affermazioni per renderle comprensibili al nostro
interlocutore. Il linguaggio di Ratzinger sar pure comprensibile
per i suoi fedeli (mio padre - ma era un vecchio
ateo - diceva che era fiero di non capirlo) ed  legittimo
che lo usi quando dialoga con essi.  invece illecito che lo
usi quando si rivolge a tutta la popolazione e doppiamente
illecito dato che lo fa da una posizione di privilegio. E diventa
mille volte illecito quando pretende che tali concetti,
inaccessibili ai pi, esprimano valori non negoziabili e
debbano costituire la base morale delle leggi dello Stato.
All'uso improprio del linguaggio, i rappresentanti della
Chiesa cattolica aggiungono anche l'uso falso e tendenzioso,
come quando affermano che la legge sui DICO avrebbe
effetti deleteri sulla famiglia (quale famiglia? quella
che maltratta e uccide donne e bambini?) e che sarebbe
un pericolo per l'intera societ.  falso e tendenzioso dato
che, nei paesi dove i pacs esistono da anni, la famiglia tradizionale
non ne ha sofferto in alcun modo. Ma  altres
un uso atto a turbare l'ordine pubblico, in quanto paventa
minacce inesistenti e incute paure che dividono la popolazione.
Di uso truffaldino delle parole invece si pu parlare
a proposito dell'affermazione che l'embrione  una persona.
Affermare che una manciata di cellule invisibili a
occhio nudo siano una persona  non solo falso ma anche
ignobile, poich chi lo dice fa finta di non sapere che, fino
a cinque mesi, i feti risultanti da un aborto finiscono nei
rifiuti speciali. Come una novit  il fatto che Dio insuffla
l'anima nell'embrione e non pi nel neonato. Purtroppo
non si tratta solo di stravaganze riservate ai cattolici,
ma di tentativi di condizionare la vita dei cittadini imponendo
dogmi e precetti appartenenti unicamente alla sfera
privata. Tali tentativi costituiscono un attacco subdolo
alla laicit come visione del mondo scientifica, solidale e
altruista, da perseguire con l'esercizio radicale della democrazia.
Tuttavia, le gerarchie cattoliche sanno di poter
contare sulla mentalit subalterna della classe politica e
dei media italiani, i quali, per convinzione o per opportunismo,
sono pronti a compiacerle. A volte per le cose non
vanno come da esse previsto: successe a Verona quando
la giunta decise di cambiare il nome di via Ippolito Nievo
in via Escriv de Balaguer, il discusso fondatore dell'Opus
Di. Dovette rinunciare per le proteste della popolazione.
Invece, e lo scrivo con grande amarezza, le cose andarono
diversamente in una circostanza ben pi grave che ho raccontato
sul manifesto.

Il manifesto, 15 marzo 2011.

Ci sono molti modi per falsificare la storia. Uno di questi
consiste nell'estrarre una data dal flusso degli eventi che
l'hanno preceduta e succeduta e assegnarle una valenza assoluta
s da farla diventare simbolo indiscusso e condiviso.
Ci  avvenuto con la decisione di celebrare l'Unit d'Italia
il 17 marzo. Tale data si riferisce al 17 marzo 1861
quando fu proclamato il Regno d'Italia cui, tuttavia, mancavano
ancora sia Venezia che Roma. Venezia fu liberata
dagli Asburgo nel 1866 e la liberazione di Roma e di
parte del Lazio fu possibile solo quando la Francia, dopo
la disfatta di Sedan, rinunci a proteggere la citt papale.
Quindi ci vollero altri nove anni prima che, il 20 settembre
1870, i bersaglieri sbrecciassero Porta Pia mettendo
fine allo Stato pontificio, al potere temporale del papa e
inaugurando per tutta l'Europa una nuova ra di libert
di pensiero, di coscienza e di religione. Il 20 settembre,
con Roma capitale dell'Italia intera, venne dichiarato festa
nazionale e tale rimase fino al 1930 quando, in ossequio ai
Patti lateranensi sottoscritti l'11 febbraio del 1929, Mussolini
soppresse la festivit del 20 settembre e dichiar giorno
festivo l'11 febbraio.
Se questi sono i fatti,  lecito chiedersi come mai per celebrare
l'Unit d'Italia si  scelta la data della proclamazione
del Regno d'Italia privo di Venezia e Roma e non il 20 settembre,
giorno di festa nazionale per sessant'anni della nostra
storia, ancor oggi celebrato pressoch in ogni citt italiana
con vie e piazze a essa intitolate. Una dritta per capire
sia la scelta del 17 marzo sia la totale omissione nei discorsi
ufficiali - ma anche nei media - di ogni riferimento al 20
settembre ce la d la Repubblica del 27 luglio 2010. Scrive
Orazio La Rocca che, da molti mesi, il sindaco di Roma
Gianni Alemanno e la Curia vaticana stavano studiando
come celebrare i 140 anni della presa di Porta Pia con un
programma di eventi senza venature anticlericali e antivaticane
e senza elementi polemici non graditi Oltretevere.
In parole povere come far dimenticare che l'Unit d'Italia
si era fatta contro Pio IX il quale non riconobbe lo Stato italiano,
ne scomunic re, parlamento e governo e avrebbe voluto
che la Questione romana si risolvesse militarmente.
La conferma che  ben di questo che si tratta risulta dal
modo inedito con cui lo scorso 20 settembre  stata celebrata
a Roma la breccia di Porta Pia. Inedito perch, mentre
ogni anno la ricorrenza si limitava a qualche discorso
ufficiale seguito dagli interventi di varie associazioni laiche,
nel 2010 l'amministrazione capitolina ha voluto celebrare
l'evento con pompa e ostentazione. La cerimonia di
apertura  stata dedicata a Pio IX, il papa del Sillabo che
rifiut di mettere piede in Italia. A Porta Pia l'oratore ufficiale
 Stato non un rappresentante dello Stato italiano o
dell'amministrazione capitolina bens il segretario di Stato
vaticano, cardinale Tarcisio Bertone. Dopo di lui la sola
associazione autorizzata a parlare dal podio  stato il Movimento
politico cattolico Militia Christi, noto per l'uso di
espressioni spregiative contro i diritti degli omosessuali e
contro l'aborto e il divorzio. (L'anno scorso un tribunale di
Roma lo ha condannato a pagare 60000 euro di danni a
delle associazioni democratiche, fra cui l'Associazione per
la Libert della ricerca scientifica Luca Coscioni, e ha disposto
che fossero tolte dal suo sito alcune dichiarazioni
false od offensive). Alle associazioni laiche fu vietato parlare
o aprire le bandiere recanti il proprio nome poich, secondo
la polizia, rappresentavano una forma di opposizione
vietata da ordini superiori.
Falsare la storia  pericoloso. In uno stato di diritto pu
mandare a farsi benedire, insieme alla verit storica, la libert
di espressione, la separazione fra Chiesa e Stato e, in
primis, il principio supremo della laicit dello Stato. Chi
avr il coraggio civile di esprimersi in contro-tendenza?

Cambiare la data della festa nazionale  una cosa difficile
se non impossibile, a meno che non si abbia la certezza di
non alzare polveroni. Nel nostro paese, alzare polveroni in
difesa della laicit dello Stato  cosa inaudita, ma mi sono
chiesta in quale misura i presidenti della Repubblica, tenuti
a osservare strettamente il protocollo, abbiano rispettato
tale principio; la risposta l'ho trovata nel Messaggio
di capodanno rivolto agli italiani da tutti i presidenti,
prestando un'attenzione particolare ai termini da essi usati a
proposito del papa. E ho scritto al manifesto.

Il manifesto, 28 dicembre 2007.

Il titolo ufficiale del capo della Santa Sede  Sovrano dello
Stato della citt del Vaticano, comunemente abbreviato
in diritto ecclesiastico in S.C.V.
Il titolo ufficiale del capo della Chiesa cattolica  Romano
Pontefice, o Sommo Pontefice anche per i cultori
del diritto canonico e per i giuristi cattolici.
Santit e Santo Padre non sembra siano contemplati
da una norma, ma dalla prassi, come modo di riferirsi
con reverenza al pontefice...

 lecito che il presidente della Repubblica di un paese
laico invochi l'aiuto di Dio in un discorso pubblico? 
lecito che, quando nomina il papa, usi l'appellativo reverenziale
di Santit anzich il titolo ufficiale di Sommo
Pontefice? E se invoca Dio e parla del papa chiamandolo
Santo Padre o Santit non significa che in quel frangente
smette di rappresentare tutti i cittadini visto che
parte di essi  atea, agnostica, libera pensatrice o indifferente
a Dio e alla religione? La lettura dei messaggi di
fine anno che i presidenti della Repubblica, da Einaudi a
Napolitano, hanno rivolto agli italiani ogni 31 dicembre
(quelli del primo presidente, Enrico De Nicola, non sono
reperibili sul sito internet del Quirinale) rivela un quadro
non privo di sorprese.
A differenza di Einaudi che invoca l'aiuto di Dio tre
volte durante il suo settennato e di Gronchi che ripete due
volte la medesima invocazione, i presidenti della Repubblica
che sfilano al Quirinale dal 1949 al 1984 - Segni, Saragat,
Leone e Pertini - si rivolgono solamente agli umani. Includendo
fra questi il capo della Chiesa cattolica,  da notare
che Segni ricorda la morte di Sua Santit Giovanni XXIII,
mentre Saragat nomina il Sommo Pontefice tre volte ma
lo fa per un motivo circoscritto, ovvero l'adesione dell'Italia
agli appelli del papa a favore della pace. Altrettanto fa una
volta - e per la stessa ragione - Leone, mentre Pertini nomina
il papa Giovanni Paolo per deplorare l'attentato da
questi subto. E fin qui la laicit dello Stato  rispettata.
Il linguaggio usato dai nostri presidenti cambia a decorrere
dal 1984 quando, con il nuovo concordato, la
religione cattolica cessa di essere la religione dello Stato
italiano. Ma cambia nel senso che i presidenti Cossiga,
Scalfaro e Ciampi sembra vogliano rassicurare il Vaticano
che nulla  cambiato. Dopo quasi trent'anni di assenza dai
messaggi di fine anno, ecco che Dio ritorna alla grande
al Quirinale con Francesco Cossiga il quale si impegna a
essere buon servitore della legge, ed anche quindi della
tradizione, ma soprattutto di Dio, cio della verit. I suoi
discorsi di fine anno terminano invocando l'aiuto di Dio e
chiedendo che iddio protegga e benedica l'Italia.
Nei suoi messaggi di fine anno Oscar Luigi Scalfaro
si riferisce spesso alla religione, al papa e a Dio ma,
diversamente da tutti i presidenti che lo hanno preceduto
e succeduto,  consapevole di rappresentare anche i cittadini
italiani che non credono in Dio: Per chi crede, di
qualunque credo, per chi crede anche soltanto in questo
affascinante denominatore comune umano, la speranza
non si deve spegnere mai! e fra gli indefiniti esempi di
altruismo e donazione ne sceglie uno non religioso, l'opera
del Filo d'Oro di Osimo, nelle Marche, che dedica
la propria attivit di volontariato ai sordociechi. E non
esclude i cittadini senzadio neanche dai momenti importanti
nella vita dei cattolici come la malattia del papa:
E abbiamo anche trepidato con amore per la salute di
Giovanni Paolo II: il mondo non si  diviso fra credenti
e non credenti, no! Ognuno ha sentito che chi soffriva
era il testimone, il propugnatore, l'araldo della Pace per
tutti, il difensore dei diritti conculcati di chiunque. A
volte per il suo desiderio di non escludere i senzadio lo
porta a coinvolgerli laddove questi - compresa chi scrive -
preferirebbero non essere coinvolti, come in occasione
della visita del papa al Quirinale, quando esclama:
Grazie. Grazie per i colloqui, grazie per l'amabilit.
Grazie, soprattutto, per una cosa che tutti hanno sentito: che
non era soltanto un grande atto di attenzione - ed era gi
gran cosa! - ma che era, soprattutto, un atto di amore
per l'Italia e per il popolo italiano. Ed  il popolo italiano
che, attraverso la mia voce, Santit, Le dice grazie anche
per questa Sua infrenabile, grazie a Dio, testimonianza
di Verit, di Pace, di Giustizia che vince ogni resistenza
che la natura, a volte, Le pone. Coraggio e avanti,
Santit!. Quando si rivolge direttamente al papa, Scalfaro
lo chiama Santit, mentre parlando di lui alla terza
persona usa il titolo Pontefice di Roma oppure il nome
papa Giovanni Paolo II. Dunque una netta distinzione
fra privato e pubblico, evidente anche quando nomina
Dio e usa, anche se non sempre, l'accortezza di precisare:
Consentite che, per parte mia, io possa dire grazie alla
Provvidenza di Dio, per l'aiuto che mi ha dato...
Scalfaro  un Presidente animato da un forte senso dello
Stato ed  l'unico a ricordare che questo Stato laico...
 la casa di tutti, dove ognuno ha diritto e dovere, se lo
sente, di rendere testimonianza ai princpi nei quali crede.
Ha presente anche tutte le religioni e non solo quella
cattolica e quasi ogni anno trova le parole per ricordare i
pastori di religioni diverse, oppure quanti hanno pregato:
nelle chiese cattoliche, in tutte le altre chiese cristiane,
nelle sinagoghe, nelle moschee....
Invece fra i presidenti meno laici spicca Carlo Azeglio
Ciampi che invariabilmente usa l'appellativo Sua Santit
e Santo Padre per indicare il papa e chiede che ci
aiutino gli esponenti religiosi, di tutte le religioni, ad approfondire
sempre pi il valore della pace, educando ad
essa i credenti. Chiss se si  dimenticato di quel 16 per
cento di cittadini italiani non credenti o se considera che
essi abbiano gi approfondito il valore della pace.
Sempre in materia di laicit, dal punto di vista protocollare
il discorso che Giorgio Napolitano ha rivolto agli
italiani lo scorso dicembre  ineccepibile. Dio  uscito di
nuovo di scena e per il papa sono stati adoperati i titoli
ufficiali come  giusto che sia. Per non possono non
lasciare perplessi le parole del nostro Presidente quando
dice: Su questi grandi temi - la pace, in Terra Santa innanzitutto,
tra israeliani e palestinesi; il dialogo con altre
civilt e altre fedi, nella distinzione e nel reciproco rispetto;
il ruolo dell'Europa - colgo una profonda sintonia con
la Chiesa cattolica, con le sue espressioni di base, con le
sue voci pi alte. Lasciano perplessi perch il dialogo
con altre civilt e altre fedi prospettato da papa Benedetto
XVI parte sempre dalla superiorit della religione
cattolica rispetto alle altre religioni ed esclude i non credenti
quando addirittura non li denigra. In quanto alla
pace nella cosiddetta Terra Santa, il Vaticano si  arreso
davanti all'occupazione israeliana di Gerusalemme la
quale, nel piano dell'ONU, doveva rimanere la citt santa
delle tre grandi religioni monoteiste e godere di uno statuto
internazionale. Per questi e altri motivi credo che molti
italiani, credenti e non credenti, non condividano la
profonda sintonia con la Chiesa cattolica sui temi indicati
da Napolitano. Insomma, una cosa  l'adesione data dal
presidente della Repubblica ad un appello papale a favore
della pace (ma chi  contro la pace?), mentre ben diversa
 la sintonia del presidente della Repubblica con le gerarchie
ecclesiastiche su questioni complesse come il ruolo
dell'Europa o il conflitto israelo-palestinese che vedono
gli italiani assai divisi tra loro.
Per favore, Presidente Napolitano, nel suo prossimo
Messaggio di fine anno si ricordi dei non credenti e tenga
alta la bandiera della laicit.
Dunque gli anni di attivit alla FHE mi hanno permesso di
scoprire il mondo laico-umanista europeo della cui vitalit
e presenza capillare nelle rispettive societ il pubblico
italiano  tenuto totalmente all'oscuro. Mentre le associazioni
laiche presenti nei paesi del Sud Europa, a stragrande
maggioranza cattolici e legati da un concordato con la
Santa Sede - sotto il pontificato di Wojtyla, ne sono stati
firmati 80 con altrettanti stati nel mondo -, si limitano
alla denuncia delle ingerenze vaticane ed alla richiesta di
uguaglianza fra credenti e non credenti, le associazioni dei
paesi nordici - a maggioranza protestante dove la laicit 
un fatto acquisito - svolgono un'intensa attivit sociale e
culturale: assistono i loro soci a vivere la loro scelta umanista
in modo pieno e gratificante e tengono d'occhio sia
la libert di religione che la libert dalla religione; un'attivit
fatta di interventi concreti come la celebrazione dei
riti di passaggio, a dimostrazione che la laicit va vissuta e
non soltanto proclamata. Alle riunioni della FHE conobbi
David Pollock, un dirigente della BHA, British Humanist
Association, una persona straordinaria che la domenica fa
volontariato al British Museum dove cataloga antichi manoscritti
che giacciono nelle cantine. La BHA raggruppa
numerose associazioni locali in tutto il Regno Unito, ha
uno staff efficiente e numerosi volontari capaci di lavorare
in modo organizzato e capillare sia sul territorio sia con
i parlamentari; offre diversi servizi quali assistenza morale
laica ai malati terminali, celebranti laici per nascite,
matrimoni e funerali, e svolge un lavoro sistematico presso
i parlamentari per contrastare i provvedimenti di tipo
multiculturalista come le scuole confessionali, contrarie ai
princpi della laicit dello Stato; lavoro non facile in un paese
dove alla Camera dei Lord siedono di diritto ventuno
vescovi e dove la regina d'Inghilterra  il capo della Chiesa
anglicana! Ascoltando David, mi venne l'idea di proporre
all'UAAR di iniziare anche noi a offrire ai cittadini dei servizi
di assistenza morale laica e celebranti di cerimonie,
visto che solitamente nel nostro paese i matrimoni civili
sono poco festosi. Il primo matrimonio, lo celebrai in un
castello alle porte di Roma; Alberto, tipografo napoletano,
sposava Dawn, una giovane londinese. Erano presenti
entrambe le famiglie e quella della sposa - le cui signore
indossavano cappellino e veletta, stile regina d'Inghilterra -
era giunta con un charter noleggiato appositamente.
L'intera cerimonia si svolse in italiano e in inglese con
grande soddisfazione dei presenti e, durante il rinfresco, i
nonni napoletani dello sposo mi assicurarono che la cerimonia
era stata molto pi bella di quella del prete!
Un'altra mia scoperta che ritengo meritevole di riflessione
fu quella della laicit del Belgio, paese cattolico, il cui
re si dimise per ventiquattro ore per evitare di mettere
la sua firma sotto la nuova legge che liberalizzava l'IVG.
La Costituzione belga del 1994 riconosce le associazioni
umaniste e i loro assistenti morali laici i quali prestano la
loro opera in ospedali, scuole, carceri e vengono retribuiti
dallo Stato alla stessa stregua di quelli religiosi. Una bella
storia  quella dell'Orphelinat rationaliste,(4) l'orfanotrofio
razionalista nato nel 1893 e rimasto in attivit fino al
1964. Le parole del suo primo direttore, Adolphe Deluc,
illustrano bene lo spirito dell'impresa: In Belgio gli orfanotrofi,
sia laici che religiosi, in un certo senso mirano
a preparare solamente soldati e serve. In tutti questi orfanotrofi,
la morale deriva da una religiosit meschina e
l'insegnamento  pressoch inesistente. Dei soldati senza
famiglia, senza carattere e senza istruzione, che pacchia
per un governo autoritario! Il nostro orfanotrofio sar de
jure e de facto essenzialmente razionalista. La morale partir
dall'ineluttabilit delle leggi naturali e dall'altruismo
pi ampio. Il nostro obiettivo consiste nel formare fratelli,
liberi pensatori e cittadini. Da un'inchiesta giornalistica
del 1966 risulta che i ragazzi cresciuti negli orfanotrofi sia
laici che religiosi sono diventati, per la maggior parte,
militari e domestiche, mentre quelli usciti dall'orfanotrofio
razionalista si sono affermati, quasi tutti, come artigiani,
tecnici specializzati e liberi professionisti. L'interesse di
questa storia - raccontatami da Martine Goldberg, figlia
di una delle piccole ospiti di allora - va ben oltre l'orfanotrofio
e dimostra che una cultura e una tradizione autenticamente
laiche possono condurre a delle iniziative dai
risvolti sociali notevoli. Dunque agire la laicit invece di
accontentarsi di proclamarla.
Dal 2004 al 2008 ho rappresentato la FHE presso l'OSCE,
che ogni anno organizza l'HDIM - Human Dimension Implementation
Meeting -, una conferenza sui diritti umani
e la democrazia, suddivisa in decine di sessioni dedicate ad
argomenti specifici, con la presenza di centinaia di partecipanti.
Durante quindici giorni gli stati membri, le organizzazioni
internazionali e le associazioni della societ civile
fanno il punto sulla situazione dei diritti umani nei paesi
membri, sugli impegni presi, e sui provvedimenti da adottare.
L'aspetto straordinario dell'HDIM  la possibilit offerta
a due o trecento organizzazioni non governative di partecipare
alle assemblee generali e di intervenire per cinque
minuti, alla stregua dei rappresentanti degli stati, i quali,
per, hanno anche tre minuti di diritto di replica. Noi della
FHE e di altre ONG laiche ed umaniste partecipavamo alle sessioni
plenarie su Tolleranza e non discriminazione. Nella
sessione del 2010, come esempio di che cosa pu succedere
quando la separazione fra Chiesa e Stato diventa dialogo,
come voleva Romano Prodi, o condivisione, come auspicava
Napolitano da presidente della Repubblica, ho riferito come
era stata snaturata la storia dell'Unit d'Italia.(5) Tentai diverse
volte di creare alleanze con delle ONG, ma non ci riuscii
mai. Un giorno, con l'idea di proporre un'iniziativa che potesse
riscuotere l'appoggio della delegazione della Francia,
andai a trovare i rappresentanti francesi: accoglienza cordiale,
apprezzamento dei nostri interventi ma: Non s'illuda
signora, qui si parla di tutto e non si conclude su niente.
Da noi la laicit  acquisita e ci che fanno gli altri paesi non
ci interessa. Mi raccomando, ecco il mio biglietto, venga a
trovarmi al Quai d'Orsay. Ebbi anche l'infelice idea di presentarmi
all'ambasciatore italiano e l l'accoglienza fu men
che tiepida: Signora, lei viene qui a dire male dell'Italia, i
panni sporchi si lavano in famiglia....
In quegli anni, la Chiesa cattolica parlava ad ogni pie sospinto
di cristianofobia e papa Benedetto XVI affermava che
i cristiani sono la minoranza pi oppressa e tormentata.(6)
In occasione di una conferenza sulla cristianofobia intitolata
Incidenti e crimini motivati da odio contro i cristiani:
prevenzione e risposta organizzata dall'OSCE a Roma il 12
settembre 2011, ho ricordato come, nei secoli, la Chiesa cattolica
con i suoi pronunciamenti, le sue preghiere stigmatizzanti
altre religioni abbia suscitato sentimenti e giudizi
negativi verso gli stessi cattolici.

Signor presidente, signore e signori,
Ho il grande privilegio di essere nata in Egitto in un
tempo in cui erano sconosciuti sia l'incitamento all'odio
religioso che i crimini dettati da tale odio. La ragione,
ritengo, era l'assenza di fondamentalisti musulmani che
chiedevano di essere governati dalla sharia, di fondamentalisti
ebrei che rivendicavano diritti biblici su una terra
promessa dal loro Dio, di fondamentalisti cattolici che si
consideravano i soli detentori della verit e cercavano di
imporre la loro dottrina morale a tutti. Le istituzioni religiose
erano libere di esprimersi, si concentravano sulla
loro missione spirituale e tutti vivevano felici.
Da allora il mondo  cambiato.  cambiato al punto
che siamo riuniti qui oggi per discutere di come prevenire
e rispondere a crimini dettati da odio specifico contro
i cristiani. La FHE condanna recisamente tutti gli atti di
violenza, quindi tutti i crimini di questo tipo, i quali sono
tanto pi gratiti quando vengono perpetrati per motivi
religiosi o ideologici e tanto pi spregevoli se vengono fomentati
per ragioni politiche da appartenenti a pubbliche
istituzioni, come  stato riferito a proposito dei recenti attacchi
contro la comunit copta egiziana.
Nonostante sia generalmente riconosciuto che i crimini
dettati da odio sono preceduti dall'uso di un linguaggio
di incitamento all'odio nonch di stereotipi negativi
miranti determinati gruppi di cittadini, sembra che il timore
di limitare la libert di espressione ci paralizzi al
punto di evitare persino di parlarne. La FHE concorda che
non sarebbe giustificabile limitare la libert di espressione
per legge, ma ritiene che richiamare l'attenzione sulle
tre ragioni principali atte a spiegare i sentimenti di inimicizia
o anche di ostilit verso i rappresentanti religiosi
possa favorire un clima di rispetto reciproco e di coesione
sociale.
Inoltre, la storia ci insegna che le autorit religiose - di
qualsiasi religione - e i loro fedeli non sono solamente vittime
ma a volte anche istigatrici di sentimenti e comportamenti
violenti contro determinati gruppi di cittadini. Il
primo esempio che viene ovviamente in mente  il pregiudizio
e l'odio contro gli ebrei diffuso abbondantemente
per venti secoli dalla Chiesa cattolica e ripetuto fino
a pochi decenni fa (1964) nella liturgia della Settimana
Santa. Espressioni quali perfido ebreo e popolo deicida
hanno alimentato sentimenti di repulsione e di odio
contro gli ebrei, favorendo gli stereotipi negativi che tutti
conosciamo. Taluni governi cui occorreva un nemico interno
per distrarre l'attenzione e la rabbia della gente dai
misfatti da essi commessi volentieri si avvalevano di una
fonte autorevole come la Chiesa cattolica per legittimare
la discriminazione e le persecuzioni dei loro ebrei. Il progetto
delirante di Hitler della difesa della razza ariana e il
massacro di milioni di ebrei, ma anche di zingari, omosessuali,
invalidi e oppositori politici appartiene a questo
contesto culturale.
N  possibile dimenticare che, oggi, sulla questione
dell'aborto, l'incitamento all'intolleranza e all'odio ha provocato
incidenti e crimini nella regione dell'OSCE. Negli
Stati Uniti, nel solo 1998, dei terroristi cristiani si sono resi
responsabili di 17 tentati omicidi, 338 minacce di morte,
153 attacchi con percosse e 3 sequestri di persona. Inoltre,
James Kopp, affiliato a un gruppo militante cattolico anti-abortista
noto come Gli agnelli di Cristo, si  prodotto in
una serie di sparatorie, sia negli usa che in Canada,
uccidendo un medico abortista. Poche ore dopo, un sito di
militanti anti-abortisti pubblicava una lista virtuale di
medici abortisti. Questi estremisti si considerano legittimati
dalla tenace propaganda condotta dalla Chiesa cattolica
contro le leggi che legalizzano l'aborto nella maggior
parte degli stati membri dell'OSCE, nonch dalle costanti
pressioni anti-abortiste esercitate dalla Santa Sede presso
le istituzioni europee. Le leggi riguardanti l'uguaglianza o
miranti a proteggere i diritti delle donne e dei gay e delle lesbiche
vengono interpretate da taluni cristiani - evangelici
e non solo cattolici - come attacchi inferti al loro insegnamento
religioso e quindi come un impedimento ad agire
secondo il loro credo, e quindi come il diniego della libert
di religione e di convinzione. Essi pretendono che i loro
diritti prevalgano su quelli di tutti gli altri solo perch di
origine religiosa. Si oppongono non solo quando viene loro
richiesto di rispettare i diritti degli altri ma anche al fatto
che altri possano godere di diritti che essi disapprovano!
Le lobby religiose e la Santa Sede rivendicano il diritto
per i cattolici di esercitare l'obiezione di coscienza per motivi
religiosi su questioni votate in Parlamento da rappresentanti
eletti, da essi ritenute eque e giuste per la societ.
Non sorprende quindi che la maggioranza dei cittadini,
credenti e non credenti, che hanno a cuore la democrazia
e lo stato di diritto, si oppongano a che qualcuno possa
essere al di sopra della legge e possa discriminare altri cittadini
nella fornitura di servizi legalmente riconosciuti.
L'incapacit dei dirigenti vaticani di accettare l'esistenza
di convinzioni etiche e di moralit diverse dalla loro - che
altro non  che una fra tante - concorre a disegnare un'immagine
negativa della Chiesa cattolica. Ci non vale per
il cristianesimo nel suo insieme poich molte chiese cristiane
seguono delle politiche diverse in materia di aborto
come di altre questioni cosiddette eticamente sensibili
e che la FHE chiama semplicemente diritti umani poich 
di questo che si tratta. Gran parte dei cittadini considera
la politica vaticana, mirante a imporre la propria dottrina
morale per legge, come una minaccia al pluralismo, pilastro
delle nostre societ democratiche, e deplora il continuo
discredito gettato da papa Benedetto sugli umanisti
e sui non credenti (dal 35 al 50 per cento della popolazione
europea), condannati come relativisti, che nel gergo
vaticano significa nichilisti, persone prive di valori
morali. Dice papa Ratzinger: [...] il relativismo, cio il
lasciarsi portare qua e l da qualsiasi vento di dottrina,
appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi
odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo
che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come
ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.(7) Per due
millenni i non credenti sono stati oggetto di campagne
di denigrazione da parte della Chiesa cattolica e vengono
ancora diffamati nel nuovo Catechismo.
Ripetutamente abbiamo sentito che senza Dio l'uomo
non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere
chi egli sia. Tale campagna continua ed  stata estesa
all'umanesimo; secondo papa Benedetto: L'umanesimo
che esclude Dio  un umanesimo disumano (Caritas in
ventate). E l'enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII ci
dice che : L'autorit  postulata dall'ordine morale e deriva
da Dio. Qualora pertanto le sue leggi o autorizzazioni
siano in contrasto con quell'ordine, e quindi in contrasto
con la volont di Dio, esse non hanno forza di obbligare
la coscienza, poich bisogna obbedire a Dio piuttosto che
agli uomini; in tal caso, anzi, l'autorit cessa di essere tale
e degenera in sopruso.
Dunque questo  il concetto di democrazia della Chiesa
cattolica. La sua fonte primaria  la rivelazione trascendente
anzich la rappresentazione democratica, per cui le
chiese - istituzioni private - non eleggono i propri rappresentanti
ma li nominano a seconda di loro procedure
interne e sono quindi estranee alla democrazia. Pertanto,
ogni incitamento ad introdurre la volont di Dio nelle
nostre leggi mina i nostri sistemi democratici di governo
basato sullo stato di diritto e sulla netta separazione fra
privato e pubblico. La politica attuale della Santa Sede che
chiede un accesso privilegiato presso gli organi comunitari
 un'ulteriore causa di risentimento dato che spesso viene
attuata a scapito dei milioni di cittadini atei, agnostici,
indifferenti alla religione, le cui scelte filosofiche divergono
dalla dottrina morale cattolica e ne sono negativamente
colpiti, in particolare nel campo della morale sessuale.
Non  logico che ci susciti una legittima indignazione e
anche una certa ostilit verso la Chiesa cattolica?
Ritorno ancora sull'uso del linguaggio spregiativo usato
da rappresentanti della Chiesa cattolica e dai media
loro o a loro vicini per fornire alcun i esempi:
L'ateo  un pover'uomo o una povera donna, con una
prospettiva corta perch non crede in una vita oltre la morte.
 una persona da compatire, da una parte, ma da aiutare
perch  senza speranza e pensa che tutto finisca qui
sulla terra. Cardinale Severino Poletto, 31 gennaio 2006.
Dove scompare Dio l'uomo non diventa pi grande
ma perde la dignit, diventa il frutto di una evoluzione
cieca e per questo pu essere usato e abusato. Se manca
Dio i contrasti diventano inconciliabili. Papa Benedetto
XVI, 15 agosto 2005.
Gli atei non sono totalmente umani. Cardinale Cormac
Murphy-Connor, 14 maggio 2009.
[...] fra gli studenti c'erano gruppi satanici, gruppi di
atei che dicono: "Ammazziamo Ges Cristo". Non illudiamoci:
Satana  ovunque. Infatti ci sono professori con
le corna, il tridente e la coda che diffondono odio contro
Dio, contro la Chiesa, contro il Cristo. Perch il maligno
 dappertutto. Lo so, non mi posso sbagliare - altrimenti
non si spiega. Se andate l e spruzzate acqua santa, esce il
fuoco, fumo, queste persone rilasciano fumo come nei pi
tremendi esorcismi. Padre Livio Fanzaga, Radio Maria,
15 gennaio 2008.

Su internet.

In Polonia un sito molto popolare, Wirtualna Polska,
pubblica un testo dal titolo: L'ateismo  una malattia mentale?.
Segue la domanda: Come curare un ateo?, e invita
i navigatori a scegliere tra le risposte seguenti: con l'elettrochoc,
con una forte cura farmaceutica, con soggiorni
in un convento chiuso, non vale la pena curarlo.

Simili esempi di incitamento verbale all'odio sono frequenti
anche fra i rappresentanti della Chiesa ortodossa a
tal punto che, in Grecia, il portavoce del governo George
Petalotis disse che le parole pronunciate dal vescovo Seraphim
metropolita del Pireo fomentano odio razziale e
religioso. Si riferiva al fatto che il vescovo addossava la
responsabilit del dissesto finanziario del paese a una cospirazione
di banchieri ebrei, aggiungendo che l'Olocausto
era stato orchestrato dai sionisti. Inoltre, a proposito
di un bombardamento che ebbe luogo in Egitto il giorno
di capodanno, disse che l'islam  un culto catastrofico.
Possono tali esempi essere considerati degli incitamenti
all'odio? Indipendentemente dalla risposta che viene data,
essi sicuramente provocano un allontanamento profondo e
crescente, fra i credenti come fra i non credenti, in particolare
verso la Chiesa cattolica e suscitano sdegno per il linguaggio
offensivo usato dai capi ortodossi, da quelli vaticani
e da quei politici allineati ai voleri della gerarchia religiosa.
Mi sono soffermata a lungo sui propositi denigratori
e sull'incitamento all'odio espressi da alcuni rappresentanti
religiosi, da taluni loro media e, su internet, da parte
di loro seguaci perch costituiscono una delle principali
cause delle crescenti critiche e dei malumori che la popolazione
esprime nei riguardi della Chiesa cattolica.
Tuttavia, siccome siamo qui riuniti per cercare modi
atti a prevenire l'incitamento a odiare i cristiani, sarebbe
un errore tacere la seconda ragione principale della crescente
ostilit verso la Chiesa cattolica (ripeto: non verso
i cristiani in genere), ovvero gli abusi fisici, psicologici e
sessuali - regolarmente coperti dal Vaticano - di cui sono
stati oggetto dei bambini da parte del clero. Un esempio
vale per tutti. Qui a Roma vive il cardinale Bernard Law,
arcivescovo emerito di Boston, membro della Curia romana,
ora arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore,
costretto a rassegnare le proprie dimissioni dalla diocesi
di Boston (dicembre 2002) a sguito dello scandalo degli
abusi sessuali su minori commessi da preti della sua arcidiocesi
e da lui doverosamente coperti, rivelati da documenti
della stessa Chiesa cattolica.
La terza ma non meno importante ragione di risentimento
riguarda il finanziamento pubblico delle religioni.
In misura pi o meno grande a seconda della posizione
dominante che occupa, la Chiesa cattolica - ma anche
quella ortodossa - gode di privilegi enormi, in primo luogo
di ingenti somme di denaro pubblico trasferite nelle
casse vaticane. Penso che l'Italia sia il peggiore esempio
di questo modo poco ortodosso di spendere denaro pubblico:
ogni anno un miliardo di euro viene incassato dalla
Chiesa cattolica grazie al meccanismo perverso dell'otto
per mille, oltre ad altri 7 od 8 miliardi versati da altre fonti.
E ci in un momento in cui i poveri diventano pi poveri
e una nuova legge finanziaria stabilisce tagli drastici alla
spesa pubblica, il che significa meno soldi per scuola,
sanit ecc. Che dire allora del sondaggio 66 dell'Eurobarometro
del 2007 secondo il quale, nei paesi pi religiosi, la
maggioranza delle persone concordano con l'affermazione
la religione occupa un posto troppo importante nella
nostra societ!.(8)
A questo proposito condivido quanto scritto da Benjamin
Franklin oltre due secoli fa: Quando una religione
 buona, immagino che si sostenga da sola; quando non
riesce a farlo e quando Dio non sceglie di farlo tanto che
i suoi seguaci sono costretti a chiedere aiuto alle autorit
civili (lo Stato), ci indica che  una religione cattiva.
Concludo con le parole sagge che ci vengono dall'Iraq
di monsignor Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk: L'Iraq si
compone di vari gruppi che costituiscono un mosaico di
culture, civilt, religioni, sette e lingue dalle molte facce e
dai molti colori. Ciascuna  portatrice di un'eredit che lega
tutti noi. Il nostro paese ha bisogno di un modello culturale
e sociale che promuova l'unit grazie al pluralismo, alla
tolleranza e alla coesistenza armoniosa fra i vari gruppi religiosi
ed etnici. La chiusura  segno di morte; l'apertura 
segno di crescita e integrazione [...] Ciascuno deve iniziare
da se stesso con il desiderio di ricostruire [...] Le religioni
devono agire in modo positivo. Devono mettere fine al clima
di odio e incoraggiare una partecipazione responsabile
della popolazione allo scopo di raggiungere maggiore giustizia
fra gli uomini. Per questa ragione la politica deve
favorire l'unit e non gli interessi dei singoli gruppi, che
sono causa di divisioni e di conflitti. Per il prelato, i gruppi
religiosi devono impegnarsi a dialogare per imparare
a conoscersi e a vivere insieme. Per ci non pu avvenire
se la libert religiosa non  protetta. In Iraq, l'odio 
il risultato di una politicizzazione eccessiva delle religioni
[...]  possibile prendere dei provvedimenti pratici a favore
dell'unit separando la religione dalla politica.(9)

Imparai molto dalle discussioni, spesso vivaci, che si svolgevano
nel direttivo della FHE. Facevo tesoro dei commenti
dei membri alla Carta costituzionale europea e delle loro
considerazioni in merito alla laicit dalle quali emergeva
una concezione molto pi complessa e articolata della
mia, molto italiana, che si arrestava alla separazione fra
Chiesa e Stato. Come prima cosa, imparai che la laicit,
anche quando in parte conquistata,  sempre in pericolo
se lo stato di diritto non funziona. Eppure, non ricordo di
avere mai sentito nessuno nell'UAAR parlare di stato di diritto,
n mi pare sia spesso presente nella stampa italiana,
mentre a Bruxelles era ed  sempre attuale e molto spesso
citato, in particolare nei documenti ufficiali dell'UE, della
Corte di Strasburgo e nella stampa quotidiana. Mi ha colpito
la frequenza con cui la stampa in lingua inglese, non
solo del Regno Unito e degli usa, ma altres quella indiana
o nigeriana, per esempio, menzionano lo stato di diritto.
Ogni volta, o quasi, che la stampa americana si occupa
del campo di detenzione di Guantanamo Bay, compare un
riferimento allo stato di diritto, appunto poich, violando
il principio del primato della legge, l'amministrazione
Bush ha calpestato numerosi strumenti volti a proteggere i
diritti umani, in primo luogo la Dichiarazione universale
dei diritti dell'uomo, ma anche la Convenzione di Ginevra
sul trattamento dei prigionieri di guerra, la stessa Costituzione
americana e Yhabeas corpus.
A mano a mano che mi si chiarivano alcuni collegamenti,
ho capito che la democrazia  inseparabile dallo
stato di diritto poich, una volta stabilito il principio del
primato della legge, ne discende che tutti gli organi dello
Stato sono tenuti ad applicare le leggi nazionali e, in primissimo
luogo, a rispettare i princpi stabiliti dai trattati
internazionali, in particolare quelli relativi ai diritti umani.
Inoltre, allo stato di diritto si riferisce anche il diritto
alla conoscenza, cio il diritto di conoscere in quale modo
e per quale motivo i governi prendono determinate decisioni
che influiscono sui diritti umani, sulle libert civili
e democratiche e sulle scelte di politica internazionale.
In questi tempi, con il prevalere delle logiche dello stato
securitario ed emergenziale come risposta al terrorismo,
questo aspetto assume una rilevanza particolare.
Per l'Unione europea, lo stato di diritto  la spina dorsale
di ogni democrazia costituzionale moderna.  uno dei
princpi fondanti che discendono dalle tradizioni costituzionali
comuni di tutti gli Stati membri dell'UE e, in quanto
tale,  uno dei valori principali su cui si fonda l'Unione [...]
La fiducia reciproca tra gli Stati membri dell'UE ed i rispettivi
sistemi giuridici  il fondamento dell'Unione ed in questo
mbito riveste un ruolo essenziale il modo in cui lo stato di
diritto  attuato a livello nazionale.(10) Pertanto, non si pu
affermare che una societ funzioni conformemente allo stato
di diritto se discrimina gruppi di persone in base al loro
sesso, alla loro origine, alla loro filosofia di vita. Un esempio
 quello della laicit, che non si esaurisce nella separazione
fra Stato e Chiesa ma costituisce - come ricorda il filosofo
francese Henri Pena-Ruiz, membro della Commissione
Stasi - la condizione stessa dell'effettivit dello stato di diritto,
e contribuisce alla tutela dei diritti dell'uomo e alla
prevenzione della conflittualit sociale. Anche per l'OSCE
lo stato di diritto  uno strumento per la prevenzione dei
conflitti, poich la discriminazione di una parte della popolazione
 sempre fonte di tensione, quindi di potenziale
conflitto. E siamo noi, organizzazioni della societ civile,
a doverne reclamare la piena attuazione poich la storia ci
insegna che il progresso sociale  sempre una conquista dei
cittadini organizzati e non un regalo dei governi. Di nuovo:
il terreno del diritto  un terreno della lotta di classe.
Tuttavia, ci siamo talmente abituati all'attuazione solo
parziale dei diritti fondamentali previsti dalla nostra Costituzione
che ci vogliono degli eccessi insopportabili per
farci reagire. Il trattamento ignobile degli immigrati nei
CPT ci indigna quando li vediamo incatenati e deportati a
forza, ma la sorte dei clandestini sbarcati sulle nostre coste
non fa pi notizia. La legge sulla procreazione assistita, la
riforma Moratti, le attuali riforme costituzionali, persino
la presenza delle truppe italiane in Iraq e altrove sembra
siano tutti fatti singoli, senza un nesso tra di loro; nesso
che, se proposto e discusso, renderebbe evidente la graduale
erosione dello stato di diritto. Perfino quando tali
eventi suscitano proteste e lotte vengono presentati - e
quindi dalla maggioranza degli italiani vissuti - avulsi da
ogni contesto, passato e presente, s che manca la visione
generale della violazione della legalit costituzionale sulla
quale si fonda il senso dello Stato (l'esprit rpublicain, direbbero
i francesi). Eppure  questo che tiene insieme una
nazione. Non sorprende quindi che sfumi fino a scomparire
il concetto stesso della laicit delle istituzioni, a tal punto
che ormai  divenuto normale affidare alla magistratura
delle chiese una parola decisiva sull'etica pubblica.(11)
Non se ne coglie la violazione della legalit costituzionale.
Chi l'ha colta, invece,  Beppino Englaro, il quale, apprendendo
che la Cassazione autorizzava i medici a sospendere
l'alimentazione forzata della figlia Eluana, in coma da diciassette
anni, ha commentato con queste parole: Viviamo
in uno stato di diritto.

Note.

 1. Quei "non credenti" che - lo si voglia o no - sono in realt
la vera maggioranza nell'Europa occidentale del Duemila.
Francesco Margiotta Broglio, Aspetti della politica religiosa
degli ultimi quindici anni (http://presidenza.governo.it/USRI/
confessioni/doc/margiotta.pdf).

2. G. Ugo Rescigno in La laicit indispensabile; www.UAAR.it.

3. https://w2.vatican.va/content/benedict-XVI/it/speeches/2010/
february/documents/hf_ben-xvi_spe_20100213_acdlife.html.

4. Martine Goldberg e Adelin Pirlot, 346 Chausse d'Alsemberg:
Historie de l'orphelinat rationaliste de Forest, Espace de
liberts, Bruxelles 1996.

5.http://www.osce.org/home/71495?download=true.

6. I cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre
il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede.
Tanti subiscono quotidianamente offese e vivono spesso nella
paura a causa della loro ricerca della verit, della loro fede in
Ges Cristo e del loro sincero appello perch sia riconosciuta
la libert religiosa. Tutto ci non pu essere accettato, perch
costituisce un'offesa a Dio e alla dignit umana; inoltre,  una
minaccia alla sicurezza e alla pace ed impedisce la realizzazione
di un autentico sviluppo umano integrale.

7. http://www.vatican.va/gpII/documents/homily-pro-eligen-
do-pontifice_20050418_it.html.

8.http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/eb/eb66/
eb66_en.pdf (p. 41).

9. http://www.osce.org/event/christians_2011.;http://www.
italialaica.it/news/33996.

10. http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT7TXT/7uri-
celex%3A52014DC015.

11. http://www.marx21.it/index.php/component/content/
article/42-articoli-archivio/3712-tre-scelte-per-liraq.
...
Ritorni.

Dal 2000 vivo a Cerenova. Finalmente fuori dalla citt,
dall'indifferenza dei passanti, dall'aria cattiva, dalla frustrazione
dello sguardo che sbatte su cemento e asfalto.
Cerenova  sulla litoranea, a met strada fra Roma e Civitavecchia.
Dalla mia finestra la vista del cielo e del mare 
infinita; il vento soffia forte e la notte, dal mio letto, sento le
onde che s'infrangono sulla battigia. Come i sudani di Giulio,
il mare ed il vento mi ricongiungono con il mio passato
alessandrino, qualcuno direbbe: con le mie radici - ma 
un'immagine che respingo perch tanto circoscritta da non
corrispondere alla mia vita vissuta nel mondo intero(1) e,
semmai, radicata nell'ideale comunista.
Davanti a casa mia c' un prato, punto di riferimento di
una colonia felina, amorosamente accudita da una gattara.
Poco dopo il mio arrivo, portai dal veterinario una gattina
incinta, mezza moribonda per una setticemia dovuta alla
morte dei suoi piccoli. Il veterinario la salv in extremis e
mi raccomand di tenerla a casa mia per una settimana.
Da allora sono passati venti anni e Lula del Prato condivide
la mia vita con fiducia e pazienza. Invece Sati era stato trasportato
da Roma: un ragazzo l'aveva trovato in un parco
dove giaceva in agonia, con una zampa andata in cancrena.
Il veterinario gliela amput e lui visse altri dieci anni con
me, esprimendo affetto e saggezza. Poi ci fu Calimero. A
vent'anni, dopo una vita da randagio e chiss quali combattimenti,
il gatto Calimero aveva trovato rifugio da una vecchia
signora che non lo amava, non lo accarezzava, gli dava
da mangiare solamente dei croccantini che lui vomitava e,
siccome li vomitava, gliene dava sempre di meno. Quando
l'ho conosciuto, Calimero era un sacchetto di ossa, con il
pelo sbiadito, da nero diventato marrone. Era sordo, ci vedeva
poco e si lamentava con un verso straziante pi umano
che felino. L'ho portato a casa mia e l'ho molto accarezzato.
Ogni volta che si lamentava gli offrivo del cibo fresco
che ingoiava avidamente per poi fissarmi con il suo sguardo
vuoto. Adesso Calimero non vomita pi, il suo pelo  nero
e lucido e, malgrado una scapola fuori posto e una zampa
leggermente staccata dal corpo, le sue fusa rumorose e disordinate
mi dicono che  contento. Quando lo accarezzo
penso a Gianfranco: anche lui aveva le ossa fuori posto.
Mi ero stabilita da poco a Cerenova quando venne a trovarmi
Damin, un giovane albanese che avevo conosciuto
a Scutari nel 1994, in occasione di una missione di esperti
europei incaricati di valutare il sistema scolastico di quel
paese. Il rapporto di simpatia fra noi due fu immediato.
Damin sapeva bene l'italiano e, per alcuni anni, ci scrivemmo
lunghe lettere; poi, quando termin il liceo, mi chiese
di aiutarlo a trovare una borsa di studio in Italia, ma presto
appresi che ne esistevano solamente per neolaureati. Non
volendo deluderlo, pensai di costituirne una, rivolgendomi
ai miei colleghi di Roma e ad alcuni amici. L'idea fu accolta
positivamente. Dunque Damin si iscrisse alla facolt di
legge alla Sapienza, ma l'esperienza fu pessima: le lezioni
si tenevano in aule sovraffollate, gli esami si svolgevano
spesso in piedi nel corridoio e, per giunta, era oggetto, da
parte di un gruppo di studenti, di battute offensive perch
era albanese. Un bullismo ante litteram. Era troppo e, dopo
matura riflessione, decise di proseguire gli studi a Tirana.
La corrispondenza che ebbi in quegli anni sia con Damin
che con i miei colleghi  rimasta per me fonte di gioia.

Roma, 1994.
Ai miei colleghi e amici,
una borsa di studio per Damin Hajdari.

Nel 1993, durante una visita compiuta con una missione
del Consiglio d'Europa ad un liceo di Scutari in Albania,
ho avuto l'occasione di conoscere uno studente di quindici
anni, Damin Hajdari. Sapeva benissimo l'italiano e,
da allora, abbiamo avuto uno scambio di lettere regolare
e spesso vivace su vari argomenti: l'ambiente, i trattati internazionali,
la democrazia.
Tra di noi si  quindi sviluppata un'amicizia sincera e
quando Damin mi ha chiesto di aiutarlo a trovare una
borsa di studio per iscriversi alla facolt di legge in Italia
(vorrebbe entrare in magistratura o fare la carriera diplomatica),
sono andata insieme ad Ann a Scutari per rivederlo
e per conoscere la sua famiglia. I genitori e i fratelli
maggiori, persone schiette osteggiate dal regime di Enver
Hoxha, lavorano ma i loro guadagni in lek non gli consentono
di mantenere Damin agli studi in Italia. D'altronde,
non mi risulta esistano borse per studenti stranieri che
non siano gi laureati. A questo punto rimane un'unica
possibilit: la costituzione di un fondo che permetta a Damin
di fare fronte alle spese di vitto, alloggio, tasse universitarie
e libri. Lo scorso gennaio  venuto a Roma per
un paio di settimane ed insieme abbiamo fatto un po' di
conti, giungendo alla conclusione che la somma necessaria
a coprire un periodo di quattro anni  di 50/55 milioni
di lire. Damin  preoccupatissimo all'idea di doverla restituire,
ma abbiamo convenuto che la soluzione migliore
 che, a sua volta, s'impegni ad aiutare un altro giovane a
studiare, quando sar in grado di farlo.
Avvenimenti in Albania permettendo, Damin dovrebbe
terminare il liceo a giugno. Nell'mbito della sua
scuola si  fatto promotore di un club per la difesa dell'ambiente
e di un giornale. Ha sempre ottenuto il massimo dei
voti per cui  verosimile che superer gli esami di maturit
senza particolari difficolt.
Sono fiduciosa che ce la faremo a costituire questo piccolo
fondo e mi farebbe piacere che partecipaste all'iniziativa.
Dunque ho conosciuto Damin durante una visita al liceo
di Scutari. Quando siamo entrati nella sua classe dove
mancava tutto, dai vetri alle finestre al gesso per la lavagna,
la professoressa ci ha detto che uno degli studenti
avrebbe avuto piacere di parlare in italiano con qualcuno
di noi. Alla mia domanda su quali fossero i suoi interessi,
Damin mi rispose: i trattati internazionali. Deliziata da
tale inattesa risposta, gli promisi di mandargli la documentazione
di suo interesse sulle istituzioni europee; siamo
rimasti d'accordo che ci saremmo scritti.

Scutari, 3 luglio 1993.
Gent.ma Signora Pegna,
[...] Forse in questa lettera che spero sia la prima della
nostra corrispondenza, io vi parler poco di me, ma avr il
piacere e l'onore di continuare l'amicizia che  nata tra noi.
Sono un ragazzo di 15 anni che ho studiato alla scuola dove
ci siamo incontrati di Scutari e sono sempre promosso con
il massimo dei voti. Quest'anno comincio la media superiore.
Ho cominciato ad imparare l'italiano quando avevo 9
anni, e per me era un immenso piacere. A scuola studio il
francese. La mia passione  la storia del mondo di ieri e di
oggi. Sono fortunato di vivere nel ventesimo secolo, secolo
di un grande progresso, tale da essere ancora forte di fronte
alle guerre mondiali, alla Guerra fredda che  durata 45
anni ed alla nuovissima strage, quella della ex Iugoslavia.
Spero tanto nella pace, perci mi fido dei trattati di pace
che l'Europa egli Stati Uniti hanno presentato. Credo e spero
tanto anche in Dio. [...]

Roma, 5 ottobre 1993.
Caro Damin,
la tua lettera mi ha fatto molto piacere e spero anch'io
che riusciremo a coltivare una bella amicizia nonostante
la grande differenza d'et che ci separa. Ti dir che per
me l'et delle persone non conta molto perch spesso significa
ben poco. C' chi nasce vecchio nel senso che non
ha mai delle curiosit, non  mai animato dalla voglia di
conoscere n dalla gioia di vivere. C' chi invece continua
per tutta la vita ad interessarsi del mondo che lo circonda.
L'importante  riuscire a stabilire un dialogo con gli altri
e credo che noi due potremmo avere parecchio da dirci.
C' una frase della tua lettera che mi ha colpito: a proposito
del tuo interesse per la storia, mi dici che credi nei
trattati. Chiss in che senso ci credi. Se  nel senso che
dovrebbero costituire la base della convivenza pacifica fra
paesi, allora ci credo anch'io. Ma non basta che due governi
firmino un trattato. La cosa importante  che ne rispettino
i contenuti. E la storia  purtroppo piena di esempi
di trattati non rispettati. Fra i trattati, ci metto anche le
convenzioni internazionali come la Dichiarazione universale
dei diritti dell'uomo. Se tutti i governi che l'hanno
firmata la rispettassero, il mondo sarebbe senz'altro meno
ingiusto. Non credi?

1993.

Caro Damin,
desideri conoscermi meglio... Questa  stata ed  la mia
attivit professionale. Sono bastate poche righe per descriverla,
seppure sommariamente. Invece  meno semplice
descriverti altri aspetti della mia vita, in particolare il mio
impegno in campo sociale e politico.  difficile dire con
precisione quando  incominciato. Quando avevo la tua
et, stavo in Egitto, paese molto povero. La mia famiglia era
abbiente e facevo quindi una vita da privilegiata. I miei privilegi
mi piacevano senz'altro ma insieme trovavo ingiusto
che tanta gente dovesse soffrire. La mia famiglia era antifascista
e avevo sempre sentito parlare dei valori di giustizia
e di libert. Inoltre avevo un grande amore per gli animali
per cui, quando mi sono trovata sola in Svizzera a studiare,
 stato naturale per me diventare vegetariana e non violenta.
Dopo qualche anno mi sono trovata in Sicilia dove ho
conosciuto per la prima volta dei comunisti. Erano contadini
e lavoratori poverissimi, sfruttati dai padroni, oppressi
dalla mafia e mi sono messa naturalmente dalla loro parte
e per alcuni anni ho lottato con loro. Ho imparato molto da
loro, alcune cose fondamentali come la dignit, la solidariet,
il valore del dibattito e della elaborazione comune. Ho
scritto questa parte della mia vita in un libretto pubblicato
l'anno scorso. Nel 1964 sono andata a stare a Milano. Ho
continuato la mia attivit politica, in particolare nel Comitato
Vietnam. Nel 1969 sono uscita dal Partito comunista, 
nata mia figlia e sono andata a stare in Sardegna...
Comunque sappi che faccio anche cose divertenti come
lunghe camminate in campagna, lavori di giardinaggio,
canoa sui laghi. Ascolto musica, leggo, guardo un poco
la televisione, ma poco perch non ne posso pi di queste
valanghe di parole vuote, in particolare adesso che siamo
in campagna elettorale.

Scutari, 10 ottobre 1996.

Ho ricevuto qualche giorno fa la tua lettera con le pagine
del manifesto... ti sto scrivendo adesso la mia opinione sugli
articoli del manifesto.
Non tutto quello che brilla  oro. In una lettera, Vera,
mi hai raccontato come sei diventata comunista in Sicilia.
Hai conosciuto dei lavoratori e dei contadini, comunisti,
che erano sfruttati dai padroni. Ma voglio dirti un'altra
cosa. Se tu saresti venuta in Albania solo 7 anni fa a vedere
i campi di carcerazioni di Spas, Burrel, Qafa e Barit ecc. tu
saresti diventata una anti-comunista. Ti dico questo siccome
conosco la tua anima. Tutti gli intellettuali che affollavano
quelle prigioni, che quando ho visitato Auschwitz mi
sembravano uguali. Erano tutta gente che in grande parte
aveva studiato all'estero. Tra quelli era anche un partigiano
del 1941, tra i primi. Chi era fuori doveva stare zitto, doveva
fingere di non vedere e non udire se no sarebbe diventato
anche lui un prigioniero. Era una dittatura mostruosa.
Un sistema che si teneva in piedi usando come bastone
d'appoggio il Sigurimi i Shtetid, la polizia secreta. Perci
quando ho letto gli articoli del manifesto che , mi sembra,
il giornale di RC, sono tornato con la mente un po' indietro
nel tempo, quando l'attuale segretario generale del Psa
(part. soc. alb) era il ministro di Sigurimi, il leader dello
stesso partito era vicepresidente del Consiglio dei ministri,
presieduto da un membro del politburo di Ppsh (part. lav.
alb.), comunista. Non so con quale coraggio quei giornalisti
li difendono di fronte a un popolo che ha sofferto per 50
anni del loro regime. Ora il loro partito si chiama Partito
socialista... Il loro socialismo  solo una facciata attraverso
la quale loro vogliono imbrogliare l'opinione pubblica mondiale
e che amaramente vedo che in parte ci sono riusciti.
L'intervista per me fa schifo siccome  data da un ex presidente
della lega degli scrittori, la quale dal nostro grande
scrittore, candidato per il premio Nobel, Ismail Kadare, 
stata pi volte considerata come una cupola mafiosa, che
distruggeva tutto ci che era artistico nelle opere d'arte,
lasciando solo quello che serviva per lodare il dittatore e la
dittatura, un nome che da molti si considera un ex agente
del Sigurimi e che ha fatto condannare tanti artisti durante
la dittatura. Perci sentire lezioni di democrazia da un tale
e per di pi anche alcolizzato, ti fa un certo effetto, per di
pi se vedi che questa intervista  tra le pagine di un quotidiano
estero. Il Psa non ha mai denunciato il passato ed
il dittatore, ma addirittura ha chiamato E. Hoxha come
padre degli albanesi?!!  scandaloso...

Autunno 1997. Grazie all'adesione di colleghi e amici, 
costituita la borsa di studio per Damin il quale viene a
Roma e si iscrive alla facolt di legge. Per, man mano che
passano i giorni, lo vedo sempre pi chiuso e preoccupato.
I corsi si svolgono in un'aula di sei, settecento studenti
e per sentire il professore bisogna sedere nelle prime file.
Damin ci va la mattina presto ma alcuni studenti scoprono
che  albanese e gli vietano, spesso con frasi offensive,
l'accesso ai primi banchi. Accade lo stesso in mensa: non
lo vogliono con loro e deve sedersi altrove. Quando, per
giunta, scopre che gli esami si fanno in piedi nel corridoio
in pochi minuti, decide di tornare a Scutari.

10 aprile 1999.

Damin carissimo,
rileggo la tua lettera cos affettuosa e anch'io sono felice
della nostra grande grande amicizia. Anche per me
 fondamentale, non so perch ma poi mi dico che basta
chiedersi il perch di ogni cosa. O meglio, viviamo sereni
e fiduciosi i nostri sentimenti e lasciamo le domande,
le riflessioni, i dibattiti per le grandi questioni che proprio
adesso davvero non mancano. Naturalmente, anche
a proposito di queste desidero comunicare con te e lo far,
ma prima vorrei rispondere alla tua lettera.
Mi scrivi dell'ingrandimento del vostro appartamento
e ne sono ben contenta per voi. Immagino la tua gioia di
avere una stanza tutta per te. C' un oggetto che hai visto
a casa mia e che ti piace. Mi era stato regalato a Francoforte
dai miei colleghi. Te lo comprer il 22 di questo mese
quando ci vado, ma mi dovresti dire se te lo posso spedire
per posta o se c' il pericolo che scompaia come Le Monde
diplomatique. In altre parole, se gli interessi dei postini albanesi
sono solo intellettuali o se c' il rischio che abbiano
altre curiosit.
Bene che tu abbia potuto aiutare i tuoi con i tuoi soldi.
Sai che ne hai ancora e che te li avrei mandati a settembre.
Ma se ti fanno comodo adesso, te li mando subito. Per il
prossimo autunno si vedr. Bene anche per il tuo impegno
con l'inglese. Confermami se intendi - avvenimenti
permettendo - andare a Malta per seguire un corso estivo,
affinch ti faccia inviare i programmi.
A proposito delle prigioni, le visite che faccio ogni anno
con il CPT (Comitato per la prevenzione della tortura e dei
trattamenti disumani e degradanti nei luoghi di detenzione
- del Consiglio d'Europa) sono sempre sconvolgenti.
Come te, anch'io ritengo indegno il trattamento riservato
ai detenuti, in Albania come in Italia. A San Vittore, Milano,
ho visto delle condizioni simili a quelle che mi descrivi
e gli esperti che accompagnavo mi assicurarono che
in Inghilterra  peggio! Un aspetto, non secondario,  che
da noi  pi curato il cibo, ma certo non basta. Alla base
di questi trattamenti degradanti verso i nostri simili, mi
sembra ci sia ancora la vecchia idea che il carcere debba
avere un ruolo punitivo anzich educativo. A parole tutti
lo negano, ma per chi ci vive le parole servono a ben poco.
Riguardavo la data della tua lettera: il 15 marzo. Oggi
siamo al 12 aprile. In queste tre settimane sono successe
cose atroci, atroci per chi le ha vissute e le vive in prima
persona, e gravi, gravissime per tutti noi, noi le non-iene,
i cittadini europei accomunati tutti da un solo desiderio:
vivere in pace, senza avere paura per l'indomani n sul
piano economico n su quello della sicurezza.
Ma se  vero che abbiamo tutti questa medesima aspirazione,
come mai valutiamo questa guerra e i suoi protagonisti
in modi cos diversi? Prendiamo noi due, te giovane
albanese il cui paese  uscito da poco da un regime
odioso e tirannico che si autodefiniva comunista, te i cui
genitori hanno sofferto in prima persona di pesanti discriminazioni
per motivi politici e che aspira ad un avvenire di
libert, sia politiche che sul piano dei bisogni; e poi ci sono
io, attempata italiano-cosmopolita, che per tradizione familiare
e per indole personale ha sempre cercato di capire
i fenomeni sociali e politici nelle loro intersecazioni e nella
loro globalit, che ha le stesse aspirazioni per il futuro suo,
per quello dei suoi cari e per quello dell'umanit intera
del suo giovane amico albanese. Eppure, ecco che tu sei a
favore dei bombardamenti e io no. Peccato che siamo lontani,
ma cerchiamo di trarre vantaggio da questa distanza
fisica che ci separa, per esprimerci in modo pi compiuto.
Ci tengo molto a spiegarti, a raccontarti, perch sono
contraria, ferocemente contraria a questa guerra, ai bombardamenti,
all'immane spreco di uomini e di mezzi, allo
scempio della natura che essa comporta.
Ma prima vorrei dirti che per me ogni sopruso, ogni
discriminazione, ogni atto violento, ogni espressione di
odio  grave in s innanzitutto perch lede l'integrit di
chi lo subisce ed anche di chi lo compie, ma anche perch
genera altro odio e altra violenza, innescando cos una
spirale infinita. I cervelli stessi delle persone si corrompono
e si militarizzano. Quando nell'estate scorsa Milosevich
ha incominciato a perseguitare la popolazione di origine
albanese ed a cacciarla fuori dal Kosovo, il clima di violenza
 salito alle stelle. A quel momento, la decisione di
bombardare la Iugoslavia (osteggiata dagli stessi militari
della nato e del Pentagono perch ritenuta insufficiente
a piegare Milosevich) ha avuto l'effetto di accelerare i massacri
da parte dei serbi e quindi di provocare l'esodo in
massa degli albanesi. Tutto ci era prevedibile e previsto.
Sarebbe bastato ritardare l'inizio dei bombardamenti di
pochi giorni e preparare delle strutture di accoglienza per
i profughi per rendere meno disumana l'intera operazione.
Perch non lo si  fatto? Per la stupidit dei nostri dirigenti
o perch per giustificare questa guerra agli occhi
delle nostre opinioni pubbliche servono dei profughi nelle
condizioni peggiori possibili? L'equazione  semplice:
questi profughi, in queste condizioni li ha creati Milosevich.
Milosevich  il diavolo (parole di Blair: questa guerra  fra
Dio e il diavolo). Noi USA, NATO, lo sconfiggeremo.
A questo proposito, hai notato la differenza di linguaggio
fra quello usato dagli americani: sconfiggere, annientare
l'avversario, e quello usato dagli europei: piegare,
convincerlo a trattare?
Vorrei ricordarti alcuni fatti precedenti i bombardamenti.
Clinton dopo avere bollato l'UCK di terrorismo
decide (giugno '98) di finanziarlo. Clinton di fatto elimina
dalla scena Rugova, unico mediatore possibile. Clinton
aggiunge, agli accordi di Rambouillet che nessuna delle
due parti voleva firmare, la clausola sull'indipendenza del
Kosovo per ottenere l'avallo dell'UCK (altrimenti, spiega
M. Albright,(2) non possiamo bombardare la Iugoslavia).
Vorrei anche portare alla tua attenzione un altro aspetto
che rende questa guerra ancora pi intollerabile ed i suoi
protagonisti ancora pi cinici. Si parla di catastrofe umanitaria,
ci si chiede come l'Albania, il paese pi povero
d'Europa, ce la far ad accogliere tutta questa gente. Sai
a quanto ammonta il pil (prodotto interno lordo) dell'Albania?
A 2,5 miliardi di dollari. Il prezzo di un B2 con le
sue bombe!
Senza scomodare von Clausewitz, penso valga la pena,
quando la sproporzione fra le parti in conflitto  cos abissale,
porre la classica domanda: quid prodest? A chi giova?
La risposta non  univoca.  chiaro che a Milosevich i
bombardamenti hanno giovato, ricompattandogli intorno
tutta la popolazione. D'altronde, chi, sotto le bombe, pu
parteggiare per il nemico che bombarda? E qui c' da aggiungere,
con le parole di Vojin Dimitrijevich, gi vice presidente
della Commisione per i diritti umani delle Nazioni
Unite: Non c' stato nessun vero sforzo per promuovere e sostenere
la posizione di coloro che in Serbia si sono impegnati
per mettere il paese sulla strada della democrazia [...] i tentativi
occasionali e maldestri di assistere la democrazia
e i diritti umani in Serbia con vaghe promesse di denaro a
individui e gruppi hanno solo esposto alcune ONG all'accusa
di cupidigia e di essere proditoriamente al soldo di nemici
stranieri [...] Gli attacchi aerei hanno raso al suolo in una
notte i risultati di 10 anni di duro lavoro di gruppi e gente
coraggiosa nelle ONG e nella opposizione democratica, che
non hanno tentato di rovesciare nessuno ma di sviluppare
le istituzioni di una societ civile, di promuovere valori liberi
e civici, di insegnare la risoluzione non violenta dei conflitti
[...]. La transizione democratica ed economica in Serbia 
la sola vera cura per il problema del Kosovo e la speranza
per ottenere la stabilit nei Balcani. A Milosevich, dunque,
le bombe hanno giovato. Non certo ai serbi che si trovano
un paese distrutto e, pare, inquinato dall'uranio impoverito
che viene usato per rendere i proiettili pi penetranti.
(L'uso in Iraq era stato negato ma  oggi confermato sia
dalle malformazioni dei neonati che da prelievi fatti sui
terreni bombardati, oltre che dalle sindromi di cui soffrono
i soldati americani che hanno combattuto quella guerra).
E non hanno giovato neanche ai paesi rivieraschi del
Danubio che vedono interrotta la loro attivit industriale e
commerciale. Ti dico tutto questo sempre a proposito della
sproporzione fra l'obiettivo dichiarato e non raggiunto dei
bombardamenti e le loro conseguenze reali. Alle quali oggi
dobbiamo aggiungere altri danni collaterali (espressione
cara al Pentagono), ossia il bombardamento di un treno
con morti e feriti fra i passeggeri.
Dicendo prima che la risposta non  univoca, ho lasciato
per ultima la ragione di fondo: consolidare il nuovo
ruolo della NATO sotto la leadership americana. La NATO
come organizzazione di difesa dei propri stati membri (il
suo statuto  stato tranquillamente violato prima in Bosnia
e poi in Iugoslavia, senza che nessuno lo abbia commentato)
non basta pi. Ormai il suo ruolo dichiarato 
quello di difendere gli interessi vitali degli Stati Uniti.
Quindi ecco un avvertimento all'Europa che si vuole unire
anche sul piano politico e magari, domani, su quello
della propria difesa. Finora ha realizzato una unione solo
monetaria, che per rende gi pi competitive le sue multinazionali.
Inoltre, gli analisti finanziari prevedono che
da qui a qualche anno l'euro sar concorrenziale con il
dollaro come valuta di riserva. Ci voleva una messa a punto
generale per dimostrare chi comanda, chi  considerato
un alleato affidabile e chi no. La pulizia etnica di Milosevich
contro gli albanesi del Kosovo era una buona occasione.
Non altrettanto la cacciata dei serbi dalla Krajina nel '95, i
massacri in Sierra Leone o in Algeria, il milione di morti
in Ruanda. E poi, come ha detto M. Albright, poich abbiamo
questa potenza di fuoco, la dobbiamo usare.
L'Europa, senza una politica estera e di integrazione
dei paesi dell'Est, ha accettato quasi tutto e pagher cara
la sua acquiescenza, nel senso che le sar ancora pi difficile
affermare la sua autonomia politica rispetto agli USA.
Cosa ne sar di voi albanesi, me lo domando proprio. Ma
che altro potevate fare, afflitti come siete, oltre che da un
vicino come Milosevich, da una classe politica corrotta,
dalla mafia, da un'economia sull'orlo del crollo?
E quando penso a queste cose, mi dico: ma c' Damin
e i suoi fratelli e tanti altri giovani onesti e intelligenti. E
Marika e Naim e tanti altri genitori saggi. Verr il momento
che le forze buone del paese riusciranno a coagularsi
e farsi avanti. Intanto, per favore, non t'arrabbiare
con me pensando che sono anti-americana. Non mi considero
tale. Ci tengo a precisarti che sono contro la politica
americana da quando  iniziata la corsa verso Ovest e la
persecuzione dei pellirossa, contro un sistema economico
basato sul profitto. Posso accettare un'economia di mercato
ma non una societ di mercato. Sono a favore del diritto
internazionale e contro le sue continue violazioni. Sono a
favore dell'ONU che bisognerebbe fare evolvere in un governo
mondiale e contro l'egemonia di una potenza economica
armata fino ai denti, che spende mille volte di pi
per distruggere il mondo che per aiutare chi ha bisogno.
Sono convinta che le guerre non hanno mai portato niente
di buono e non sono inevitabili.

Scutari, 24 luglio 2000.

Cari amici,
prima di tutto permettetemi di ringraziarvi della fiducia
che avete espresso nei miei confronti, offrendomi anche
quest'anno il vostro appoggio finanziario per i miei studi.
Questo appoggio l'ho sempre considerato come un impegno
a raggiungere dei ottimi risultati durante i miei studi
universitari nella facolt di giurisprudenza dell'Universit
di Scutari. Questo luglio io ho terminato il ciclo accademico
del terzo anno. Durante quest'anno accademico ho sostenuto
tutti gli esami del programma della facolt. Erano undici
esami e sono riuscito alla fine di avere dei buonissimi risultati.
In questi undici esami ho avuto la seguente votazione:

1. Diritto di famiglia 10.
2. Diritto agrario 10.
3. Psichiatria giudiziaria 10.
4. Arbitrato internazionale 10.
5. Diritto contrattuale 10.
6. Diritto procedurale penale 10.
7. Diritto procedurale civile 10.
8. Diritto penale militare 10.
9. Diritto amministrativo 10.
10. Diritto del lavoro 9.
11. Diritto penale II 9.

Tenendo in considerazione che la massima votazione nel
sistema universitario albanese  il dieci, credo che ho giustificato
la fiducia che voi avete avuto in me. Non  stato
facile, per alla fine questi risultati costituiscono un passo
avanti nella costruzione del mio futuro professionale.  un
cammino difficile, ed io vi devo ringraziare di essere al mio
fianco durante questi anni. Come voi sapete tre anni fa io
ho cominciato i miei studi in Italia, poi ho preso la decisione
di tornare in Albania ed in questo momento che vi scrivo
la maggior parte dei miei amici che sono venuti nel stesso
anno in Italia, non hanno passato ancora il primo anno
durante questi tre che sono trascorsi, forse per colpa del sistema
universitario che per me non era quello che cercavo.
Cio questi anni sono stati anche una prova di carattere per
me. Forse la parola carattere pu sembrare un po' grande
in questa situazione, per io dovevo dimostrare a tutti che
avevo preso la decisione migliore per me, e ci sono riuscito
e per questo mi sento felice per me stesso ma anche per la
mia carissima Vera, siccome per niente al mondo vorrei che
lei davanti a voi aveste chiesto una mano per qualcuno che
non lo meritava o che non si  reso conto della fortuna di
avere questo aiuto, che tanti altri non lo avevano.
Il vostro aiuto per me non  solo tale. Permettetemi di
spiegarmi. Per tanti di voi io sono solo un giovane al quale
voi state dando una mano nei suoi studi, senza conoscerlo,
una cosa che per me ha un significato importante, cio
l'aiuto e la fiducia verso il prossimo. Due princpi umani
che io mi impegno a ricordarli nella mia vita, offrendo, a
mia volta nel futuro, una mano a chi serve. Da parte mia
io avrei voglia di conoscervi tutti ma in questo mondo esistono
troppe cose ridicole (i visti), una delle quali  essere
cosi vicini e non avere la possibilit di incontrare un l'altro.
Chi sa se verr il tempo che per passare le frontiere dovr
bastare solo la voglia di farlo e non tutte quelle cretinate
che servono solo ad arricchire il personale consolare delle
ambasciate ed i mafiosi albanesi e che nello stesso tempo
impediscono alla gente del mio paese di fare una cosa che
ormai  cos routine in tanti paesi.
Cari amici, alla fine di questa lettera vorrei un'altra volta
esprimervi la mia riconoscenza per tutto quello che fatte
per me. Lo apprezzo moltissimo e mi d coraggio ad andare
avanti. Un pensiero speciale va alla mia carissima Vera, la
persona che per prima ha creduto in me, ed ha potuto costruire
questo rapporto tra me e voi. Vi ringrazio tutti di cuore
e vi saluto affettuosamente miei cari amici.
Il vostro,
Damin Hajdari.

Cerenova, 28 agosto 2000.

Cari colleghi ed amici,
eccoci al consueto appuntamento autunnale. Un'abitudine
piacevole perch le notizie che Damin ci trasmette
sono sempre buone, in particolare quelle che riguardano
i suoi studi. Quest'anno accademico, il terzo, ha dato ben
dieci esami, una vera maratona. Per i risultati vi rimando
alla sua lettera. Meno male che il quarto anno  pi leggero.
Come alcuni di voi gi sanno, poich quando vi incontro
vi racconto le ultime novit del nostro pupillo, lo scorso
autunno una collega ha versato per Damin 5000 DM, somma
che gli ho bonificato immediatamente per coprire sia le
spese previste di 2 milioni per l'anno accademico, sia quelle
per l'acquisto del computer. Quindi adesso  attrezzato anche
con Internet e vi invier presto il suo indirizzo e-mail.
A questo punto per la cassa  vuota e per l'ultimo
anno accademico ci servono due milioni, secondo il calcolo
di Damin fatto all'osso. Uno mi  gi stato versato,
per l'esattezza 1100000 lire e vi proporrei di completare
e superare la somma strettamente necessaria in modo da
dare a Damin la possibilit di largheggiare un poco.
Serio e parsimonioso com', non c' pericolo che faccia un
uso sbagliato di questi soldi. Vi ringrazio di cuore.
Con amicizia a tutti voi.

Quarant'anni sono trascorsi da quando - in Sardegna - gli
stagni sono entrati nella mia vita: quello piccolo di Santa
Sibiola vicino a Sestu e lo splendido stagno di Molentargius,
che mi ammaliava con i suoi colori e con l'immobilit
intensa delle sue acque. Come il mare, da allora anche gli
stagni mi appartengono - o forse sono io che appartengo
loro - al punto che, recentemente, un desiderio acuto mi ha
condotta alla penisola del Sinis. L mi sono immersa nella
bellezza dello stagno di Cabras e ho vagato sulla litoranea
in terra battuta, fra la macchia mediterranea e le spiagge
di riso tappezzate di minuscoli e infiniti cristalli di quarzo
candido. Ululava il vento, scappellava, scapigliava e prostrava
la chioma delle piante. La notte non chiudo la finestra:
dormo in compagnia dell'aria e del vento.
Quando mi sono ritirata dalla professione, una decina
di anni or sono, non immaginavo certo a quale sconquasso
personale sarei andata incontro per il fatto di non usare
quotidianamente il francese e l'inglese. Avevo la sensazione
che il restringimento del mio mondo a una sola lingua,
provocasse il rattrappimento dei due terzi del mio cervello,
ormai privi di irrorazione. Sconsolata, mi dondolavo nella
mia pochezza, quando mi si ripresent l'occasione di tornare
a Caccamo dopo cinquant' anni di assenza.(3) Successe
nel 2014 quando, su insistenza di Giulia, una mia nipote
brasiliana, mi iscrissi a Facebook; presto alcuni giovani
caccamesi mi trovarono e insistettero perch tornassi
a Caccamo, spiegandomi che avevano cercato,
nella storia del loro paese, chi avesse lottato contro
la mafia e che c'ero solo io. Accettai l'invito e, in
un'assemblea affollata, raccontai, commossa, dei miei
compagni comunisti e di chi, come il mezzadro Filippo Intili,
era stato ucciso dalla mafia. Nessuno dei presenti lo
aveva mai sentito nominare e, nei mesi successivi, dovetti
constatare che il povero Filippo era ricaduto nell'oblo dal
quale avevo cercato di farlo emergere. Proprio allora il Saggiatore
mi propose di ristampare Tempo di lupi e di comunisti.
Accettai con gratitudine e, a mia volta, lanciai l'idea
di farne una nuova edizione con l'aggiunta di documenti
e del racconto del mio ritorno. L'idea fu accettata, il libro
usc nell'aprile del 2015 e rimpolp felicemente l'ultimo
piano ventennale che andava maturando nella mia mente.
Continua a vivere questo mio libro; c' ancora chi lo acquista,
chi mi scrive, chi mi chiede di presentarlo. Ne ho
parlato alla classe di Giulio, una prima media, e a due terze
medie della sua scuola romana; mi ha colpito la capacit
di ascolto dei ragazzi e, durante il dibattito, la vivacit
dei loro interventi: decisamente una buona scuola dove gli
alunni imparano a esprimersi compiutamente e con spirito
critico. Saranno i cittadini coscienti di domani. I diritti
d'autore del libro sono serviti all'acquisto di volumi per
la biblioteca comunale di Caccamo e, per l'occasione, il
sindaco ha organizzato una piccola cerimonia alla quale
ho partecipato insieme alla troupe di rai Storia che stava
preparando una trasmissione sulle vicende raccontate in
Tempo di lupi e di comunisti. Girando per il paese, abbiamo
chiesto a delle persone di raccontarci i loro ricordi dei
primi anni sessanta ma, tranne un paio di eccezioni, o si
sono rifiutate categoricamente di parlare con noi, oppure
lo hanno fatto con reticenza, e bastava che pronunciassimo
il nome di don Peppino Panzeca perch la conversazione
si chiudesse bruscamente.
Eppure, rispetto agli anni in cui, nelle schede della
Commissione parlamentare antimafia, Caccamo figurava
al secondo posto subito dopo Palermo(4) e il Comune veniva
commissariato due volte per mafia, sono da segnalare
novit di grande rilievo. Cerco di capirne la logica, quella
apparente e quella sottostante. Il sindaco Andrea Galbo,
oltre a sanare il bilancio comunale in grave deficit per
l'annosa malamministrazione, nonch per i privilegi di
cui godevano personaggi di peso, ha costituito il Comune
parte civile in processi che coinvolgono persone legate
alla mafia e al malaffare e lo ha fatto con una delibera
della sua sola giunta, in mancanza della ratifica da parte
di un Consiglio comunale omertoso e latitante. A maggior
ragione, e non solo perch costituiva una novit davvero
straordinaria, un simile provvedimento meritava brindisi
in piazza e massima diffusione. Ma non c' stato nulla di
ci, quasi come ci fosse, da chi sta dalla parte della legalit,
il riguardo di non occupare l'intero territorio che, nei fatti,
accoglie mafia e antimafia. Lo constatiamo nella convivenza
di mafiosi e vittime della mafia, sia nella toponomastica
sia nei nomi di persone cui sono dedicati edifici pubblici.
Per sarebbe ingiusto, oltre che da ingrati, non riconoscere
al sindaco il merito di avere elevato l'amministrazione
comunale di Caccamo a protagonista del contrasto alla
mafia, rompendo l'omert istituzionale prevalsa fino alla
sua elezione e di averlo fatto, per la prima volta nella storia,
con provvedimenti di rottura degli antichi equilibri.
Qualche esempio: oggi ci sono due strade intitolate, rispettivamente,
a Falcone e Borsellino in attuazione di una delibera
rimasta nel cassetto per oltre vent'anni; Filippo Intili,
mezzadro comunista ammazzato dalla mafia,  finalmente
emerso dall'anonimato grazie a una lapide al cimitero e a
un cippo sul luogo dell'assassinio. Il nome di Mico Geraci,
altra vittima di mafia, figura su una piazza, nell'aula del
Consiglio comunale e pure sul nuovo istituto alberghiero.
Tuttavia, a conferma di quanto sopra, non poteva mancare
l'altra faccia della medaglia: infatti, il liceo statale - s statale -
 dedicato a monsignor Teotista Panzeca, per decenni
cervello della mafia, il cui busto di bronzo  stato benedetto
dall'arcivescovo di Palermo. Insomma, sebbene la mafia
abbia perso il monopolio delle istituzioni e del territorio,
gode di alleanze potenti; i caccamesi lo sanno e quindi la
prudenza  sempre d'obbligo, in particolare quando si ha a
che fare con dei forestieri.
I have a dream. Sogno il giorno in cui Caccamo riuscir
a gettare il cuore oltre l'ostacolo e a dedicare il suo liceo
a una persona splendente di valori universalmente condivisi:
al suo eroe umile Filippo Intili, o a Nelson Mandela,
paladino della riconciliazione nazionale.
Vera Pegna, una compagna che sfid la mafia.  questo il
titolo del documentario mandato in onda il 19 aprile 2017
da rai Storia nel programma Diario civile.(5) L'ho visionato
in anteprima, insieme all'autore, Daniele Ongaro e alla
regista, Alessandra Bruno, e non sono riuscita a trattenere
le lacrime dall'emozione. Un'emozione generica, pensavo,
riferita al ricordo di quel periodo della mia vita, sempre
acuto nel mio cuore. Qualche giorno dopo, guardando la
trasmissione andata in onda, ho assistito, incredula, alla
presentazione del documentario da parte del procuratore
della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, Franco
Roberti, e allora ho capito che le mie non erano lacrime
generiche ma lacrime di grande sollievo, di una pace ritrovata:
per la prima volta un'istituzione dello Stato stava riconoscendo
il significato della nostra lotta frontale contro la
mafia. Man mano che parlava, sentivo sciogliersi quel grumo
di amarezza che mi portavo dentro da cinquant'anni,
formatosi dopo il silenzio della Commissione parlamentare
antimafia che non aveva mai risposto al memoriale pieno
di nomi e di fatti riguardanti la mafia di Caccamo e i suoi
protettori politici che sedevano all'Assemblea regionale siciliana
e al Parlamento nazionale; amarezza alla quale aveva
contribuito altres la freddezza dei dirigenti del partito
di Palermo nei nostri confronti nei momenti difficili che
stavamo attraversando. Con le sue parole, scelte e semplici,
di grande rigore e umanit, il procuratore Roberti spazzava
via per sempre dalla mia mente quell'atteggiamento pavido
e disdegnoso assunto da chi avrebbe dovuto incoraggiarci
ma prefer non farlo, alimentando la nostra solitudine politica
e la nostra sfiducia verso le istituzioni e verso il partito.
Fra i testimoni di quegli anni intervistati nel documentario
vi sono dei dirigenti del partito: c' Emanuele Macaluso,
secondo il quale a Caccamo non avrei fatto niente di pi n di
diverso dei tanti giovani dell'Emilia o della Lombardia che
andavano in Sicilia a dare una mano al partito. Come non
associare le sue parole, la sua ostentata indifferenza, alla
logica di quei dirigenti del Partito comunista italiano che
hanno giudicato opportuno sciogliere il partito e cercare di
farne dimenticare perfino il nome?
In questo passato che mi si ripresenta ad ondate, la lettura del
libro di Amin Maalouf Les identits meurtrires(6) mi ha fatto
tornare in mente l'uso che viene fatto della parola identit;
un uso che troppo spesso tende a definire una persona
in modo assoluto e inappellabile, nonostante la nostra identit
sia in continua evoluzione. Penso all'origine del concetto
di identit, a quel seme dell'intolleranza(7) usato alcuni
secoli fa dalla Santa Inquisizione, l'organo giuridico della
Santa Sede.  appunto alle gerarchie cattoliche di allora e,
pi in generale ai suoi predicatori, che si deve la diffusione
del concetto d'identit religiosa con le conseguenti frontiere
erette fra i cristiani da una parte e gli ebrei e i musulmani,
considerati eretici, dall'altra. In Italia, il libro di
Maalouf  uscito con il titolo L'identit, traduzione - mi
sembra - poco felice del titolo francese in quanto presenta
il volume in modo asettico, privandolo della forza qualificante
del titolo francese. Invece, avrei preferito Le identit
assassine convinta come sono dell'effetto pernicioso di
questo termine, diventato un mme dalle tante replicazioni
e ramificazioni, che finisce col determinare il nostro comportamento
in senso divisivo ed escludente, diventando
alla fine cultura - oserei dire - di massa. A questo concetto
di Amin Maalouf aggiungo che l'importanza che attribuiamo,
volta per volta, agli elementi che concorrono a comporre
l'unicit della nostra persona cambiano a seconda del
momento e del contesto. Per quanto mi riguarda, ancora
oggi, dopo sessanta e pi anni che ho lasciato l'Egitto cui
sono rimasta fortemente legata, mi urtano i luoghi comuni,
le insinuazioni sprezzanti, quando non le falsit, di cui
sono oggetto gli arabi. Una di queste, alla quale mi ribello
ogni volta che la sento,  la frase: Nasser nazionalizz
il Canale di Suez. Cos vuole la vulgata, cos leggiamo e
sentiamo dire ogni volta che si parla di Nasser e della crisi
di Suez del 1956. Invece la storia ci dice il contrario: il
Canale di Suez, dal 1869, anno della sua inaugurazione,
non smise mai di appartenere all'Egitto. Pertanto, non della
nazionalizzazione del canale si tratta (e anche se fosse?)
ma di quella di una societ privata, la Compagnie du canal
de Suez, la societ anglo-francese incaricata prima di costruire
e poi di gestire il canale, la quale realizzava enormi
profitti che investiva all'estero. Tale travisamento della
realt, nonch la sua acritica e generalizzata accettazione,
non  casuale n pu considerarsi un dettaglio trascurabile;
anzi, fu diffuso ad arte quando la rivoluzione dei Liberi
ufficiali - la rivoluzione nasseriana - sconvolse gli equilibri
della regione e, animati dalla boria imperiale di chi non
voleva rinunciare ai propri privilegi, la Francia e il Regno
Unito - insieme a Israele - compirono ci che gli egiziani
chiamano la triplice vile aggressione.(8) Da allora sono
trascorsi pi di sessant'anni, eppure questa deliberata menzogna,
continuamente ripetuta, non manca di suscitare in
me un senso di profondo fastidio, di ribellione. Non solo
perch distorce un fatto storico, non solo perch lo fa a danno
dell'Egitto - sempre nel mio cuore - ma perch  tipica
della manipolazione sistematica da parte dell'Occidente
di tutto ci che riguarda il Medio Oriente, i suoi popoli,
la storia. L'autore che ha analizzato con maggiore acume e
sensibilit la manipolazione dell'Oriente da parte dell'Occidente
 Edward Said(9) nel suo Orientalismo. Tradotto in
molte decine di lingue, questo volume viene considerato un
testo fondamentale per capire l'Occidente e, in particolare,
l'impresa coloniale che tanto ha alimentato l'immagine di
un Oriente infido e temibile che va quindi mantenuto in
condizione di dipendenza e di subalternit. La civilt occidentale,
afferma Said, ha bisogno di dividere l'Occidente
da l'Oriente, noi da loro perch non sa definire se
stessa se non rispetto all'altro, dipinto come spregevole ed
inferiore. Anni fa, alle Nazioni Unite di Ginevra, mi trovai
seduta accanto a Said in occasione di un incontro delle ONG
sulla Palestina. Quando vide il mio cognome mi chiese se
conoscessi un certo Enrico Pegna, suo compagno di classe
al Victoria College del Cairo e gli risposi che s, Enrico era
mio cugino e il tono della nostra conversazione divent subito
familiare. Ho letto con grande piacere l'autobiografia
dei suoi primi trent'anni, Out of place(10) riconoscendomi
nel suo cosmopolitismo e nel suo rapporto con il concetto
di lingua materna. Neanche lui ha mai deciso quale fosse
la sua. Scrive: Ho sempre provato una straordinaria fascinazione
per il meccanismo linguistico in s, per cui devo
sempre vagliare automaticamente nella mia mente tre possibilit.
Quando parlo in inglese, sento e a volte pronuncio
dentro di me l'equivalente arabo e francese e quando parlo
in arabo, cerco gli equivalenti francesi o inglesi, che si accatastano
sulle mie parole come un ulteriore bagaglio sulla
reticella ingombrante ed inerte.(11)
Le lingue che ho in comune con Edward Said sono il
francese e l'inglese; non l'arabo purtroppo perch, quando
andavo a scuola in Egitto, l'istruzione era obbligatoria
solamente fino all'et di undici anni e, nelle scuole straniere,
l'arabo veniva insegnato agli alunni fino a quell'et.
Poi dovevamo scegliere fra proseguire con l'arabo oppure
iniziare il latino e fu questa la scelta fatta per me dai miei
genitori. Ma il desiderio di conoscere l'arabo  sempre rimasto
vivo in me e negli anni ottanta mi iscrissi a un corso
di lingua araba presso i Padri Bianchi a Roma, ma poi
dovetti rinunciare a frequentarlo per mancanza di tempo.
L'insegnamento di Said mi torna in mente ogni qualvolta
mi arriva la notizia di manipolazioni e soprusi da
parte di governi europei o societ multinazionali rispetto
a paesi o popoli mediorientali. Per esempio, quando ho
appreso che la societ francese Volia, la quale ha vinto
l'appalto per la gestione dello smaltimento dei rifiuti di
Alessandria, ha fatto causa allo Stato egiziano chiedendo
danni per 140 millioni di euro perch questi, avendo adeguato
i salari al tasso d'inflazione, ha compresso i margini
del profitto futuro della multinazionale. Avendo firmato
un contratto capestro, l'Egitto sarebbe tenuto a pagare.
La sentenza definitiva dovrebbe essere vicina. La vertenza
Volia VS. Egitto illustra perfettamente i meccanismi
della societ neoliberista dove il potere  concentrato nelle
mani di pochi ed  riuscito a confiscare le istituzioni
democratiche in tutte le loro articolazioni.  vero che chi
ne soffre le conseguenze  numericamente pi forte ma,
almeno per ora, la lotta si presenta ad armi impari.

Note.

1.La nostra patria  il mondo intero, nostra legge la libert,
canzone scritta dall'anarchico italiano Pietro Gori nel 1895.

2. Allora segretario di Stato usa, caldeggi l'intervento militare
della NATO in Kosovo: la prima volta che fu usata la forza
militare contro uno stato sovrano, senza l'approvazione del
Consiglio di sicurezza dell'oNU e senza che ci fosse una minaccia
ad uno stato membro.

3. Vera Pegna, Tempo di lupi e di comunisti, il Saggiatore,
Milano 2015.

4. Tempo di lupi e di comunisti: inchiesta apparsa sull'Ora
nel marzo 1989.

5.http://www.raistoria.rai.it/articoli-programma-puntate/
diario-civile-%E2%80%93-vera-pegna-una-compagna-che-
sfid%C3%B2-la-mafia/37076/default.aspx.

6. Amin Maalouf, Les identits meurtrires, Grasset & Fasquelle,
Paris 1998, p. 8 (ed. it. L'identit, Bompiani, Milano 1999).

7. Adriano Prosperi, Il seme dell'intolleranza. Ebrei, eretici,
selvaggi: Granada 1492, Laterza, Roma-Bari 2011.

8. Venne cos qualificata in Egitto e non solo.

9. Edward W. Said, Orientalismo. Feltrinelli, Milano 1999.

10. Edward W. Said, Sempre nel posto sbagliato, Feltrinelli,
Milano 2000.

11. Ivi, p. 212.
...
Pensieri senza fine.

Non  mia consuetudine fare bilanci di fine anno come
puntualmente faceva mio padre, ma la sovrapposizione
delle immagini di degrado e di violenza che accompagnano
la fine di questo 2017 non mi d pace: guerre e fame,
devastazione di popolazioni e di territori col corollario di
migrazioni, riduzioni in schiavit e morti; morti in mare
e sulla terraferma; nel contempo vengono sprecati 1,3
miliardi di tonnellate di cibo ogni anno, un terzo della
produzione mondiale. La cultura dello scarto denuncia
papa Francesco, l'unico leader al mondo che propugni
un'etica universale di pace e di giustizia. Encomiabili e
condivisibili le sue denunce contro le guerre e l'industria
delle armi, a favore degli emigrati, dell'ambiente, molto
meno il suo limitarsi a pregare Dio affinch ci distolga
dagli orpelli che distraggono, dagli interessi e dai privilegi...,
lui, non solo capo religioso ma anche capo di uno
Stato, lo Stato della Citt del Vaticano, lautamente finanziato
con i soldi dei cittadini italiani e i cui privilegi non
si contano, perfino quello di non pagare i consumi energetici
e lo smaltimento dei rifiuti. E, sul piano della laicit,
fors'anche pi grave,  l'incitamento ai medici e agli
ospedali cattolici di infrangere la legge sull'aborto e quella
sul fine vita. Eppure, sa bene che tale incitamento, lungi
dal cadere nell'orecchio di un sordo, viene ascoltato, incamerato
e utilizzato ad arte per rafforzare - con il denaro
pubblico italiano - il contropotere cattolico-vaticano,
intento a sostituire lo Stato nei servizi fondamentali erogati
alla popolazione, in primo luogo la sanit e la scuola. Tali
incursioni vaticane nelle funzioni dello Stato italiano - e
le loro pesanti ricadute che incidono sul nostro sistema
democratico - non sono nuove: non  riuscita la Santa
Sede a insinuarsi persino nel processo legislativo europeo?
Quando il presidente della Commissione europea, Jean-Claude
Juncker, ha sottoscritto il CETA(1) ho riflettuto sul
tacito quanto scellerato accordo, condiviso dai media, di
astenersi dall'attribuire epiteti di ordine morale ai leader
politici, come se la politica e i politici fossero al di sopra
della morale. Emblematico in questo senso , appunto, il
caso di Juncker, primo ministro del Lussemburgo dal 2002
al 2010, che firm accordi segreti con 340 multinazionali,
offrendo loro ingenti privilegi fiscali qualora avessero
spostato la loro sede nel Granducato. Sotto il titolo Lussemburgo,
il buco nero delle tasse, espresso.repubblica.it
ha riportato: Per la prima volta svelati gli accordi riservati
tra aziende e governo del Granducato per ottenere risparmi
fiscali. Documenti su oltre 300 societ, anche italiane,
che trasferiscono l risorse colossali. Un sistema che toglie
denaro alla nostra economia. Proliferato nel Granducato
sotto la guida di Juncker, ora presidente della Commissione
UE,(2) e su ilsole24ore.com leggiamo della esterovestizione
della societ Finmeccanica Finance S.A., controllata da
Finmeccanica S.P.A. e con sede dichiarata in Lussemburgo,
ma, di fatto, gestita e amministrata in Italia.
Dunque, grazie a Juncker, le multinazionali hanno sottratto
centinaia di miliardi di euro di entrate fiscali agli
stati sul cui territorio hanno realizzato i loro utili, senza
che ci sia stata traccia di reato, anzi, in piena legalit
democratica neoliberista. Ebbene, sul piano morale, come
qualificare i capi di Stato e di governo che hanno eletto
Juncker a capo della Commissione europea, legittimando
con ci la sua opera passata, e lo hanno fatto per giunta in
piena crisi, mentre imponevano ai loro cittadini di tirare
la cinghia?(3) Se questa non  delinquenza, delinquenza di
alto bordo,  perlomeno concorso in delinquenza. Eppure,
perfino l'OCSE ha raccomandato ai G20 di tassare gli
utili l dove vengono realizzati. Se fosse stato fatto, non ci
troveremmo impoveriti, noi stati membri dell'UE con la
martoriata Grecia in testa.
Il CETA e il TTIP(4) sono i trattati transatlantici diseguali
che l'UE ha negoziato in gran segreto con il Canada e con
gli Stati Uniti, entrambi intrisi della logica imprescindibile
del sistema neoliberista internazionale, ossia dell'abdicazione
della politica davanti ai mercati e alla loro indiscussa
sovranit. Secondo il giurista Luigi Ferrajoli,
producono crimini di sistema e questi vanno perseguiti
riaffermando i princpi della Carta dell'ONU, secondo la
quale i trattati sui diritti dell'uomo devono sempre prevalere
sugli altri trattati e, aggiunge Ferrajoli, sul piano giuridico,
vanno portati avanti con forza due concetti chiave:
rendere perseguibili i singoli dirigenti delle multinazionali
responsabili di tali crimini e considerare gli stati, in
quanto tali, responsabili sia civilmente che penalmente
dei crimini commessi dalle multinazionali aventi sede sul
loro territorio. Gli oltre 250000 europei che hanno manifestato
contro il TTIP e ne hanno fatto fallire i negoziati
hanno capito che il terreno del diritto  un terreno della
lotta di classe, avrebbe detto Lelio Basso.
Non si insiste abbastanza sul linguaggio falso e ingannevole,
eretto a regola dalla classe politica putrida, che si
 impadronita dei mass media e riesce a manipolare interi
popoli. Il nostro, manipolato lo  certamente e - altrettanto
certamente - lo  quello statunitense dove l'uso
fraudolento delle parole ha raggiunto l'apice con l'affermazione
di Donald Trump, secondo il quale riconoscere
Gerusalemme come capitale di Israele  un contributo alla
pace. La sua popolarit  in picchiata e la sua priorit consiste
nel compiacere il suo elettorato di ebrei e di cristiani
evangelici, fondamentalisti e suprematisti - Ku Klux Klan
compreso - da sempre sostenitori dell'impresa sionista:
dunque America first e poco importa se l'annuncio suscita
reazioni negative. Non  un pazzo imprevedibile ma un
lucido criminale dalla vista corta. Prima di essere eletto
presidente degli Stati Uniti d'America, agiva nell'mbito
del suo impero imprenditoriale, sapendo di muoversi nella
logica che gli aveva procurato indiscussi successi; oggi,
fuori dal suo ruolo, in un mondo per lui sconosciuto di
regole e di doveri, procede a ruota libera.
L'annuncio di Trump viene bocciato dalla stragrande
maggioranza degli stati membri dell'Assemblea generale
delle Nazioni Unite e suscita critiche e condanne in tutto
il mondo, anche da parte dei suoi alleati. Ma per quanto
tempo? Dai toni usati dai leader europei  lecito temere che
l'inaugurazione, fra due anni, della sede dell'ambasciata
usa a Gerusalemme avverr comunque, al massimo con
qualche mugugno. Intanto, mentre il Consiglio economico
e sociale dell'ONU condanna Israele per il regime di apartheid,
imposto ai palestinesi e riconosciuto come crimine
dalla Corte penale internazionale, il governo israeliano
esplicita la sua volont di annettere l'intera Cisgiordania
in modo da compiere un altro passo avanti - peraltro gi
previsto - nella realizzazione del progetto sionista e da
non sentire pi parlare di occupazione. E Gaza? Gaza, pazienza:
resa, di giorno in giorno, pi invivibile dai governi
israeliani, verr obliterata. E cos la questione palestinese si
dissolve sullo sfondo della guerra per l'egemonia del Medio
Oriente, condotta fra gli Stati Uniti e la Russia tramite interposti
Israele ed Arabia Saudita i primi e Iran e Hezbollah
la seconda. In questo futuro fosco, qualsiasi sar l'assetto
politico finale della Palestina storica - Stato unico con regime
di apartheid oppure, un giorno, Stato unico con uguali
diritti per i due popoli -, i palestinesi dovranno combattere
su due fronti: quello dei diritti umani e quello di una vita
da padroni in casa propria.
Tuttavia, mentre la diplomazia fa e disfa il mondo a suo
piacere, la realt sul terreno della Palestina storica parla un
linguaggio diverso: va affermandosi un quotidiano di condivisione
fra palestinesi e israeliani che vede moltiplicarsi
famiglie miste ed iniziative comuni, a dimostrazione che la
convivenza  non soltanto possibile ma naturale, nonostante
la propaganda mistificatrice dei governi israeliani,
sempre intenti a dividere gli uni dagli altri e a travisare la
realt, s da fare apparire vittime gli occupanti e aggressori
gli occupati. Nonostante la classe dirigente israeliana
e il suo sguito di cittadini di origine europea - in primo
luogo quelli russi - facciano di tutto per evitare l'inevitabile,
cio la levantinizzazione di Israele e la fine del progetto
sionista, rimane il fatto che, gi oggi, l'80 per cento
della popolazione del futuro stato unico  araba di origine
e di cultura. La convivenza fra la classe pi povera d'Israele
- oltre la met della popolazione di origine araba - e i
palestinesi, inglobati nella sudditanza a Israele, fa crescere
la consapevolezza, da entrambe le parti, di avere lo stesso
nemico e un nemico in comune punta ad una prospettiva in
comune. Agli israeliani di origine occidentale va ricordato
che, in Sudafrica, una volta eliminato il regime di apartheid,
il percorso - seppur lento e difficile - della pacificazione
 stato agevolato dall'istituzione della Commissione
per la verit e la riconciliazione voluta da Nelson Mandela.
La verit e la riconciliazione escludono la logica dell'occhio
per occhio, dente per dente, la logica della vendetta che avvelena
e rende disumano chi la pratica.
Si vis pacem cole justitiam. Se vuoi la pace, coltiva la giustizia.
Questo detto  in gran parte responsabile di questo
mio libro. Perch ci che mi ha spinto a scriverlo  il
desiderio di evitare che vada perso ci che di meglio ho
raggranellato negli oltre ottant'anni vissuti sulla faccia di
questa Terra, assieme a tutti e a tutto ci che la ricopre. E
il meglio per me  stato capire che senza giustizia non c'
pace possibile, e di capirlo non solo con la logica dell'intelletto
ma altres con quella del sentimento, quella che fa
indignare davanti alle ingiustizie ed impegna ad agire.
Questo mio racconto parte da quando ero piccola e
sentivo intorno a me parlare del senso del proprio onore,
dell'autonomia di giudizio indispensabile per scegliere
quale persona si vuole essere e da che parte della societ si
intende stare. Con l'andare degli anni ho capito che tale
scelta  possibile, se solo vogliamo davvero compierla. Sta
a noi decidere se stare dalla parte di chi vuole conformarsi
alla maggioranza, al sistema di societ dominante, sia perch
ne trae vantaggi personali, sia perch bisogna essere
realisti visto che tanto le cose non cambiano, e quindi si
difende da un mondo che percepisce ostile, coltivando ed
erigendo steccati. Ma esiste una scelta diversa, che consiste
nello stare dalla parte di chi, avendo intuito quanto  gratificante
dare fiducia ai propri simili, sceglie di migliorare se
stesso e il mondo che lo circonda, abbattendo i pregiudizi e
le gerarchie funzionali a ogni modello capitalista, nonch
le barriere che ci dividono, me da te, noi da loro, intendendo
per loro, loro gli uomini e loro gli animali, l'ambiente e
tutto ci che esula dalla nostra persona. Imboccare questo
cammino diventa una scelta di vita liberatoria, un modo
di vivere a testa alta, di relazionarsi agli altri con il sorriso
anzich con il sospetto; tuttavia, richiede di essere coerenti
nelle parole e negli atti, e di accettare solo quei compromessi
che ci avvicinano al nostro obiettivo: la felicit della
democrazia(5) Richiede intransigenza e mitezza. Avere le
idee chiare non  cosa facile in una societ che ci frastorna
con continue offerte, occasioni imperdibili, modelli di
vita da seguire, dove il presente ci viene propinato in modo
avulso dal passato e mai lo si fa protendere verso il futuro.
Naturalmente, nella ricerca non facile degli obiettivi, i percorsi
per raggiungerli sono tanti quante sono le persone al
mondo. E penso a quante volte mi  capitato di scoprire che
si possono avere i medesimi obiettivi e impegnarsi fattivamente
per una medesima causa partendo da ispirazioni e
da visioni del mondo diverse. Diverse, appunto, non opposte;
perch troppo spesso cadiamo nella trappola degli
opposti, dandoli per scontati e liquidando l'infinita distesa
delle diversit che esistono fra un'opinione ed un'altra, fra
una persona e un'altra. Diversit che possono essere compatibili,
se solo lo si vuole.
Una volta un amico mi chiese se credo nell'immortalit
e mi sono sentita rispondere che s, ci credo, ma sono
subito corsa ai ripari specificando che l'immortalit in cui
credo  quella che si raggiunge in quei momenti alti di lucidit,
quando prendiamo coscienza che tutto ci riguarda
e che a tutto contribuiamo - volenti o nolenti.
Questo  il meglio della mia vita che desidero lasciare
a chi ha gi fatto un pezzo di strada e a chi deve ancora
mettersi in cammino.
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FINE.
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Note al testo.
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1. Il CETA (Accordo economico e commerciale globale)  il trattato di libero scambio tra l'Unione europea e il Canada. Ha sollevato diverse polemiche e viene contestato da molti gruppi
ambientalisti, sindacalisti e dai partiti di sinistra europei.

2. http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2014/ll/05/news/ il-segreto-del-paradiso-fiscale-il-buco-nero-delle-tasse-1.186704.

3. http://lastella.altervista.org/la-lezione-di-tsipras-allitalia-riscoprire-lorgoglio-di-non-morire-di-tasse/.

4. TTIP (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti): fortemente voluto dalle multinazionali, il negoziato  fallito grazie a una mobilitazioni europea straordinaria.

5. Ezio Mauro e Gustavo Zagrebelsky, La felicit della democrazia, Laterza, Roma-Bari 2011.
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FINE.